L’oro di Colombo, racconto dal libro ‘Caraibi’

ULTIMA DI 3 PUNTATE

Se proprio dovevo esser sincero non sapevo nemmeno come ero capitato laggiù, ma se dovevo guardarmi indietro e intorno, andava bene così. Svegliarsi ricordandosi che ti è capitato qualcosa di buono e che quel qualcosa di buono è ancora lì, non ti fa porre troppe domande su come o se sia giusto che sia andata così.

Alle undici eravamo di nuovo in terrazza con una piña colada. La brezza forte dell’oceano scarmigliava le palme appena sotto. Il cielo era attraversato da nuvole minuscole, teneri batuffoli di cotone, la luce era tagliente come tra i ghiacciai. All’orizzointe sfilava qualcosa.

“Non sono cargo, quelli” disse Juliet “troppo grossi.”
Entrai a prendere il binocolo in casa e glielo passai.
“Sono PORTAEREI!”
“Fammi vedere.”

Erano portaerei e trasporto truppe americani. Andavano ad Haiti.

“Stanno invadendo adesso!” urlò Juliet. Se per lei quella era una novità, immaginatevi per noi miseri mortali.
“Ma cosa vogliono gli americani da Haiti?”“Quando si muovono è solo per un motivo”
“Petrolio?”
“Bravo, vedo che hai studiato”
“Non sono qui solo per Haiti” disse Maurice indispettito, “sono qui anche per noi. Ancora non si sa come sono andate queste elezioni. Pare che Balaguer abbia perso e il paese rischia di allinearsi con Castro. Questi americani stanno solo approfittando dell’instabilità momentanea di Haiti per cercare di stabilire una base sull’isola.”
“Perché non da noi, Maurice?”
“Perché siamo alleati storici e non oserebbero minacciarci apertamente! Così sbarcano ad Haiti per ricordarci cosa ci conviene fare. Questi sono i giornali di oggi!”

Come giornalista non valevo un accidenti. Ero all’oscuro di tutto. I titoli parlavano di disordini e sparatorie in tutte le più grandi città. A dieci giorni dalle elezioni ancora non si capiva chi aveva vinto. C’erano stati brogli. Solo la costa nord sembrava essere immune dai tumulti, ma non ci credeva nessuno. Non potevo cancellare dalla mia mente i camion militari, centinaia, migliaia di soldati su e giù per tutta la costiera.

“C’è stata una carneficina a Nagua ieri venti morti, ma non ne parla nessuno” sussurrò Maurice.
“Pensi che qui succederà una rivoluzione?” domandai.
“Anche se fosse? Ieri gli americani sono sbarcati ad Haiti.”
“Insisti a dire che sono qui per noi?”
“Non solo per noi, ma anche per il Silver Bank!” sbottò. La sua risposta mi fece trasalire. Non osai domandare nulla, aspettai che si spiegasse.
“C’è il petrolio sotto al Silver Bank. Adesso lo sai!”
“Tu: come lo sai?”
“Io non lo so bene, ma tu comprati le azioni della Standard Oil e così lo sai anche tu. E’ il modo giusto di sapere certe cose” disse.
“Adesso me la racconti tutta, vera Maurice?”
“No, caro mio, no! Quello che dovevo dirti te l’ho detto. Compra quelle azioni di merda e aspetta che qui si calmi il casino!”

Comprai le azioni, ma non è ancora il momento di dire se la cosa mi giovò, o meno. Accaddero prima un paio di fatti. Uno riguarda una telefonata da Dave, un oceanografo americano, l’altra una visita di Craig.

Procediamo con ordine.

Conoscevo Dave da tempo. Anzi, lo conoscevo da prima che mi stabilissi in pianta stabile in Repubblica Dominicana. A Miami lui s’occupava di pesci e di plancton, io di tutte quelle cose che girano intorno al mare e alle barche. Poi seppi che aveva aperto un diving nella zona, anzi, a cento chilometri da noi, con l’intenzione di creare una biosfera marina, un angolo protetto dove poter studiare le sue amate creaturine ma anche ricavarne anche un po’ di soldi. Un utile con il dilettevole. Mi chiamò in un mattino piovoso, uno dei rari sulla costa atlantica, anche in quella stagione.

“Ho visto le foto dei cannoni sul tuo articolo” disse Dave.
“Mi interessa un tuo parere, vai avanti.”
“Beh, sento il dovere di dirti quello che penso. Secondo me quelle foto non sono buone, sono un falso.”
“Come fai…?”
“Amico mio, ho fatto parecchie immersioni in tutta la zona del Mar dei Caraibi ed una certa esperienza ce l’ho, ma anche questo non vuol dire molto, in fondo. Il punto è che… insomma, mi sembra che quei cannoni siano del ‘700. Nel ‘500 erano più corti e tozzi, inoltre si sarebbero conservati peggio!”
“Dave, ho spiegato nel mio articolo che nessuno era sicuro della loro epoca.”
“L’ho letto bene, il tuo articolo. Ma nessuno mi toglie dalla testa che quei cannoni non vengono da lì. Quelli sono i cannoni del ‘Banco Chinchorro’. Il Banco Chinchorro è in Messico, al confine col Belize!”
“Ne sei sicuro?”
“Ci sono stato tre mesi fa ed ho scattato anch’io delle fotografie. Vuoi vederle?”
Ci misi un po’ a ritrovare la voce, poi riuscii a parlare.
“Passo da te” mormorai.
“Vieni stasera, oggi sarò in barca con dei clienti e domani mattina lo stesso, poi partirò.”
Dovevo pensare. Dovevo fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Dovevo parlare, forse, ma con chi? Sogni, maledetti sogni. Era sempre così che andavano a finire. Avevano ragione gli esseri di piombo, anima e corpo? Quelli troppo pesanti per riuscire a volare?

Mi incamminai sotto la pioggerella insistente nella vecchia zona residenziale. L’odore penetrante di terra veniva dai giardini delle ville. Non senti odore di resina come da noi, quando piove da quelle parti, ma solo odore di terra e di fiori, quando ci passi accanto. La camicia zuppa cominciava già ad aderirmi al corpo, stavo di nuovo ingrassando. Mi mancava la fatica, solo la fatica. Non mi mancavano le illusioni né le speranze. I soldi, anche, i soldi che avevo buttato mi mancavano. No, non era quello il punto. Il problema ora era dover mostrare ancora la mia faccia in giro, al giornale. Quello. Nulla era ancora sicuro, ripetevo tra me, ancora dovevo vedere le foto e andare fino in fondo. Dave, be’ anche lui poteva sbagliarsi, no?

Si, speraci! E quando si sbaglia uno come Dave?

Non mi veniva in mente niente altro che passare da Juliet ed invitarla a bere qualcosa. Ecco l’ufficio di Juliet. La guardia armata mi conosce, mi fa entrare. Che bella villa l’ufficio di Juliet! No? Juliet oggi non c’è? Profumo di fiori.

La spiaggia era deserta. Solo le solite poche facce rubizze di quelli che non riescono stare lontani dal bicchiere neanche alle dieci del mattino. Che razza di posto. Puttanieri, alcolizzati, cacciatori di tesori, truffatori, trafficanti, sognatori… Per essere là doveva esserci anche in me qualcosa che veramente non andava.

“Fammi un bel daiquirí, Alejandra, lo voglio robusto come le tue chiappe”
“Ehi! Che faccia che hai… avanti, sputa il problema.”

Decisi di attendere un po’ prima di rispondere. Aspettai che mi servisse il drink, ma dopo averlo assaggiato continuai a tacere a lungo.

“Sto cercando soluzioni ad un problema” dissi sforzandomi di sorridere.
“E le cerchi qui?” Aveva labbra quasi fosforescenti sulla pelle d’ambra scura. Mi fissava da pochi centimetri, piegata in avanti, a braccia conserte sul bancone.
“Sto pensando che la soluzione potrebbe essere quella di saltarti addosso, adesso e qui sul bancone” ero tremendamente serio.
“Non c’è nessuno in giro, con questa pioggia” commentò ancheggiando.
“Ma poi avrei un altro problema.”
“No, sei solo timido, forse un po’ maricon.”
“No, non voglio che ti innamori.”
“Stai parlando di te?”
“Domani c’è Italia Brasile, la finale…”
“Forza Brasile!”
“Lo sapevo.”

Era esattamente ciò di cui avevo bisogno. Il mare rompeva verdognolo sulla spiaggia che con quella luce aveva preso toni rosati, come di trucioli d’abete. Il battito delle onde nel silenzio umido mi rilassava. La pioggia sottile, anche, cadeva senza far rumore. Quella pace che ti godevi lungo il mare nei giorni di pioggia m’era diventata familiare. Tutto, m’era familiare. Non riuscivo a credere che a 60 chilometri da lì l’esercito avesse sparato sulla folla. Pensai alla vicenda di Matt e Craig. E venne la risposta. Dovevo dimettermi. E poi me ne sarei andato. Non sapevo far altro che andarmene, in fondo. Bere. Sapevo anche bere. Avrei atteso la conferma di Dave e poi mi sarei dimesso.

“Dammene un altro” dissi.
“Ti fa male, a quest’ora!” protestò Alejandra.
“Ho la soluzione.”
“E qual è?”
“Me ne vado, torno a casa.”
“A fare cosa?”
“Non lo so.”

Un velo di tristezza le attraversò il bel viso.

“Offro io, allora.” E me ne versò un altro.

S’avvicinò un uomo.
Indossava una camicia di buona fattura ed un cappello da contadino. L’avevo già visto una volta, ma era subito sparito. Ricordavo i suoi occhi azzurri e la sua voce profonda. Notai che era un indio. D’istinto, gli tesi la mano. Il suo sguardo mi attraversò da parte a parte. Prese posto su d’uno sgabello accanto a me.

“C’è pace qui, oggi” dissi io. Lui sorrise ed ordinò una Malta India.
“C’è sempre pace qui in spiaggia quando piove” rispose.
“Quando non c’è nessuno riesci anche ad ascoltare il mare.”
“Il mare porta via brutti pensieri e cuori infranti. Si dice che anche le cose rubate finiscano, prima o poi, in mare. E i cuori infranti, son cose rubate anche quelli” ridacchiò.
“E non restituisce mai niente?”
“Quando lo fa è perché s’è preso qualche altra cosa!” Poi se ne andò senza pagare.
“Chi è?” domandai ad Alejandra.
“Il diavolo” disse lei senza batter ciglio.

Dave mi mostrò le sue foto nel salone di casa sua. Abitava in una villa spaziosa, dai mobili pesanti in stile spagnolo, come si conviene alle classi sociali elevate del luogo. Dalle pareti pendevano solo i quadri della moglie, una pittrice irlandese.

“Vedi: queste foto sono scattate solo con un angolo diverso, ma la posizione dei cannoni è identica. Furbi, eh?”

Dave aveva ragione. Bastava ruotare un attimo la scena ed eccoli, tre cannoni in fila, aperti quasi a ventaglio ed uno sopra, di traverso.

“Mi dispiace, amico mio…” disse colpendomi la spalla. Poi s’alzò, aprì una teca, trafficò a lungo e tornò con due bicchieri di Jack Daniel’s ed una scatola di Montecristo.

Annusai il sigaro e tolsi la fascetta.

“E’ giusto che tu me l’abbia detto” sospirai.
“Non prendertela così, non è un dramma. Anzi: secondo me fai ancora in tempo a sputtanarli, quei due!”
“Dopo che un sacco di gente gli ha versato dei soldi?”
“Meglio tardi che mai. Secondo me sono ancora in giro.”

Non gli dissi che mi sarei dimesso, non volevo dare a lui quella notizia. La sua onestà lo stava privando d’un amico. Quanti guai si fanno per onestà? Se non l’avessi mai saputo, avrei continuato a perorare la loro causa, forse. Alla fine la gente si sarebbe stancata di versare soldi per un sogno e se ne sarebbe dimenticata. Per onestà la gente continuava a protestare nei centri urbani più grandi. Certo, anche loro avevano ragione: le elezioni erano truccate e non era più un segreto per nessuno. Ma quanti morti? Nessuno sapeva nulla di preciso.

La brezza dell’oceano spazzava il terrazzo e la bouganvillae sul terrazzo. Sporadiche nuvole in cielo passavano a coprire le stelle. Le palme, di sotto frusciavano. Non le vedevo, ma sapevo che c’erano. All’orizzonte altre luci. Forse altre navi militari. Avevo appena chiamato Maurice, e glielo avevo detto. Così su due piedi non aveva accettato le mie dimissioni, ma era intelligente e lo avrebbe fatto il giorno dopo. Aveva una notte per pensarci. Io mi sentivo come il capitano d’una nave pronta a partire. Tutto era lì, amabile ma già vissuto, pronto ad essere salutato per sempre. Juliet non rispondeva al telefono.

Suonarono alla mia porta. Era quasi mezzogiorno. Sogni strani, intensi. M’avevano disturbato per tutta la notte. Ero contento d’essere stato svegliato. Ero contento perchè pensai subito che fosse lei. Juliet era l’unica cosa che mi dispiaceva lasciare laggiù, e non ero ancora riuscito a dirglielo.

Era Craig, invece. Scuro come un temporale. Indossava un giubbotto blu e jeans bianchi. Non m’ero mai accorto che potesse apparire così minaccioso.

“So di non avere scuse, per le foto” disse con aria livida. Lo lasciai entrare con riluttanza, ostentando freddezza. Si sedette. Affondò, in una delle poltrone a fiori del salotto.
“Cosa c’è adesso?” domandai bruscamente.
“Ci hanno fatto sloggiare. Due giorni fa. Ti ho cercato tutto il giorno, ieri.”
“Chi vi ha fatto sloggiare?”
“La Marina Americana, la Guardia Costiera Dominicana… hanno interdetto tutta la zona, e le autorità locali ci hanno revocato licenze e permessi! E’la fine.”
“Ah…” feci io. Non me ne importava più un accidente. Decisi di prepararmi un caffè.
“Maurice mi ha detto che ti sei dimesso per la storia delle foto.” Appresi così che Maurice aveva accettato le mie dimissioni.
“E’ stata una mossa un po’ sporca, quella” osservai.
“Non dirlo a me, non è stata una idea mia. Ci servivano i soldi per continuare e ho dato retta a Matt e alle sue… idee!”
“Dov’è il pontone, adesso?”
“A Puerto Plata. Ma non è di questo che volevo parlare con te.”
“Sei sicuro che dobbiamo parlare di qualcosa? Io non scrivo più per la rivista.”
“E invece dovresti, perché ho deciso di restituire tutti i soldi agli investitori e di piantarla con tutta questa storia, ma soprattutto con Matt.”

Lo guardai. Era scuro, ingobbito, sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro. Sentivo il suo imbarazzo pesare su di lui come il mondo sulle spalle di Atlante. Era onesto, o almeno in quel momento lo era davvero. Dovevo dargli una possibilità. Assecondandolo, forse, ne avevo una anch’io di ripartire senza ombre alle mie spalle. Allora lo ascoltai.

“Matt non ha fatto altro che mentirmi, dall’inizio. Quello sarebbe capace di convincere chiunque, dico! Chiunque!”

Mi raccontò una storia confusa, le frasi spezzettate dall’emozione. Mi disse di aver scoperto che Matt aveva contraffatto delle carte, dei documenti antichi, per coinvolgerlo nell’impresa. Disse che gli aveva anche nascosto i dati d’un ritrovamento in un’altra zona e che da un po’ di tempo aveva assunto un comportamento incomprensibile. S’era messo in testa che il tesoro doveva trovarsi per forza in un certo punto del Silver Bank, e non c’era stato modo di farlo desistere, ma poi ieri, davanti a degli investitori preoccupati per la revoca delle licenze, era uscita fuori tutta la storia delle contraffazioni quasi per caso. Matt sembrava vittima di una serie di ossessioni. Tra le varie ce n’era una particolare, s’era fissato che qualcuno da quelle parti gli avesse fatto una brujería, un sortilegio. Concluse che Matt, oltre ad avere buone chance di essere un pazzo latente, era un abilissimo truffatore, un vero manipolatore.

“Ha anche avuto il coraggio di dirmi come gli era venuta in mente tutta quella messa in scena sul punto in cui dovevamo cercare. Mi ha detto che l’aveva sognato!” sbottò alla fine.
“Dov’è adesso?” domandai.
“E’ sparito. Ha svuotato il conto stamattina ed è sparito” disse d’un fiato.
“Quanto c’era?”
“Quasi mezzo milione di dollari.”

Una triste storia di tesori, di bugie e di sogni infranti.

Titolai così il mio articolo, l’ultimo. Alla fine, se Craig voleva essere onesto, né io né Maurice potevamo negargli la possibilità d’aver voce. Craig mise in vendita il pontone con tutto quel che c’era dentro, la lancia, i gommoni e le attrezzature e si disse disposto anche a tirar fuori qualcosa del suo. Maurice sembrava soddisfatto di questa iniziativa, voleva che il giornale tenesse alto il suo nome. Anche questo, io glielo dovevo. In fin dei conti ero io ad averlo forzato sull’intera faccenda. Lui, non ci aveva mai creduto. Presentai l’articolo.

Intanto la situazione a Santo Domingo s’era appianata, grazie ad un compromesso che altrove sarebbe sembrato paradossale.

Per evitare la guerra civile, sia Peña Gómez che Balaguer avrebbero condiviso la carica di presidente per sei mesi, poi avrebbero governato tre mesi per uno. Quello era un altro sogno finito nel ridicolo. Ma ormai ero con la testa al di là dell’Oceano Atlantico. Non sapevo ancora cosa avrei fatto, né dove sarei arrivato. Stavo partendo, era giunto il momento.

Juliet venne a prendermi col suo fuoristrada. Non s’era fatta viva per giorni, da quella sera. Sapevo che s’era fatta negare, ma non ne intuivo il motivo. Mi portò in un bel posto tra le colline, attraverso una specie di giungla lungo un sentierro sterrato, fin sotto una piccola cascata dove c’è una pozza d’acqua limpidissima. La pozza era limpida perché non era domenica. La domenica i campesinos della zona erano tutti lì a lavarsi e sciacquare i panni, e l’acqua diventava grigia per il sapone. Ci appoggiammo a una pianta e lei s’accese una sigaretta.

“S’è rifatto vivo il mio ex” disse.
“Si farà assegnare ad un nostro ufficio quaggiù” continuò.
“E a te va bene?”
“Non lo so, devo decidere. Avevo bisogno di stare da sola a pensarci su.”
“Con me tra i piedi non ti riusciva bene, scommetto.”
“Ho saputo che parti.”
“Avrei voluto dirtelo io.”
“Hai deciso la data?”
“Appena mi pagano lo stipendio a fine mese. Maurice m’ha chiesto di rimanere in redazione, c’è sempre qualcosa da fare.”
“E’tra poco.”
“Ho già comprato il biglietto.”
“Allora c’è una data. Quindi è definitivo.”
“Direi proprio di sì.”
“So che sta succedendo qualcosa al Silver Bank, c’è mezza flotta americana” disse all’improvviso.
“C’è solo petrolio, lì.”
“Tu che ne sai?”
“Le azioni della Standard Oil sono triplicate.”

Fumava nervosamente, sentivo che stava combattendo con sé stessa. Anch’io. Poi si spogliò completamente ed entrò in acqua. La seguii.
Passammo solo alcuni dei giorni seguenti insieme, io ero impegnato ad impacchettare, a vendere, a salutare la gente, a regalare ciò che non potevo vendere nè portare con me in aereo. La redazione non mi dava molto da fare, ma era un vincolo quotidiano. I soliti pochi contatti, la pubblicità.

Poi venne il giorno, l’ultimo giorno prima della partenza in cui ritirai finalmente il mio stipendio. Maurice mi fece attendere un po’ per potermi pagare in dollari, ma tornò con in mano la mia bella bustina.

C’era luce forte, più forte del solito, quella mattina. Forse il ron della sera prima. Forse Juliet.
Era con me. La sentivo tesa, nervosa come un puledro sulle gambe instabili.

“Questi sono i tuoi soldi. Contali.” Li contai. Sentii il telefono squillare.
“Non lavoro più qui, rispondi tu, Maurice” dissi bruscamente, cercando di sopraffare una strana inquietudine. I soldi c’erano tutti, in pezzi da venti dollari. Sempre meglio di pesos inspendibili altrove. Juliet non osava guardarmi in faccia. Guardai Maurice, anche lui aveva una espressione cadente. Aspettai che finisse la telefonata per salutarlo. Mise giù. Era pallido.
“Dicono che hanno trovato il tuo nome ed il numero della redazione in tasca ad uno che sta molto male… è un pescatore.”
“Cristo, che vuole ancora questo luogo da me?”
“Vacci, è meglio. Non si sa mai che non ti blocchino alla frontiera!”
“Dov’è?”
“A Monte Cristi” balbettò Maurice.
“Monte Cristi? Ma è a tre ore da qui, alla frontiera con Haiti!”
“Ti accompagno io” disse Juliet “è meglio che ci sia un passaporto diplomatico intorno a certe cose.”

Attraversammo il deserto di cactus con la capote aperta. La luce era di fuoco, il caldo infernale. In mano avevo un appunto: Jesús. Avevo paura, ma cercavo di nasconderlo carezzando le mani di Juliet. Monte Cristi era allora un luogo dimenticato da Dio e dal mondo moderno, ci inoltrammo tra le casette di legno dipinte a colori chiassosi e chiedemmo in giro d’un certo Jesús. Scoprimmo che ce n’erano tanti, troppi Jesús. Poi, su da una salitella in terra battuta venne un ragazzino. Spuntò come una visione nella caligine, ci prese tutti e due per mano. Sentii che stavo per vomitare. La luce mi rivoltava.

“Gringo sta male, gringo ‘sta muy mal!” diceva.

Lo seguimmo fino ad una fila di piccole baracche di legno che s’affacciavano sulla spiaggia. Entrammo in una di quelle. Inciampai in una bacinella, spillandone il contenuto in terra. Una zaffata d’aceto mi attraversò come una lama. Seduto sulla branda c’era Jesús. Era un vecchio pescatore, mi tese la mano tremante. La cataratta gli annebbiava entrambi gli occhi, notai che piangeva. Disteso accanto a lui uno straniero, col collo gonfio. Era Matt. Ed era già morto. Uscii in spiaggia per dare di stomaco.

Quando mi ripresi ansimando gli occhi mi caddero su una barca in secco sulla spiaggia. A bordo c’erano molte bombole, anche di elio e d’ossigeno, c’erano dei raccordi e parti di attrezzatura. Trovai le pinne, la maschera, il computer subacqueo di Matt. Cominciai a frugare il computer con rabbia, come frugando i suoi ultimi istanti. Marcava 80 metri come massima. Era stato impostato per il trimix, miscela da profondità, ma registrava uno stop mancato chissà per quale motivo.

“Dice che è venuto su e s’è sentito subito male…” mi riferì Juliet quando tornai nella capanna.
“Jesus era stato ingaggiato perchè ormai non c’era più nessuno ad assisterlo in superficie durante le immersioni.”
Il vecchio biascicò il mio nome piagnucolando, e mi porse qualcosa, un involto.
“Para usted” diceva,“para usted!”
Era il portafogli di Matt. Mi strinse le mani fra le sue. Consegnai il portafoglio a Juliet, dovevo vomitare di nuovo.
“Dobbiamo chiamare qualcuno!” diceva Juliet cercando di trattenere la voce rotta. Sentivo le sue braccia cingermi i fianchi mentre ero piegato in due. Sentivo la testa scoppiarmi.
“Se solo l’avessero portato subito in camera iperbarica… sarebbe ancora vivo!” urlai.
“Questo povero vecchio! Cosa vuoi che ne sappia lui!” Sì, aveva ragione Juliet, laggiù nessuno sapeva niente, avevano ragione tutti quelli che ti guardavano e dicevano che l’ha voluto Dio, l’ha voluto Dio! Io non ne potevo più. La collera mi fece riprendere un poco. E quel povero vecchio mi faceva più pena di Matt. Almeno Matt non c’era più, c’era il suo corpo esanime, ma lui se n’era andato.
“Dov’è successo?” domandò Juliet al vecchio in spagnolo, da fuori la capanna. Lui stese il braccio ed agitò la mano su e giù, in direzione del mare.

Arrivarono le autorità. Le solite domande, le scartoffie. Per fortuna con me c’era Juliet. Non si sa mai come certe cose vanno a finire, da quelle parti. Temevo costantemente di essere coinvolto nella truffa come complice. Prima o poi avrebbero cominciato a cercare il mezzo milione di dollari. Io non vedevo l’ora d’andarmene, non vedevo l’ora di lasciare tutto, anche Juliet al suo destino. La sua presenza, sapendo di doverci separare cominciava a farmi soffrire. Uno stormo si levò da una laguna adiacente, ed attraversò il cielo. La nausea passò.

Non parlammo per tutto il viaggio di ritorno. Il resoconto di un anno e mezzo laggiù mi scorreva dentro, come in un film. Le palme, la musica, il ron, le elezioni, i cappellini bianchi nel sole. Tutte quelle immagini, quei volti, quelle sensazioni immagazzinate da qualche parte ora ritornavano su in sequenza inarrestabile, come i cactus che sfilavano al tramonto.

Il ronzio dei motori e l’aria sottile e fresca nella cabina pressurizzata mi anticipavano il mondo asettico che mi aspettava, un mondo quasi senza odori. A Miami avrei deciso sulla mia prossima destinazione. Guardai fuori, verso una barriera corallina che si colorava man mano di tutte le sfumature del turchese. Eravamo sul Silver Bank. Cercai di non pensarci ed aprii il borsello coi miei documenti di viaggio alla ricerca di qualcosa da leggere. Da una zip saltò fuori un portafogli. Era quello che m’aveva consegnato il vecchio pescatore. Juliet doveva averlo messo lì dentro mentre mi aiutava a fare le valigie.

Lo frugai. C’erano biglietti da visita, appunti, forse delle mappe. Infine un pacchettino piatto, forse un regalo. Lo scartai. Era un grosso ciondolo, forse tribale, annerito. Sembrava una gorgiera. Un lato portava un rilievo, probabilmente un diadema. Il lato opposto era liscio, e riportava una scritta, di difficile lettura. Era oro.

Il cuore quasi mi si fermò.

bobadilla

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