L’oro di Colombo, racconto dal libro ‘Caraibi’

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SECONDA DI 3 PUNTATE

Balaguer, il presidente della Repubblica Dominicana, era in carica da oltre venti anni, puntualmente rieletto ad ogni ballottaggio. La gente lo amava, ma questo non voleva dire che le cose andassero bene. Poteri in auge da così tanto tempo finiscono per favorire una rete oligarchica che espande le sue radici su favori e corruzione. Molte piantagioni di canna stavano chiudendo, la crisi mondiale dello zucchero si faceva sentire su d’un paese allo stremo, dove a malapena si garantiva il minimo di sussistenza alimentare per ogni abitante. Un minimo garantito solo nelle campagne. Nelle grandi città, in giro per le sterminate bidonville, imperava la fame, mentre una piccolissima cerchia di poche famiglie disponeva del 95% della ricchezza del Paese. Questo squilibrio aveva portato ad una crescita vertiginosa del Partido Blanco, l’opposizione. A capo del Partido Blanco s’era posto un certo Peña Gómez, un socialista di idee rivoluzionarie e con forti simpatie per la Cuba di Castro. Queste simpatie, ovviamente, non erano affatto gradite dagli americani, i signori della regione. Intanto, ad Haiti, paese confinante, era scoppiata la rivolta. Haitiani derelitti sfidavano le mitragliatrici delle guardie di confine per andare a pesare su d’un paese già povero, ma agli occhi di conosceva solo fame, fame cieca la Repubblica Dominicana era vista come una piccola Svizzera. Peña Gómez si diceva fosse d’origine haitiana. E, come tutti gli haitiani, era sicuramente dedito al vudù. Anzi, era sicuramente un maestro di cerimonie vudù.

“Dicono che domani sera la televisione manderà in onda un filmato dove si vede Peña Gómez che compie un rito vudù!” me lo sussurrò Alejandra mentre mi serviva una Corona ghiacciata, ma la cosa era ormai sulla bocca di tutti. Alejandra, come quasi tutti i proprietari di qualcosa, nel suo caso un bar sulla spiaggia, e come tutti i cattolici ferventi, era dalla parte del Partido Rojo, il partito di Balaguer.

“Lo so, me lo hanno detto” commentai, ma lei doveva aver colto un’espressione scettica nel mio sorriso, perché quasi s’adirò con me.
“Non ci credi?” domandò.
“Non ce lo vedo un socialista che beve il sangue delle galline!” risi.
“E’ haitiano! Tutti gli haitiani seguono la Santería Negra! Come i Duvalier, che hanno regnato per anni ad Haiti, solo con la magia nera! Noi quella roba non la vogliamo!”
“Sarà, ma io un socialista non ce lo vedo.”
“Tu non sei nato quaggiù, tu non puoi sapere.” M’era arrivato alle spalle con un tono cupo. Era un uomo anziano, col cappello a falde flosce, la carnagione scura e due occhi azzurrissimi. Non l’avevo mai visto in giro. La profondità del suo tono mi fece tacere.
“Fidati di chi è quaggiù da anni, quel Peña Gómez ci porterà tutti gli haitiani dentro casa, gli Americani ci abbandoneranno a noi stessi, sarà la rovina. Ma questo la gente non lo comprende.”
“C’è molta ingiustizia, quaggiù” osservò un altro straniero. Era un tedesco, lo conoscevo di vista, ma non avevo ancora capito se vivesse là, oppure fosse uno di quelli che per un motivo o per un altro, a corto di soldi o per qualche ragazza, restavano in ‘vacanza’ a tempo indeterminato.
“La giustizia è solo la volontà de Dios!” Alejandra alzò gli occhi al cielo.
“Perché tu sei nato alemán, e io dominicana? Perché tu da bambino andavi a scuola ed avevi le scarpe ed io no? Sai dirmi perché?”
“Non lo so il perché, so solo che non è giusto” replicò il tedesco.
“Io lo so, il perché! Lo ha deciso Dios per metterci alla prova!” urlò lei, e sparì in cucina facendo frusciare il suo abito di raso rosso.
“Lo ha deciso Dios, lo dice Dios!” bofonchiò il tedesco, “tra un po’ inizierà la Semana Santa, la settimana di Pasqua. Sai cosa faranno?” continuò rivolgendosi a me, “si metteranno a bere marci, ma marci! E a ballare, e a litigare. La metà di loro affogherà ubriaca in mezzo metro d’acqua. Sai che la maggior parte qui non sa neanche nuotare? Io me ne vado a Santiago, in città. Vedrai quanti se ne porterà via, il loro Dios! Io qui al mare non ci resto.”

L’uomo anziano, intanto, era sparito.

“Ho comprato centocinquanta casse di birra e venticinque di ron. Il problema è che non si troverà il ghiaccio! Faranno tutti festa, anche quelli del ghiaccio” disse Alejandra orgogliosa della sua pila di casse nel retro. C’era vento, quella mattina, ed il sole cuoceva già. Il retro del suo bar era un posto fresco, ma invaso da centinaia di mosche attratte dalle bucce di banana e dagli avanzi dei frullati nel bidone della spazzatura.

“E tu, quando lo scriverai un articolo su di me?” Si mise in posa con una mano sui fianchi ed ancheggiò maliziosa. Indossava sempre vestiti dai colori squillanti, rosso, giallo acido o blu elettrico, di raso o di cotone purché si notassero carnagione e capigliatura scure. Due occhi a mandorla furbissimi saettavano nel visetto proporzionato. Glielo dissi.
“Sei così bella che un articolo lo meriteresti davvero.”
“E allora scrivilo!”
“Fammi pensare…”
“Una foto. Su, cominciamo con una foto!” Si tirò su il vestito lungo la coscia, e lanciò i capelli all’indietro con l’altra mano.
“Un po’ di fiori tra i capelli e ci sei” dissi io.
“Qui i fiori non li ho” osservò preoccupata.
“Ed io non ho la macchina fotografica.”
Mi si avvicinò come con piccoli passi di danza, guardandomi dal basso in alto, fino a sfiorarmi. Poi scoppiò a ridere.
“Non mi compri così” le dissi.
“Allora accontentati d’un Cuba Libre, maricóncito!”.
Il bicchiere pieno finì sotto il mio naso con un rumore secco.

“Hai novità dai cercatori di tesori?” Carlo era stato per anni nella Marina, possedeva un bel ristorante in un punto molto frequentato ed era un subacqueo. Ed era anche l’unico che aveva smesso d’odiarmi per aver dato tutto quello spazio agli inglesi. Ma quella sera ero lì principalmente perché volevo gustarmi in compagnia il filmato del futuro presidente intento a bere sangue di gallina.
“No, non li sento da due settimane, ormai. Stanno ancora cercando.”
“Non troveranno mai niente. Come fanno… Sai quanto è grande quell’area?
“Bisogna pur cominciare, no?”
“Ho visto che avete alzato i prezzi della pubblicità. Non è che puoi metterci una pezza?”
“Non sei l’unico a chiedermelo. Mettila così: più lettori, più potenziali clienti. O no?”
“Dopodomani chiudo i battenti e me ne vado a Miami a cercare tutte quelle cose che mi servono e che qui non si trovano mai” disse cambiando discorso. Il ventilatore a pale cigolava dal soffitto, ma almeno faceva un po’ di fresco e teneva lontane le zanzare.
“A che ora c’è la scena del pollo in tv?”
“Dicono che l’hanno spostata di dieci giorni per via della Semana Santa.”
“Che pagliacciata” commentai ridendo.
“Lo so, ma è pur vero che un sacco di gente s’offenderebbe: il vudù in tv nelle ferie di Pasqua… qui molti son credenti.”
“Già, ci siamo quasi.”
“Dopodomani, inizia dopodomani la Semana Santa.”

Iniziò. Calarono i primi campesinos dai campi. Li riconoscevi perché molti di loro, non avendo mai visto il mare pensavano di essere al fiume, un fiume grande. La gente della costa rideva delle loro espressioni sorprese quando quei poveretti s’accorgevano che l’acqua era salata, e che in quel ‘río’ non ci si poteva lavare perché il sapone non funzionava. Cominciarono a spuntare le prime tende sulla spiaggia ed i primi incidenti di ubriachi investiti dalle automobili con al volante autisti nello stesso stato. C’era un sacco di polizia in giro. Arrestavano a caso, senza un vero motivo, più o meno tutti quelli beccati a bighellonare senza soldi che gli capitavano a tiro. In due giorni le spiagge si ricoprirono di una marea umana, danzante e schiamazzante. E al mercoledì erano già tutti troppo ubriachi per azzuffarsi a morte e le episodiche risse difficilmente finivano con conseguenze gravi. Un giorno, dal cielo, lanciati da un aereo, scesero dei volantini. C’era la foto di Balaguer, lo scudo crociato del Partido Rojo, e la scritta:

“Un Voto para Balaguer es un Voto para Dios.” La gente in spiaggia, col naso in aria, guardava quei fogliettini cadere forse da qualche nuvola lassù. Udii qualcuno gridare:
“Balaguer es Dios!”
S’alzava il numero degli affogati. Giovedì Santo eravamo già a quarantacinque.

Matt mi voleva parlare. Era a Puerto Plata, aveva lasciato un messaggio al giornale. Presi un taxi. Mi ricevette nella hall di un vecchio albergo in stile coloniale, un tempo di gran fama, poi surclassato dagli enormi complessi “full-inclusive” più recenti. L’atmosfera un po’ trasandata non toglieva nulla al suo vecchio fascino. Matt era seduto su d’una grande poltrona di vimini e leggeva il giornale dalla stecca, cortesia che i cinque stelle non usavano ormai più per i loro clienti preoccupati solo di aria condizionata e bevande pompate per bene. Sembrava pensieroso.

“Novità?”
“Una buona e l’altra cattiva” disse Matt. Notai che il suo sguardo era febbricitante, la sua pelle era lucida.
“Cominciamo con quella cattiva, allora.”
“Abbiamo assunto un divemaster, un belga, alcuni giorni fa.”“Non mi sembra una cattiva notizia” suggerii incuriosito.
“S’è fatto male. E’ finito in camera iperbarica, s’è beccato un’embolia gassosa al midollo spinale. Ne avrà per un po’, sempre ammesso che si riprenda, povero ragazzo.”
“E dov’è ora?”
“All’Hospital General di Puerto Plata” disse in un fiato. “Hanno una camera iperbarica.”
“Come ha fatto?”
“Non lo so, era da solo, ha mancato uno stop di decompressione, è rimasto cosciente per poco, poi è svenuto e l’abbiamo evacuato con l’elicottero.”
“Non avevate una camera iperbarica a bordo?”
“Era grave, non ci siamo fidati di trattarlo noi.”
“Accidenti, non ci voleva! A che quota era?” domandai.
“A 45 metri.”

Restammo in silenzio. Una nuvola, gettando un’ombra tetra sul patio, passò come una lieve scossa.

“E la buona notizia?” domandai.
Matt estrasse una busta gialla, di quelle imbottite che si usano per spedire plichi postali. La aprì. Mi mostrò delle foto 15×25, a colori ed in bianco e nero. Sembravano coralli, o sassi. Le esaminai meglio.
“Sono cannoni.” La risposta me la fornì Matt prima ancora che riuscissi ad indovinare qualcosa di familiare in quelle strane forme.
“Cristo, ci siete!” bisbigliai tentando di nascondere la mia emozione. Matt con un cenno della mano mi fece tacere, poi schioccò le dita ed ordinò due Matusalem. Notai che i suoi polsi avevano tremato.
“Potrebbero essere di qualsiasi nave, di qualsiasi epoca, non lo sappiamo. Potrebbero essere volati fuoribordo, gettati fuoribordo durante una tempesta, chissà.” Intanto il rum era arrivato, e lo sorseggiammo in silenzio. Proseguì:
“Non so che fare. Non so neanche se facciamo bene a dirtelo, potrebbe essere l’ennesima beffa del Silver Bank. Ti lascio le foto. Fanne ciò che vuoi.”
“Portateli su e guardateli, allora.”
“Pesano troppo. Non ce la facciamo con le attrezzature che abbiamo, rischiamo di danneggiare il pontone” disse Matt.
“Cosa volete che faccia?” domandai.
“Non lo so. Ci fidiamo. Ma non ci viene in mente nulla sul da farsi.”

Ci salutammo in fretta. Avevamo entrambi degli impegni. Iniziai con l’Ospedale di Puerto Plata. Era un edificio grigio e malconcio, dai muri scrostati. Le pareti dei corridoi erano verniciate fino ad altezza d’uomo d’un verde scuro, governativo, tetro. Notai delle chiazze di sangue rappreso che nessuno s’era curato di ripulire. Mi ci volle un po’ prima di incontrare qualcuno che sapesse cosa stesse succedendo lì dentro. Dagli stanzoni fitti di malati veniva un odore nauseante di materiale organico misto a disinfettante.

“Wilfred de Groote, eccolo: è stato dimesso due giorni fa, e trasportato a Miami, in un centro specializzato, in aereo.”
“A spese di chi?” domandai. Quei trattamenti erano costosissimi.
“Non lo so, credo un’assicurazione subacquea.”
“Dov’è adesso?”
“Non sappiamo in quale ospedale si trovi, ma sicuramente a Miami.”

Ringraziai ed uscii.

Le foto finirono sul tavolo di Maurice. Le guardò e non disse nulla, il tempo scorse lunghissimo. Quelle foto parevano preoccuparlo come se da lì dovessero scaturire mesi di tormenti.

“Dio sa se sono autentiche! Perché vengono da noi? Perché non le vendono al National Geographic?” disse alla fine.
“Dio sa se quella è davvero roba appartenente alla flotta di Francisco de Bobadilla. Neanche loro ne sono sicuri” osservai io.
“Ci devo pensare un po’ su, prima di pubblicare questa roba. Tu intanto rintraccia il belga, e butta giù qualcosa. E io che volevo una rivista pubblicitaria di inserzioni ad uso dei turisti e dei ristorantini chic!” sbottò.

Mi lasciò solo. Frugai nella mia agenda. Sì, era ancora lì, la mia assicurazione subacquea internazionale. Composi il numero verde, che da quelle parti è sempre un ‘1-800.’

“Divers Assist International, Clarissa speaking!”
Sforzandomi di tirar fuori l’accento più fiammingo che potevo, mi qualificai come Willhelm de Groote,, fratello di Wilfred.
“Ho saputo che ha avuto un incidente a Silver Bank, e io corso qui, Puerto Plata da Belgio, ma loro già dimesso lui, Mi ha detto che forse, lui Miami! Miami USciA, loro sanno niente qui, sanno niente solo spanish!”
“de Groote,, mi ha detto?”
“Sì, Wilfrhreed!”
“Come si scrive?”
Ci volle un po’, il mio accento fiammingo era davvero incomprensibile.
“Silver Bank?” sentii che digitava.
“Scilver Bank è dove incidente. Poi primo ospitale Puerto Platta, poi Miami, USA!”
“E’ iscritto” disse.
‘Bingo’, pensai io.
“de Groote,, Wilfred… eccolo, Silver Bank… corrisponde. Un attimo che le trovo suo fratello. Vediamo… sì, risulta: General Hospital Ponce de León, Non è a Miami, è a Fort Lauderdale. Le dò il numero.”

Avevo fatto centro. Misi giù e risi forte. Poi chiamai Fort Lauderdale.

“Sono Jean Claude Dupont, della Divers Assist Europe. Sto cercando un nostro assistito, un cittadino belga di nome Wilfred de Groote,, ricoverato per un incidente subacqueo.”
“Un attimo, cerco l’interno della sua stanza.”
Sentii il segnale di libero, poi qualcuno alzò la cornetta.
“Stanza 411, Janet Martinez… posso aiutarla?”
“Vorrei parlare con Wilfred”
“Chi è?”

Rinnovai le mie false credenziali.

“Mi dica innanzitutto in che condizioni versa” dissi.
“E’ ancora semiparalizzato, ha appena riacquistato l’uso del braccio destro, muove appena le gambe, non è un buon quadro, ma per la cartella clinica deve rivolgersi al reparto.”
“No, ce l’abbiamo, volevo solo parlare con lui.”
“Sono Wilfred” disse la voce tremula e biascicata dall’altra parte.
“Puoi raccontarmi come è successo?”
“Ero a 65 metri” disse lui subito.
“Ne sei sicuro?”
“Ero almeno a 65. Il mio computer s’è bloccato durante la discesa. Avevo con me solo una lavagnetta con su delle tabelle di decompressione scritte a mano da loro.”
“E tu hai continuato?”
“Non avevo altra scelta se non quella di stare vicino al mio compagno!”
“Allora da cosa hai capito a quale quota eravate?”
“L’ho capito dai consumi e anche perché a 60 metri vedo tutto come su d’uno schermo mal sintonizzato, mi succede sempre così, è la narcosi non posso sbagliarmi, su di me ha questo effetto a 60 metri spaccati. Ed io ero più giù.”
“Chi era con te, Matt o Craig?”
“Craig.”
“E com’è andata?”
“E’ colpa mia, mi sono allontanato da Craig e mi sono perso. Per cercarlo sono andato in affanno, la mia testa è andata in pappa e sono venuto su dov’ero, mancando la cima di risalita. Nel blu, senza riferimenti né strumenti, sono venuto su troppo veloce!” lo sentii singhiozzare.
“Come stai, Wilfred?”
“Non riesco nemmeno a pisciare da solo che altro vuoi che ti dica?” riattaccò.

L’articolo uscì. Con le foto dei cannoni. Forzai la mano a Maurice, per questo. Avevano bisogno di una campana, stavano ormai cercando in profondità, ci misi anche la storia di Wilfred. Non potevano andare avanti in due in quel modo.

Intanto la situazione ad Haiti stava precipitando, continuavano i massacri. La gente premeva sulle coste dominicane e implorava aiuto ed asilo, raccontavano storie di famiglie intere uccise a bastonate, a colpi di machete dai Ton-ton Makute. Gli americani erano pronti a intervenire.

Dovevo percorrere la costiera. Il mio compito principale non era affatto scrivere, ma raccogliere soldi per la pubblicità e poi buttare giù articoli a pagamento, sponsorizzati. Poi c’erano i veri e propri advert, le inserzioni ed i coupon per gli sconti e tutto quello che il mondo moderno trapiantato nel vecchio riusciva ad inventarsi per invogliare la gente a spendere e farti passare la voglia di esplorare. Il cliente in questione era a 40 Km dalla redazione, dove stava per sorgere una nuova zona alberghiera. Arrivato al primo villaggio trovai il traffico bloccato. Stava succedendo qualcosa. La strada era assediata da centinaia di camion, auto, motociclette. Una folla immensa spingeva su entrambi i lati della strada costiera. S’udivano i clacson, le grida. Erano tutti vestiti di bianco. La luce era quella totale d’un mezzogiorno terso e senza nuvole.

C’era lui, Peña Gómez. Stava per parlare. Avevo fretta, chiesi al tassista di districarsi dall’ingorgo, ma si voltò verso di me con aria desolata. Seduto all’interno dell’abitacolo mi rassegnai a guardare. Sentii che urlavano più forte, ritmicamente, finché le loro voci si fusero in un unico boato che andava e veniva come un’onda. Centinai di cappellini e di palloncini bianco volarono nel cielo saturo, abbaglianti. La luce, i rumori avevano la solidità del tuono, d’un jet al decollo. Continuai a guardarli, sentendomi subito triste. Speravano, come me, come tutti, in un mondo migliore. Sapevo già come sarebbe andata a finire. Non riuscivo a disconnettere l’idea delle elezioni da quella del tesoro sommerso. Nessuno dei sognatori l’avrebbe avuta vinta, lo sapevo come si sa che sta per arrivare la febbre dopo essere stati in giro nudi. Perché ero così pessimista? Perché ero così europeo da appoggiare tutte le cause perse senza mai credere che vincano?

Al giornale ormai non facevamo altro che raccogliere corrispondenza e altre richieste di sottoscrizione ed ammucchiarle in un faldone che portava il nome della società: “New World Salvage Co. Ltd.”

Un fiume di soldi stava affluendo verso Matt e Craig.

Intanto venne il giorno delle elezioni. Non c’era bisogno di leggere i giornali per capirlo. Vedevi un sacco di gente a spasso col braccio verniciato. Pochi, a Santo Domingo, possedevano documenti personali, così che i votanti, per non farli votare di nuovo, venivano marchiati con l’inchiostro indelebile.

Il famoso video di Peña Gómez che beve il sangue delle galline non andò mai in onda perché non c’era e l’ago della bilancia pendeva verso il Partido Blanco ogni giorno di più. Qualcosa stava per succedere, lo sentivo come un animale con addosso il presentimento di un uragano. Non era un terremoto, che c’era già stato ed era passato leggero e con pochissimi danni, era una sensazione che aveva a che fare con le viscere e coi sogni, coi sogni che non mi ricordavo mai e che non mi lasciavano in pace giorno e notte.

Vedevi camion zeppi di soldati passare a tutta velocità lungo la costiera. Non andavano verso la frontiera con Haiti, come ci si sarebbe aspettato: la maggior parte si dirigevano all’entroterra o a est.

“Sta succedendo qualcosa” disse Juliet. Eravamo sul mio terrazzo, a goderci la brezza fresca dell’oceano. Quella frase, detta da una diplomatica, poteva preludere a chissà quali discorsi. Io, che volevo soltanto avvicinare le mie labbra alle sue, le dissi ciò che pensavo:
“Dite tutti così, ma nessuno racconta per bene ‘cosa’ sta succedendo.”
“E’ buffo, ma in questo Paese si finisce per vivere di sensazioni” disse lei.
“Sensazioni del tutto irrazionali” la guardai fissa negli occhi. Juliet era il rappresentante legale del Canada nella zona. Aveva occhi scuri e lunghi e membra uguali. Sapevo che nulla l’avrebbe messa in imbarazzo e continuai a fissarla. Se ne accorse.
“Non mi abituerò mai alle notti tropicali” bisbigliò distogliendo lo sguardo.
“Può succedere di tutto in notti così” insinuai.
“L’importante è che non ci si svegli con una pistola puntata alla tempia, allora va tutto bene” disse lei.
“Al massimo posso scordarmi della colazione a letto.”
“Mi spaventa l’idea di svegliarmi con gente in divisa che ti entra in camera urlando. Da queste parti sembra essere uno sport.”
“Dipende dal letto in cui ti trovi.”
“Giornalisti” disse, scoppiando in una fragorosa risata, “non c’è letto più pericoloso di quello d’un giornalista.”
“Io almeno non mi occupo di politica, ma di turismo e di pubblicità!”

La brezza si fece più intensa, divenne forte, poi un bel vento robusto. Pensai al povero pontone laggiù. Chissà se avrebbe retto, ma ormai avevo la mia faccia piantata sull’ombelico di Juliet, al diavolo tutte le altre cose che potevano andar male. In quel preciso momento la pelle tesa di Juliet era l’unica cosa che esisteva, anche se ci vedevo dentro il pontone di Matt e Craig affondare.

Giovedì 4 dicembre la terza puntata de L’oro di Colombo”

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