Intervista a Marco Colombo

Marco Colombo
Qual è la preparazione che ti permette di svolgere il tuo lavoro di fotografo naturalista?

Sono nato nel 1988 e laureato in Scienze Naturali presso l’Università degli Studi di Milano; questa laurea mi ha dato una preparazione generica di base che è servita in qualche modo ad “educare” la forte passione che ho sempre avuto, si è trattato dunque di un complemento, e non del punto di partenza! Per poter incontrare gli animali o sapere dove crescono certe piante, bisogna documentarsi da soli, leggendo centinaia e centinaia di libri, articoli divulgativi, paper e quant’altro, nonché passare molte ore sul campo. Per quanto riguarda le foto subacquee, il discorso non cambia, vero è che possono essere scattate in un palmo d’acqua nel 90% dei casi, facendo semplicemente snorkeling con maschera e pinne. In altri casi si può andare in apnea, nella prima ventina di metri, ma è sicuramente comodo effettuare immersioni con le bombole, soprattutto per quegli organismi che vivono più in profondità o all’interno di grotte e caverne sommerse; per questi ambienti, ho conseguito vari brevetti di subacquea e attualmente sono istruttore CMAS.

Come è scattata la tua passione per la natura?
Fin da quando ero piccolo ho coltivato una forte passione per la natura, in particolare per gli animali. Crescendo ho assecondato questa inclinazione e anzi a partire dal 1999 vi ho abbinato la fotografia, scattando migliaia di diapositive. La gavetta è stata lunga e nel 2009 sono passato al digitale, anche se non ero molto convinto: poi, una volta realizzato il declino di qualità nello sviluppo dei rullini, mi sono deciso a fare il grande passo. Oggi non tornerei indietro, il digitale non impone un utilizzo “casuale” dello strumento sperando venga una bella foto, è comunque necessario riflettere prima sui propri scatti per poter ottenere materiale di un certo livello.

Questo è il tuo lavoro principale o devi condividere il tuo tempo con un lavoro d’ufficio?
Tengo corsi, workshop, pubblico articoli e libri, realizzo mostre, proiezioni e conferenze; oltre a questo, lavoro nella divulgazione ambientale con le scuole, accompagnando i bambini e i ragazzi alla scoperta dei boschi e delle loro meraviglie nascoste. L’amore per la natura deve essere trasmesso già dalla tenera età!

Come fai a trovare i tuoi soggetti?
Be’, dipende dai soggetti… come scrivevo più su, è fondamentale conoscere le abitudini dei soggetti, sia attraverso la documentazione bibliografica, sia attraverso l’esperienza sul campo. Bisogna sapere la distribuzione geografica e altitudinale, gli ambienti frequentati, le stagioni, gli orari di attività, le abitudini… la serendipità a volte interviene pesantemente, per cui si fanno incontri piacevoli ed inaspettati; altre volte si va a colpo (quasi) sicuro, mentre in certi casi non mancano le uscite a vuoto. Per quanto riguarda gli invertebrati, gli anfibi e i rettili, bisogna camminare molto e cercare nei luoghi adatti; per quanto riguarda uccelli e mammiferi, come il lupo, spesso si tratta di lunghe ed estenuanti attese al freddo.

La tua foto della natrice del collare ha vinto il primo premio nella categoria ritratti di animali al Wildlife Photographer of the Year 2011, puoi raccontare come è nata questa foto? Molti hanno apprezzato il tuo sangue freddo nel comporre l’immagine con il cavalletto e usare un tempo di esposizione lungo, come è andata veramente?
Il bello di quella foto, a mio parere, non è la natrice dal collare (seppur si tratti di un animale accattivante ed interessante), ma l’angolo in cui è ritratta. A molti viene difficile pensare che non si tratti di uno scatto realizzato in post-produzione, in realtà la foto non è affatto modificata, il raw originale è identico alle varie versioni apparse su libri, riviste e web. L’atmosfera è quella di una giungla tropicale, un posto dove i ciottoli sono levigati dallo scrosciare di una cascatella, le radici nodose trattengono la parete e lo spray dell’acqua inumidisce l’aria: tutto vero, peccato si tratti del Piemonte! Un piccolo, nascosto angolo di torrente, di pochi metri quadrati, dall’aspetto indimenticabile. Lo scatto è realizzato sì con un tempo lungo, ma non lunghissimo (comunque una frazione di secondo), poiché l’acqua scorreva velocissima. Ho altre due foto della sequenza, una in cui la testa del serpente è mossa, l’altra in cui ha la lingua fuori (sempre mossa): solo uno scatto è quello giusto. Sono tornato dopo vari anni in quell’angolo, tutto era secco, le pietre spostate e polverose, le radici strappate: l’acqua leviga, modifica e plasma.

Hai spesso come obiettivo un concorso o hai semplicemente il desiderio di illustrare agli altri quello che perdono rimanendo in città?
Non ho MAI come obiettivo un concorso. I concorsi sono semplicemente un piccolo investimento in termini di visibilità mia, del mio lavoro e dei miei soggetti, ma non scatto per partecipare ai concorsi e non vivo questi ultimi in maniera morbosa e competitiva come invece spesso purtroppo accade a molti amanti della fotografia naturalistica. Il mio scopo invece è mostrare la natura italiana in tutta la sua bellezza, a volte in maniera non convenzionale, per rendere partecipe anche il grande pubblico della ricchezza e biodiversità del nostro Paese. Molti credono che per poter vedere animali e piante degni di nota sia necessario raggiungere mete lontane e tropicali o polari, quando in realtà anche in città sotto il loro portone si possono fare incontri emozionanti: l’ultimo esempio in ordine di tempo, un nido di gufi su un alberello in centro città in Brianza.

Il tuo bellissimo libro PALUDI E SQUAME è la celebrazione di un regno animale evitato dalla maggior parte delle persone per paura, come si fa e perchè si dovrebbe invece imparare ad apprezzare questi animali?
“Paludi e squame: rettili e anfibi d’Italia” è il nuovo libro di cui sono coautore con Matteo Di Nicola, e si tratta del primo volume fotografico nel suo genere. Realizzato con il contributo del Parco Locale di Interesse Sovracomunale Rile-Tenore-Olona ed il patrocinio della Societas Herpetologica Italica, racchiude scatti realizzati nel corso di parecchi anni a serpenti, lucertole, testuggini, rane, rospi, salamandre, tritoni… tutti liberi nei loro ambienti naturali italiani. È un volume di grande formato (28x28cm, 112 pagine, copertina rigida), facente parte della collana “Fotografia d’autore” dell’Archivio Fotografico Italiano, edita da Punto Marte. Questi animali, spesso poco considerati o temuti, in realtà sono molto importanti per l’ambiente naturale (svolgono a seconda della specie diversi ruoli che hanno ricadute positive anche sugli umani e le loro attività), nonché particolarmente fotogenici! L’Italia ospita un patrimonio importante, con molte specie endemiche, ovvero che si possono trovare solo qui; è un lavoro “covato” e “coccolato”, che speriamo possa essere un contributo alla miglior conoscenza e protezione di spire e squame, al grido di “Conoscere per fotografare, fotografare per conservare”. Chi volesse ordinare il libro o visionare un’anteprima online potrà farlo al sito http://paludiesquame.wix.com/paludiesquame

Conosci da vicino la vipera e i serpenti in generale, puoi raccontarci qualche esperienza particolare che hai avuto con loro?
Le vipere sono tra i miei soggetti preferiti, indubbiamente. Le loro squame carenate, ruvide, il loro occhio accattivante con la pupilla sottile e verticale, ma soprattutto la variabilità di colorazioni e ornamentazioni (sia in base alla specie e sottospecie che in base alla popolazione e addirittura all’individuo) mi spingono a cercarle negli ambienti più disparati, dalle piane mediterranee del Meridione ai pascoli delle vette alpine, passando per le pietraie e i boschi di latifoglie e conifere. In Italia esistono diverse entità, ovvero la vipera dal corno (Vipera ammodytes), delle Alpi orientali, bellissima per via del cornetto apicale sul muso e del colore grigio cenere; il marasso (Vipera berus), tipico degli ambienti d’alta quota delle Alpi centro-orientali, con ornamentazione vistosa a zigzag largo; la vipera di Orsini (Vipera ursinii), minacciata dai cambiamenti climatici e localizzata in poche aree appenniniche; la vipera comune (Vipera aspis), con le sue tre sottospecie vipera di Redi (Vipera aspis francisciredi), vipera delle Alpi (Vipera aspis atra) e vipera del Meridione (Vipera aspis hugyi), diversamente distribuite nel Paese. Credo che tra gli incontri più emozionanti, in questo senso, si possa annoverare quello con dei rarissimi esemplari di vipera delle Alpi (Vipera aspis atra) della varietà “concolor”, ovvero una varietà con una particolare mutazione genetica che la rende sprovvista di ogni ornamentazione scura dorsale: in pratica, si tratta di vipere completamente grigio-argentate, localizzatissime in Italia (un’area del Piemonte) e comunque difficili da incontrare.

Come ti avvicini a i tuoi soggetti?
Tutto dipende da quali soggetti si tratta. Come dicevo, è importante conoscerne molto bene le abitudini! Visto che stiamo parlando di vipere, nel loro caso solitamente bisogna camminare molto, negli ambienti adatti, e la loro presenza allo scoperto è influenzata da numerosissimi fattori, a volte prevedibili, altre no: meteo, temperatura, precipitazioni, pendenza, versante, tipo di vegetazione, stato fisiologico dell’individuo (digestione, gravidanza, muta, etc.) possono tutti influenzare il comportamento dei serpenti. Per fotografare da vicino le vipere proteggo le mani con dei robusti guanti, poiché loro ovviamente provano a mordere la reflex che è una sorta di “astronave” che si avvicina; va da sé che non bisogna assolutamente improvvisarsi e la cosa migliore da fare è non uccidere questi animali e, se si vuole fotografarli, rimanere a debita distanza osservandoli tranquillamente. Per chi fosse interessato, comunque, pubblico sul mio profilo personale di Facebook (comunque aperto a tutti coloro che sono amanti di fotografia e natura) e meno di frequente sulla mia pagina pubblica foto di backstage che mostrano le condizioni di scatto e i retroscena.

Puoi parlare un poco dell’attrezzatura che usi per fotografare?
Una buona attrezzatura è sicuramente un valido aiuto, ma come dico sempre non è l’attrezzatura a fare le foto: ho visto scatti stupendi realizzati con compatte (raramente, perché bisogna essere bravi e avere occhio), e scatti orribili realizzati con le macchine e gli obbiettivi più costosi in circolazione (di questi invece se ne vedono parecchi). Fuori dall’acqua scatto con una Nikon D700 e obbiettivi che vanno dal fisheye (10 mm) al teleobbiettivo non troppo spinto (70-200mm), non ho ottiche di lunghezza superiore per cui tutti gli scatti sul mio sito (www.calosoma.it), anche quelli agli animali più rari e difficilmente avvicinabili, sono fatti con queste, a volte abbinate a tubi di prolunga, lenti addizionali, moltiplicatori, flash vari. Sott’acqua utilizzo una Nikon D90 con gli stessi obbiettivi, all’interno di uno scafandro Isotta, e due flash Nikonos SB 105 completamente manuali, retaggio del mio lungo percorso in analogico.

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