L’oro di Colombo, racconto dal libro ‘Caraibi’

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PRIMA DI 3 PUNTATE

..’Matt era un inglese. Te ne saresti accorto anche se non avesse aperto bocca. Il mento allungato e l’atteggiamento un po’ imbalsamato per i modi spicci di quelle parti la dicevano lunga. A dispetto del suo accento di classe alta, il vento ed il sale gli arruffavano i capelli biondicci ben oltre l’accettabile per uno del suo rango, così che Matt a bocca chiusa non si distingueva troppo da quei tanti che s’aggiravano pei Caraibi in cerca di fortuna. Infatti anche lui era laggiù in cerca di fortuna, ma non di una fortuna generica: era proprietario di una salvage company, una società di recuperi navali e cercava un tesoro. Per mettere su la società aveva tirato in ballo un certo Craig, un vecchio altofondalista che aveva speso metà della sua vita sulle piattaforme petrolifere del Mare del Nord, e l’aveva portato a nella Repubblica Dominicana.

Il tesoro in questione era partito da Santo Domingo nel 1502 e non era mai arrivato a destinazione tutt’intero. Lo trasportava la flotta di Francisco de Bobadilla, un tipo che una volta nominato Secondo Governatore delle Indie aveva messo agli arresti Cristoforo Colombo. Estromesso l’Ammiraglio Colón e deciso ad ingraziarsi Isabella di Spagna, de Bobadilla si apprestava a consegnarle tutte le ricchezze accumulate da quella florida ma difficile colonia. La flotta, forte di circa 30 navi stipate di oro, schiavi tainos e perle preziose, era partita nonostante Colombo avesse messo tutti in guardia circa una tempesta imminente. De Bobadilla, sospettando un tentativo dell’Ammiraglio di ritardargli la partenza, non lo ascoltò. Un uragano distrusse la flotta.

Ironia della sorte, o clemenza del Mare per uno dei suoi figli prediletti, l’unica nave che raggiunse la Spagna era quella che conteneva le ricchezze di Colombo. Il punto esatto dell’affondamento era, da 500 anni, un affascinante rompicapo per gli appassionati di tesori e Matt era convinto del fatto suo. Per scovare il tesoro lui e Craig avevano dato fondo a tutte le risorse, ma dopo mesi di ricerche incessanti erano agli sgoccioli e per rimediare nuovi finanziamenti erano ricorsi alla rivista per la quale scrivevo, un magazine di quelli che spiegano a turisti e residenti cosa succede nella zona, dove mangiare, dove fare festa, dove spendere i coupon. Scrivere non era il mio mestiere, ma la rivista mi passava uno stipendio e delle provvigioni sulla pubblicità che vendevo. Quello di Matt per me era un caso completamente diverso dagli altri, un caso molto più interessante.

“Mi incuriosisce che stiate cercando dalle parti del Silver Bank, a nord dell’isola. Secondo prove documentali dell’epoca e recenti ritrovamenti la tempesta avrebbe colpito la flotta a Mona Passage, ad est… mi sembra piuttosto lontano dal Silver Bank.” Glielo dissi davanti ad un Añejo Carta de Oro, al fresco dei condizionatori del pub più elegante di Puerto Plata. Non ero un esperto di tesori, m’ero solo informato prima dell’intervista.

“Pensaci solo un attimo” rispose Matt con calma, “quella non fu una semplice tempesta; si trattò di un uragano di fortissima intensità. L’occhio del ciclone passò sopra di loro, e se ti passa l’occhio sulla testa il vento ricomincia in direzione opposta” Matt sedeva davanti a me con le gambe accavallate, la mano pigiata sulla coscia, un sigaro tra le dita. Una lama di luce bianca e torrida attraversava con insolenza l’atmosfera fresca ma ambrata dell’interno, facendo brillare davanti al suo viso scottato un filo di fumo azzurrognolo.

“Vuoi dire che il vento sparpagliò la flotta?” domandai.

“Più o meno. I reperti rinvenuti dieci anni fa dalle parti di Isla Mona sono solo frammenti che molto probabilmente appartengono a quella parte della flotta del 1502 che tentò di ripararsi sotto costa, o di tornare indietro. L’altra parte fu sospinta dall’uragano in direzione opposta. L’ammiraglia, con de Bobadilla a bordo, era tra queste.” I suoi occhi mandarono uno scintillio quasi impercettibile.

“Come lo sai?” domandai. Lui tirò una boccata dal sigaro e rimase in silenzio, come per cercare le parole in un luogo lontano dentro di sé.

“Quando partivano da qui andavano a cercare il vento. Per farlo dovevano sfruttare l’aliseo che viene da est ed andare il più possibile verso nord. Arrivati più meno all’altezza delle coste del Maryland, il vento cambia e ti riporta indietro, in Europa. Questo, Colombo, l’aveva intuito già prima di intraprendere il suo primo viaggio, non era un improvvisato quel tipo. Per andare a prendere quei venti barche armate in quel modo, cioè con quel tipo di vele, dovevano seguire una certa rotta. Una sola era possibile per quella configurazione velica e per quella che era la loro esperienza sui venti della zona” continuò con lo stesso sguardo assorto, “dovevano per forza andare ad ovest-nord-ovest. Non avevano altre possibilità” disse come ripetendo a sé stesso questa convinzione.

“Dopo quattro o cinque giorni di navigazione, quando l’uragano investì la zona, dovevano aver già attraversato da un pezzo quello che oggi si chiama Mona Passage, quindi erano già sul Silver Bank. Ed il vento, suppongo, cominciava a farsi sentire. De Bobadilla doveva andare a nord-ovest, tornare in Spagna. Ogni altra rotta sarebbe costata una fatica immane.”

Finita la frase poggiò il suo bicchiere. C’era rimasto solo del ghiaccio ingiallito dal liquore.

Una parte di me voleva credergli ciecamente, l’altra parte di me frenava pensando alle tasche dei lettori.

“Non sono così sicuro che un fantoccio partito contro gli ordini di un Cristoforo Colombo non abbia cambiato idea” obiettai.

“Bullshit! Quella tempesta era davvero imprevedibile, Colombo tentò solo di guadagnare tempo! Non stiamo parlando di piccoli diportisti contenti di vestirsi Henry Lloyd al club della darsena ogni sabato! A bordo dell’ammiraglia c’era uno come De Torres. Quella gente era dura, erano navigatori spagnoli del ‘500, conquistadores. Gli imperi non si fanno con i marinai della domenica.” La sua espressione, ora, mi ricordava proprio Trafalgar Square, coi quattro leoni ai piedi della statua di Nelson. Aveva di nuovo ragione. Difficile dar torto ad un seaman inglese, quando si discute di come si fanno gli Imperi.

“Va sempre a finire che voi inglesi avete ragione” dissi.
Matt alzò un sopracciglio, e tirò un’altra boccata dal suo sigaro.
“Va sempre a finire che voi italiani alla fine, ma solo alla fine… state dalla nostra” disse con un sorriso tra il sarcastico e il divertito.
“Stiamo parlando comunque del Silver Bank, non è esattamente un due camere e cucina, ma un centinaio di miglia quadrate di reef” osservai.
“Io so esattamente dov’è quella flotta.” Pronunciò la frase con una tale determinazione che non riuscii a formulare nessuna domanda, poi le sue labbra si distesero in un sorriso.
“Me lo ha detto De Torres, l’Ammiraglio” aggiunse con aria furbetta. Si stava prendendo gioco di me, oppure non voleva rivelare qualcosa. Il fiato per parlare mi tornò.
“E come ha fatto a dirtelo?” domandai.
“In sogno” rispose.

Decisi di essere onesto. Convinsi il direttore a pubblicare l’intervista, solo l’intervista. La rivista raggiungeva anche le Isole Turks & Caicos, dove i soldi si sentivano a loro agio, anonimi e indisturbati. Perché no? Proporre un sogno prima di venderlo. Perché non aspettare i commenti dei lettori? Matt lo sapeva. Il tesoro di Colombo. Cosa avrebbe intrigato di più? I sogni possono più della realtà. Decisi di dargli una mano. L’idea non piacque molto agli italiani della zona. Da un anno, cioè da quando avevo iniziato a lavorare per Maurice, il direttore della rivista, mi pregavano di inserire i loro ristoranti nei miei articoli. Io, invece stavo facendo pubblicità gratis a un inglese che per di più usava parole di considerazione per l’infame Governatore che ci aveva arrestato il Grande Genovese. Ovviamente a nessuno di loro era venuto in mente che tutto quell’oro era stato strappato agli Indios Taino originari della zona, o alle miniere dell’isola per mezzo di braccia ridotte in schiavitù, e che il governo dominicano avrebbe beneficiato del 50% del ritrovamento.

Ignorai le proteste. Un sognatore, e Dio solo sapeva se sincero, valeva più di mille “Mamma Maria” o “Pizza Vesuvio”; Anche se in quei locali trionfavano il bianco, il rosso ed il verde e la spocchia imperiale inglese mi sembrava un affronto a chi, come i portoghesi, gli italiani e gli spagnoli, aveva insegnato a questi altezzosi a navigare, decisi di tirare dritto. Provai perfino tenerezza per quella carnagione diafana esposta al vento, al sale, a migliaia di immersioni ed al sole dei tropici. Volevo vedere la fine della storia. Una storia che avevo iniziato a scrivere e che, soprattutto, era vera.

Craig, a differenza di Matt, era un uomo tarchiato, occhi e capelli scuri, e mi era infinitamente più simpatico del suo socio come gli scozzesi in genere lo sono più dei loro vicini del sud. Entrò in redazione in quel suo modo goffo che includeva il dover fare almeno una battuta, così da mascherare l’imbarazzo per un favore tanto utile alla causa quanto inaspettato .

“Una birra, Craig?”
“La birra locale non è male per essere una Pilsner” osservò rilassandosi con un sorriso.
“Abbiamo ricevuto un bel po’ di lettere da gente interessata al vostro progetto.” Una Presidente gelata uscì dal frigo e finì nelle sue mani.
“La cosa non mi sorprende” disse dopo una bella sorsata.
“Neanche a me.”
“Siamo a buon punto, ma siamo a corto di soldi. Sai cosa vuol dire mantenere tutte quelle attrezzature? Marinai, carburante! Tu, almeno… lo sai.”
“Non parliamo di barche” tagliai corto. In fondo nessuno ama parlare dei suoi fallimenti. Soprattutto quando si tratta d’amore e di barche.
“Eppure so che quel tesoro c’è, è laggiù. Aspetta solo che due coglioni come noi ci mettano l’anima per andare a recuperarlo.” Finì la sua birra d’un fiato e si appoggiò alla finestra. Era una finestra con le lamelle di vetro che si aprono come tende veneziane. Una folata di vento gli agitò il colletto dell’immancabile camicia militare, ma i suoi capelli erano troppo corti e troppo spessi per ondeggiare come quelli di Matt. Capii in un quel momento che era preoccupato. Per qualche via indecifrabile mi sembrò di vedere me davanti alle spese dell’ormeggio che crescevano mentre i clienti dei charter continuavano a cancellare. Mi domandavo come mai uno come Matt avesse potuto coinvolgere un Craig in quel sogno. Non solo Craig, anche i risparmi di Craig.
“Sarebbe un peccato dare forfait proprio adesso, proprio adesso che ci siamo fatti un’idea più precisa di dove e come cercare.”
“Che ne dite se faccio un salto da voi, sul pontone, per scrivere qualcos’altro? I lettori sono curiosi, ed anch’io lo sono.”
“Sei subacqueo?”
“Direi di sì.”
“Il tender sarà qui domattina alle 6.”
“Se c’è posto ci sarò.”
“Ci sarà posto. Ma non garantisco quando potrai tornare… forse tre giorni?”
“Scrivo per un mensile, e siamo solo ai primi del mese.”
Craig sorrise, lanciò la bottiglia vuota nel cestino ed uscì. Si voltò solo per dire:
“Portati l’attrezzatura, se ce l’hai, se no… ti facciamo pagare l’affitto!” Sparì nella calle principal.

Da quando avevo lasciato l’Europa in preda ad un sogno, non avevo più considerato di buttarmi in un altro. Ma adesso era diverso; non ero più io, con soldi anima e fatica, il protagonista. Ero un testimone, uno spettatore. Non ci avrei mai scommesso un peso, avrei aperto l’ennesimo ristorante, piuttosto, ma come giornalista non potevo lasciarmi sfuggire quella chance. Al diavolo i soldi dei lettori, sapevo come cucinarmeli. Nessuna richiesta di sovvenzioni, per ora. Non potevo sbilanciarmi, ma potevo tenerli col fiato sospeso, farli morire di curiosità, come facevano certe ragazze della zona. Al diavolo i soldi. Cosa sono i soldi senza un sogno in cui bruciarli?

La lancia partì in un mare levigato come una lastra d’acciaio. Il respiro dell’Oceano agitava la superficie come un immenso lenzuolo scosso da grandi lontananze. Un vento soffiava chissà dove, ma nella zona c’era un’insolita bonaccia.

Il pontone ci apparve dopo parecchie ore come un insetto posato sull’acqua, solitario e ferrigno. Matt ci tese la mano e ci aiutò a salire a bordo. Era stato educato a non mostrare troppo le sue emozioni, dovevo quindi indovinare da me il suo vero grado di felicità oltre quel benvenuto formale.

C’era odore di ruggine e di nafta, di neoprene e di urina. Il pontone non era più lungo di un centinaio di piedi, largo poco più della metà. A bordo, tra compressori, cavi, verricelli e paranchi arrugginiti, una colonia di gabbiani sembrava essersi messa a suo agio. Mi portarono in una specie di container aperto da un lato che fungeva da plancia di comando, cuccetta e cambusa. Da un vecchio bidone spuntavano alcune decine di mappe arrotolate. Indovinai che le avevano tolte dal tavolo da carteggio per impedirmi di ricavare la posizione esatta ed i dettagli del loro metodo di lavoro. Ne restava solo una, per me illeggibile, tracciata a mano. Era composta di fogli A4 incollati tra loro col nastro adesivo trasparente, forse il risultato di meticolose osservazioni ad occhio nudo, fotocopie e stampate di letture di sofisticati strumenti. Osservai la dotazione di bordo. Non avevo mai visto una tale concentrazione di ecoscandagli, monitor, metal detector. Il gran numero di cavi elettrici faceva pensare più ad un nido di serpenti che ad una plancia di comando. Su un piccolo schermo appariva e scompariva la fisionomia del fondale.

“A che quota state cercando?” domandai.
“Qui sotto ce ne sono 45.”
“Non sono molti.”
“Non sono pochi, se ci devi lavorare per ore ed ore, giorni e giorni e senza la possibilità di una saturazione in campana.”
La campana era qualcosa di abbastanza costoso che si usava per svolgere lavori a grandi profondità. Volevo che me ne parlasse.
“In pratica è una stanza dove la pressione dell’aria al suo interno non è molto differente dalla pressione alla profondità in cui lavorano i subacquei” disse Craig, “è un sistema che ci consentirebbe lunghe permanenze alle quote operative senza dover tornare in superficie dopo ogni immersione affrontando lunghissime soste di decompressione. Operando da una campana, cioè in saturandoci d’azoto, la decompressione viene effettuata solo una volta al rientro dalla missione, a volte dopo giorni di permanenza nella campana stessa. Questo tipo di tecnica si chiama lavoro in saturazione.” Chiusi il taccuino.

Craig doveva aver passato almeno due anni della sua vita in un posto del genere, giocando a carte o leggendo giornalini in attesa di uscire di nuovo ad allacciare cavi, ispezionare valvole nel buio di quelle profondità. Chissà quante decompressioni aveva alle sue spalle, a volte così lunghe da richiedere più di una settimana.

“E se vi toccherà cercare a quote dove non potete fare a meno di una campana?” domandai io.
Craig alzò le spalle.
“Faremo senza” disse malinconico. Poi s’affrettò ad aggiungere:
“Ma se lo troviamo, secondo me si trova anche una campana per andare a prenderlo” e mi strizzò l’occhio.
“Senza, però, siete costretti a scartare le quote alle quali non potreste lavorare con solo le bombole in spalla” dissi. I suoi occhi emisero un lampo di preoccupazione. Non rispose nulla, né io aggiunsi altro. Ci studiammo per un po’, avevamo capito tutti e due. Quello era il loro metodo di lavoro, battere le quote meno profonde per prime in attesa dei soldi per una campana.
“Il metal detector ha rilevato qualcosa proprio qui sotto. Ti va di venire con noi a dare un’occhiata?”
“Non aspetto altro da ieri sera.”
Mi passarono una muta vecchia e logora, ed un bibombola da mettere sulle spalle.
Matt restava a bordo, col meccanico e coi due marinai dominicani.
“Quanto resteremo giù?”
“Fino a metà della riserva dell’aria, se occorre. Poi ritorniamo su, ci sarà bisogno di un po’ di decompressione.”
“Decomprimiamo in aria?” domandai.
“No, in ossigeno. Troveremo una bombola d’ossigeno a 6 metri, sotto al pontone”.
“E se ci perdiamo il pontone?”
“Se mi fossi perso nel Mare del Nord non sarei qui a raccontartela, amico mio” rise Craig.

Mi chiese di portare con me, arrotolato in una piccola sacca, solo un pallone di segnalazione, da gonfiare per marcare il punto se scoprivamo qualcosa d’interessante, ed uno più piccolo nel caso fossimo emersi lontani, così che la lancia potesse recuperarci ed eventualmente calarci altro ossigeno per la decompressione. Dalla sua imbracatura, invece, pendeva un bel po’ di tutto quello che si potrebbe portare sott’acqua: una macchina fotografica, un rocchetto col filo d’Arianna, ed un metal detector portatile, martello e scalpello.

Un cestello ci calò in acqua, fino a mezzobusto. Ci ficcammo gli erogatori in bocca e, raggiunta una certa quota la sponda del nostro strano ascensore si aprì, e continuammo la discesa lungo una cima. Non si vedeva il fondo, solo il blu. La cima verdognola spariva in un balenio di raggi. Craig scendeva così veloce che doveva fermarsi ad aspettarmi.

A venti metri si intravedeva qualcosa del fondale, il blu sotto di noi ora appariva a macchie di differente intensità. Per quel che potevo capirne io non c’era neanche troppa corrente. A 42 metri m’accorsi che eravamo su di un vasto pianoro grigiognolo, pieno di spugne e di coralli frusta. Avevo visto fondali più ricchi e più colorati di quello, ma non eravamo lì per il paesaggio. Sul fondo Craig mi chiese di contare le sue dita, per verificare il mio livello di lucidità. Sentivo la testa leggera e l’erogatore un po’ duro mi costringeva a controllare la respirazione, a dosare i movimenti. Passato il test arrivò il suo OK ed agganciò il filo d’Arianna all’àncora, poi gettò un’occhiata alla bussola ed iniziammo a pinneggiare nella direzione che aveva deciso. Non c’era un pesce in giro, neanche di quelli piccolini che popolano volentieri le teste di corallo. Una gorgonia, un paio di enormi spugne a barile. Poi Craig si fermò, piantò un picchetto da alpinista sul fondo, vi agganciò un anello a D e ci fece passare dentro il filo. Cominciammo a percorrere lentissime spirali intorno al picchetto, a due metri l’uno dall’altro, fianco a fianco. Ad ogni giro Craig allungava la cima di 4 metri. Il metal detector mandò un trillo e prese a lampeggiare. Il cuore accelerò, per un attimo pensai che stavo per essere testimone del ritrovamento. Seguii Craig fino ad una piazzola di sabbia circondata da coralli. Craig infilò le mani inguantate nella sabbia e mi chiese di dare un’occhiata in giro. I miei occhi vedevano solo coralli, rocce, spugne. Niente altro. Ci voleva una vista allenata, per quel lavoro. Mi girai e lo vidi armeggiare con un cavo d’acciaio incrostato di coralli, poi spuntò una puleggia, anch’essa d’acciaio. Mi chiese di scattargli una foto, poi cercammo un altro po’. Uno squalo grigio parve incuriosirsi e prese a spiarci orbitando a debita distanza, poi se ne andò.

Craig cercò ancora in giro col metal detector, controllò l’aria. Avevamo ancora 100 bar e quasi mezz’ora di decompressione da fare. Tornammo all’àncora. Risalimmo lentamente, col metodo di Craig, una spanna per volta. La bombola dell’ossigeno pendeva dal pontone esattamente a sei metri. Afferrammo le due lunghe fruste e ci mettemmo gli erogatori in bocca. Craig si agganciò ad un moschettone posto sulla cima di discesa, tirò fuori un libro dalle pagine plastificate ed iniziò a leggere. Un barracuda ci guardava neanche troppo sorpreso da sotto l’ombra della piattaforma. Mi agganciai anch’io al moschettone ed attesi. Pensai a chissà quante volte doveva aver subito delusioni del genere. Erano mesi che lui e Matt cercavano. E non avevano mai trovato nulla, oltre al ciarpame.

“Il problema di questa zona è che c’è traffico. Ci sono un sacco di relitti, di roba caduta dalle barche, o che è stata buttata fuoribordo e poi il metal detector ci segnala tutto” disse Matt, “anche sotto la sabbia bastano 2 chili di metallo per farlo scattare. Cercare la sagoma d’uno scafo è ridicolo. In acque tropicali uno scafo di legno diventa presto polvere, difficile che resti intatto dopo centinaia di anni.”

Matt andò giù, a cercare ancora, da solo. Non era detto che non ci fosse nulla oltre a quel maledetto cavo d’acciaio, diceva Craig. Tornò su dopo due ore, poi partì ancora Craig, ma solo per un’ora, ormai il sole stava tramontando. Mangiammo in silenzio, nessuno parlò quella sera. Trascorsi la notte avvolto in un sacco a pelo all’aperto. Ancora una volta in mare – pensai. Le stelle brillavano grosse come aranci.

La mattina dopo Craig mi consegnò il rullino della macchina fotografica.

“Ti servirà per il tuo articolo” disse.

Mentre stavo per calarmi nella lancia Craig mi strinse la mano, trattenendola. Riconobbi di nuovo quello sguardo preoccupato. Sorrisi, come promettendogli il mio silenzio. Allora sorrise anche lui, e lasciò andare la mia mano.

Il pontone si fece piccolo piccolo, finché non sparì sotto l’orizzonte. Solo mare, intorno. Null’altro che mare. Era l’ago nel pagliaio.

Maurice sembrava nervoso. Aveva appena finito di rileggersi il mio articolo mangiucchiandosi le unghie ed ora mi guardava con un’espressione incerta.

“Bello, sì. Cosa vuoi che ti dica? Che non è interessante, o che è scritto male? Potrei dirti che non c’è spazio!” si alzò sbuffando dalla scrivania e s’avvicinò alla finestra. Nella camicia bianca alla luce dei tropici sembrava un uomo d’altri tempi. Era l’unico, a parte i camerieri del Marco Polo, ad indossare una camicia bianca, laggiù. Osservai che gli mancavano le bretelle, e poi poteva essere uscito da un film sui reporter americani. Il pensiero mi fece ridacchiare, lui si voltò.
“Sai qual’è il problema?”
“Qual’è? Dimmelo tu.”
“E’ che quelli là ci stanno usando!” sbuffò.
“Mi sembra che ci abbiano dato già qualcosa, in cambio. La rivista ha raddoppiato le copie, e noi abbiamo alzato i prezzi della pubblicità.”
“No,i soldi non sono tutta la faccenda, caro mio: qui c’entra l’onestà. Le loro attrezzature! Insomma, le tue foto le ho viste anch’io, uno che non se ne intende, ma quella è roba d’anteguerra! Roba che affonda alla prima mareggiata!”
“Hanno investito tutto nell’elettronica.”
“Che non hanno pagato” ribatté fissandomi negli occhi.
“Tu sai qualcosa che io non so” dissi. Non riuscii a mascherare un certo disappunto.
“La Royal Bank di Puerto Plata ha ricevuto solleciti di pagamento da oltremare” sibilò Maurice.
“E la loro licenza concessa dal Governo sta per scadere” aggiunsi io stancamente.
“Vedo che questo, almeno, lo sai! E tra un pò ci sono le elezioni” disse con sarcasmo.
“A me, ai lettori, interessa la storia, qualcosa da leggere. Un po’ d’avventura?”
“Non ti sembra ci siano gli estremi per un colpaccio? Si cucinano i nostri lettori, lanciano una sottoscrizione e via, chi s’è visto s’è visto… altro che tesoro di Colombo, con fili, spaghi e pontoni marci! Ma scherziamo?”
“E’ possibile, chi lo nega? Ma come annusiamo qualcosa di losco, non gli diamo più una mano.”
“Troppo tardi, leggi qua!”
Il quotidiano Nacional riportava i fatti, citando il mio primo articolo.
“Questo ci farà aumentare la tiratura! Il Nacional!”
“Si, lo so” ghignò Maurice, cercando di nascondere la sua soddisfazione.
“Allora, lo pubblicherai?”
“E’ già impaginato, per l’edizione speciale. Cosa vuoi che faccia?”

“Vuoi sapere come continua la ricerca sui fondali dei protagonisti?
Giovedì 27 novembre la seconda puntata de L’oro di Colombo”

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