Granelli… di plastica

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Uno studio di quarant’anni fa sosteneva che agli oceani fosse destinato lo 0,1% di tutta la plastica prodotta al mondo che, allora, ammontava a 45.000 tonnellate annue. Dal 1970 a oggi, la produzione di plastica è, a voler essere ottimisti, cinque volte maggiore ma, nonostante ciò, trovarne traccia in mare è un’impresa quasi impossibile!

E’ ormai noto a tutti che, in zone remote dei nostri mari, in corrispondenza di cinque grandi vortici oceanici, si sono formate, nel tempo, delle vaste isole di plastica ma, la quantità di rifiuti lì presenti non si avvicina neanche lontanamente a quella che ci si aspetterebbe a seguito di una così massiccia e prolungata immissione di materiale non biodegradabile.

A confermarlo un articolo da poco pubblicato su “Proceedings of the National Academy of Sciences”, a conclusione di una vasta campagna di investigazione, Malaspina Expedition, guidata dal Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo con la collaborazione della Marina Militare iberica.

Gli autori dell’articolo hanno elaborato i risultati di 3070 campionamenti realizzati nel corso di alcuni anni di ricerca. Secondo i loro dati, l’88% dei campioni analizzati, hanno al loro interno tracce di materiale plastico, anche se in quantità variabili. Come ci si poteva aspettare, le concentrazioni maggiori sono state registrate nelle cinque aree oceaniche di accumulo ma, la quantità di plastica che il mare restituisce è incredibilmente poca, se confrontata a quella che annualmente v’immettiamo.

Dove si nasconde tutto il materiale plastico che, incoscientemente, cediamo al mare?

Analizzando per classi dimensionali la concentrazione dei frammenti di plastica sulla superficie degli oceani, i ricercatori hanno subito notato la bassissima concentrazione di piccole o piccolissime particelle. La plastica, negli anni, va incontro a una progressiva frammentazione legata all’azione meccanica del mare e alla radiazione solare; ci si aspetterebbe quindi che la superficie marina sia ricoperta di uno spesso strato di piccoli granelli di plastica ma, i risultati recenti provano che così non è. I ricercatori hanno individuato quattro possibili cause: la deposizione lungo riva, la nanoframmentazione, il biofouling, e l’immissione nella catena alimentare marina tramite ingestione.

Per quanto sia sempre più facile riconoscere granelli di plastica tra le sabbie della nostra spiaggia preferita, solo una piccolissima parte della plastica perduta è depositata lungo riva; una frazione maggiore di piccole particelle plastiche entra in gioco nel fenomeno del biofouling, le vistose incrostazioni che compaiono sugli oggetti sommersi.

Non è ancora chiaro in quale percentuale ma, i ricercatori ammettono che una parte della plastica potrebbe aver subito una frammentazione tale da essere stata scomposta in nano-particelle, troppo piccole, per essere raccolte dalle reti del campionamento.

L’ultima ipotesi, quella più preoccupante, riguarda la possibilità (quasi certezza, ormai) che parte della plastica che noi abbiamo gettato in mare nei decenni passati, ce la stiamo letteralmente mangiando, perché entrata a far parte della catena alimentare. Dopo tutte le testimonianze di uccelli e mammiferi marini morti a causa dell’ingestione di grandi frammenti plastici, non è difficile pensare che frammenti molto più piccoli siano ormai parte della dieta di quei pesci che finiscono giornalmente sulle nostre tavole.

Lo studio di Andrés Cozar è solo il primo passo verso la stima del danno compiuto a discapito un ecosistema così importante come quello marino che ha già profonde ripercussioni sulle nostre scelte di vita quotidiane. Speriamo seguano presto nuove indagini per capire come potremo proteggere la salute dell’intero pianeta.

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