Anniversario del disastro di Chernobyl

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Sono passati ben 28 anni, eppure ho ancora i brividi. E’ da pochissimo passato l’anniversario, il 26 aprile del 1986, di questo terribile evento che ha scosso tutto il mondo. Dopo tutto questo tempo, si pensa che sia tutto finito e invece non è così. Un disastro nucleare è qualcosa di invisibile e indelebile. Una cicatrice eterna che porterà la nostra Terra.

L’esplosione ha avuto una ricaduta 400 volte più forte della bomba di Hiroshima (a livello di radioattività), con un raggio di contaminazione che ha interessato più di 200.000 km quadrati di Europa.

I dati dell’ONU parlano solo di 65 morti; le vittime di radiazioni sono state svariate migliaia (morti per tumori e leucemie); le persone che ancora abitano in quelle zone sono circa 850.000. Teoricamente, la zona dovrebbe essere interdetta alla popolazione per almeno 80 anni. Purtroppo, molte persone disperate hanno deciso di ripopolare questa zona morta, ricominciando a bere acqua contaminata e mangiando i frutti di quella terra malata, ipotecando in maniera definitiva il loro futuro e quello dei loro figli.

Sono circa 5 milioni di persone che vivono tra Ucraina, Russia e Bielorussia, che si nutrono di cibo contaminato, con ricadute inevitabili sulla salute della popolazione, affetta da tumori e leucemie soprattutto infantili.

Il sarcofago di cemento, che era stato costruito subito dopo l’esplosione per contenere il reattore, adesso sta cedendo (ha crepe per oltre 1.000 metri quadrati). Se ne sta costruendo un altro in sostituzione, più grande e in grado di contenere le radiazione per 100 anni (e poi?).

L’Ucraina, adesso sotto i riflettori mondiali a causa di una quasi guerra civile in atto, ha in mente di costruire una nuova centrale nucleare in una zona non molto distante (non gli è bastato quello che è successo). Forse è il caso di ammettere che è veramente impossibile riuscire a gestire e controllare di effetti di tali incidenti nucleari.

Dobbiamo tenere ben presente che tutta la Comunità internazionale deve continuare nell’opera di supporto del processo di bonifica e di sostegno alla zona di Chernobyl e alla sua popolazione (penso soprattutto ai bambini) e soprattutto, lottare per evitare delle altre tragedie insensate.

Per aiutare i bambini bielorussi, Legambiente insieme a Weleda sostiene il progetto Rugiada presso il centro Speranza, una struttura ecosostenibile posizionata tra i boschi di Vileijka, in una zona non contaminata. Qui, un centinaio di bambini all’anno, mangiano cibo sano, giocano, fanno laboratori didattici e soprattutto vengono monitorati a livello sanitario.

A conclusione, parliamo dell’ecosistema ambientale della zona. Dopo poco tempo dalla fuoriuscita di radiazioni di Chernobyl, gli alberi presenti nei boschi circostanti sono morti, assumendo poi un colore simile allo zenzero ma più acceso. La zona ora è nota come Foresta Rossa.

Un recente studio, pubblicato sulla rivista Oecologia, capitanato dallo scienziato Timothy Mousseau, co-direttore del Chernobyl and Fukushima Research Initiatives dell’Università del South Carolina, ha messo in evidenza come i microbi presenti nella zona contaminata non siano più in grado di svolgere la loro azione di decomposizione. Gli alberi e le piante morte, presenti nella foresta rossa, erano sostanzialmente gli stessi rispetto al giorno del disastro, quindi quasi 30 anni fa! La vegetazione residua e secca è, quindi, più esposta al rischio di incendio, con incremento della diffusione della radioattività. Il ciclo naturale è stato seriamente compromesso, con microbi e funghi non più in grado di svolgere la loro azione naturale.

Cosa comporterà questo in futuro ancora non si sa.

Per approfondire:

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