Il destino del Pesce Spada

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Sono passati esattamente sessant’anni da quando Modugno, nella canzone “lu pisci spada” cantava della tragica fine di una coppia di questa specie. Il cantante descriveva una classica scena di caccia in cui una femmina veniva arpionata e trascinata verso l’imbarcazione dei pescatori. Il maschio, alla vista della sua compagna morente, non riusciva ad abbandonarla e continuava a starle accanto finché un arpione non avrebbe messo fine anche alla sua esistenza.

Purtroppo la storia raccontata da Modugno non è affatto inventata; lo possono confermare i pescatori dello stretto di Messina che, da sempre, sono consapevoli che arpionare una femmina nel periodo di riproduzione, significa avere buone possibilità di catturare anche il suo compagno, imprudentemente vicino.

Questa forma estrema di fedeltà ha contribuito a creare un’immagine romantica del maestoso pesce spada ma ha mostrato ai suoi predatori (gli umani) una delle sue maggiori debolezze. I pescatori ne hanno approfittato per millenni e, finché la pesca al pesce spada era ancora considerata una caccia e pochissime erano le imbarcazioni dedite a questa attività, si era creato un equilibrio per cui il sacrificio di pochi esemplari bastava al sostentamento di intere famiglie di pescatori.

Oggi, però, non è più così e, per catturare i pesce spada, si usano trappole mortali. Proprio nel Mediterraneo, negli ultimi anni, il loro numero è aumentato tanto, da mettere in serio pericolo la sopravvivenza della specie.

Una commissione internazionale per la protezione dei pesci migratori
ll pesce spada non è l’unico grande pesce che ha subito una così elevata pressione legata alla pesca; simili condizioni si sono verificate in passato per tonni e marlin e, per la gestione delle loro popolazioni, nel 1966, è stata fondata a Rio de Janeiro l’ICCAT (Commissione Internazionale per la Conservazione dei Tonni dell’Atlantico).

La Convenzione di Rio ha stabilito che i paesi firmatari riconoscessero ufficialmente alla Commissione, la facoltà di intraprendere tutti i lavori di ricerca per lo studio e la gestione dei grandi pesci migratori, per valutare gli effetti della pesca sulla loro sopravvivenza e per indicare, ove fosse necessario, particolari restrizioni alla cattura di alcune specie.

XIX Meeting Speciale dell’ICCAT: le decisioni di Genova 2014
La Commissione si è riunita il mese scorso a Genova per definire le nuove quote di pesca per i tonni e le linee guida riguardanti la conservazione di squali e pesce spada.

Molte erano le aspettative legate a questo meeting; nuove quote per la pesca del tonno rosso nel Mediterraneo, che negli anni passati si è trovato spesso sull’orlo del collasso, e un tanto richiesto primo, ma incisivo, intervento sulla regolamentazione della pesca al pesce spada e agli squali.

Le decisioni finali fanno sicuramente discutere.

La Commissione ha deciso di aumentare dal 14% (nel Mediterraneo occidentale) al 20% (nel Mediterraneo orientale) la quantità di tonno rosso pescabile, definendo questo aumento “ in linea con i parametri scientifici”. Dati alla mano, infatti, sembrerebbe che la popolazione di tonno rosso nel Mediterraneo sia in netto recupero grazie alle forti limitazioni imposte a tutti i paesi negli scorsi anni.

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Se il tonno rosso mediterraneo non rischia più di scomparire dal nostro mare, ci sono altre specie che si trovano in grosse difficoltà e nulla è stato fatto, in questa sede, per aiutarle.

Una delle proposte dell’UE era di porre fine alla macabra pratica del finning, cioè la cattura degli squali per privarli solo delle loro pinne. Contro questa richiesta un coro unanime si è levato tra i rappresentanti di paesi come Giappone, Cina e Corea, per i quali il commercio delle pinne di squalo continua ad essere molto redditizio.

Ugualmente, nulla si è deciso per salvare il pesce spada e un’analisi concreta dell’emergenza, già sollevata negli scorsi meeting è stata rimandata al 2016.

Le critiche di Oceana all’ICCAT
Tra le critiche all’incapacità dell’ICCAT di prendere posizione riguardo temi così importanti, molta risonanza hanno avuto le dichiarazioni fatte già a Genova dai rappresentanti di Oceana, organizzazione internazionale presente in Europa e in America.

Oceana è nata con lo scopo di proteggere il mare, i suoi ecosistemi e le specie in via d’estinzione. Non è certo una sorpresa che, al momento, il loro interesse sia rivolto alle specie in pericolo e dimenticate dall’ICCAT.

Già durante il meeting, María José Cornax, responsabile pesca di Oceana in Europa, non ha esitato ad affermare che “L’ICCAT, alla fine, ha rispettato il suo obbligo di gestire adeguatamente il tonno rosso, fortemente sovra-sfruttato in passato. Però lo ha fatto a prezzo di sacrificare gli squali ed il pesce spada, che necessitano urgentemente di metodi di gestione e sono ugualmente importanti per le economie costiere” nonostante i dati confermino, nel caso del pesce spada, almeno un decennio di insostenibile sovra-sfruttamento.

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Ilaria Vielmini ci spiega cosa sta accadendo
Per capire un po’ meglio le future implicazioni e i retroscena del meeting abbiamo voluto fare alcune domande a Ilaria Vielmini, ricercatrice di Oceana, impegnata nello studio sulla gestione della pesca sostenibile nel Mediterraneo.

L’ICCAT ha deciso di aumentare la quota di tonno rosso pescabile nel Mediterraneo. Si può veramente parlare di “recupero miracoloso” dei relativi stock oppure si tratta di un azzardo, considerato che la pesca illegale di tonno rosso è ancora ampiamente diffusa?
L’ICCAT ha deciso un aumento delle quote del tonno rosso entro i limiti precauzionali consigliati dagli scienziati: quello che gli scienziati hanno visto per ora è un timido miglioramento dello stato dello stock del tonno rosso nel Mediterraneo conseguentemente al piano di recupero messo in atto nel 2006. Il messaggio degli scienziati agli amministratori è però stato molto cauto ‘se aumentate le quote fatelo con precauzione’ e nel frattempo cerchiamo di raccogliere più dati che consentano di valutare meglio lo stato di questa risorsa. La pesca al tonno rosso infatti, pur essendo regolamentata, non è ancora propriamente tracciabile. Quindi quello che gli scienziati vedono ora è solo una parte della situazione e potrebbe rappresentare solo una realtà parziale. E’ quindi necessario migliorare la tracciabilità di questa pesca e i dati disponibili.

Nulla di fatto invece per la crudele pratica dello spinnamento degli squali; l’ICCAT ha respinto la proposta dell’UE di porne un veto. Ci sono motivi economici alla base di questa decisione o lo squalo gode ancora di una cattiva reputazione internazionale, tale da non avere il diritto di essere protetto?
Nell’ambito dell’ICCAT, gli squali sono specie commercialmente importanti e non rappresentano solo catture accidentali. Le pinne degli squali sono particolarmente richieste sul mercato e il loro valore in alcuni casi supera quello della carne. Quindi in alcune aree resta un incentivo rigettare la carcassa e stivare a bordo solo le pinne. Negli ultimi anni ci sono stati progressi: alcuni Paesi come come Brasile, USA e l’Unione Europea, hanno adottato il bando di questa pratica nell’Atlantico. Per fermarla del tutto, il bando andrà esteso a tutte le flotte che operano nell’Oceano Atlantico.

In pratica cosa si è deciso per le sorti del pesce spada? E’ vero che sono proprio i pescatori italiani quelli che violano più frequentemente le misure internazionali di pesca?
Mentre per il tonno rosso si è intervenuto nella gestione e si è messo a punto un piano di recupero che dopo molti sforzi inizia a dare i suoi frutti, al pesce spada questa sorte è stata negata durante la riunione ed è finito nel dimenticatoio, come spesso accade quando si discutono le sorti di specie più redditizie. C’è però l’urgenza di un piano di recupero del pesce spada. Proprio quest’anno infatti gli scienziati hanno riportato un quadro preoccupante: lo stock del pesce spada è sovrapescato, da oltre un decennio ormai, e il 75% delle catture sono sotto la taglia minima. Il 90% dei pescherecci che pescano pesce spada nel Mediterraneo sventolano bandiera europea; di questi, 60% sono italiani. La flotta europea e quella italiana hanno quindi una forte responsabilità a livello gestionale. Purtroppo fenomeni di pesca illegale si continuano a registrare. Questi sono legati sia alla pesca illegale con reti derivanti che al mancato rispetto del fermo pesca. Ad esempio l’anno scorso gli osservatori della Commissione Europea hanno denunciato il mancato recepimento, nei tempi dovuti, del fermo pesca del pesce spada nel mese di marzo in alcune zone d’Italia. La pesca illegale genera un mercato illegale, danneggia una risorsa che richiede una pausa urgente per recuperare dalla condizione di sovrapesca e danneggia i pescatori che si comportano correttamente.

L’Europa ha chiuso la procedura di infrazione contro l’Italia poiché ha riconosciuto ‘il grande lavoro fatto dall’Italia nell’ultimo triennio sul fronte della legalità in mare’ eppure, proprio per il pesce spada, la pesca illegale è diffusa, massiccia e testimoniata da molti privati cittadini. Significa che i controlli non sono ancora sufficienti?
La procedura d’infrazione dell’UE verso l’Italia era appunto in riferimento alla mancanza di adeguati controlli per fermare il fenomeno della pesca illegale con le reti derivanti. Le reti derivanti, anche chiamate “muri della morte”, sono una piaga italiana che dura da decenni ormai nonostante il bando europeo che vieta l’uso di queste reti per specie come tonni e pesce spada, perché oltre che pescare in maniera indiscriminata queste reti catturano accidentalmente mammiferi e tartarughe marine. In Italia abbiamo una rete derivante chiamata “ferrettara”, il cui uso è concesso entro alcuni limiti per la pesca costiera ma la stessa rete, se usata oltre i limiti, può catturare illegalmente pesce spada e tonni in maniera non selettiva e indiscriminata. E questo raggiro della legge in Italia va avanti da molti anni. I mezzi legali a disposizione delle autorità e i controlli a mare non sono ancora sufficienti per mettere fine a questa pratica illegale. Non c’è dubbio però che i controlli restano lo strumento più efficace per eradicare questa pratica illegale.

Una questione non sempre affrontata è quella della pesca col palamito. Benché del tutto legale, spesso ad abboccare sono i piccoli di pesce spada. La maggior parte di loro muore già in acqua ma quelli che sopravvivono e vengono liberati dagli ami riportano delle ferite mortali. Il risultato: una strage di spadini nel rispetto delle norme. Cosa si potrebbe fare per evitarlo?
La cattura accidentale di spadini è un fenomeno specialmente associato alla pesca dell’alalunga (Thunnus alalunga) la cui stagione di pesca va da agosto a novembre/dicembre (ottobre e novembre sono mesi di fermo per il pesce spada n.d.r.), sovrapponendosi così ai picchi di abbondanza dei giovanili di pesce spada. Per evitare questo fenomeno è necessario mettere in atto un piano di recupero che comprenda la chiusura alla pesca in corrispondenza di habitat essenziali per il pesce spada, ovvero aree dove si aggregano individui giovanili e aree di riproduzione.

Esistono una serie di pubblicazioni che affrontano il problema della taglia minima legale per la cattura del pesce spada nel Mediterraneo. Cosa mi dici al riguardo?
La taglia minima adottata dall’ICCAT per la cattura del pesce spada è di 90cm (spada esclusa) che è di molto inferiore alla taglia alla prima maturità stimata dagli scienziati circa di 140cm (spada esclusa) ovvero la taglia alla quale 50% delle femmine sono riproduttive e possono contribuire alla ricostruzione dello stock. Quello che ne consegue è che il 75% delle catture del pesce spada mediterraneo è rappresentato da esemplari giovanili di pesce spada che non contribuiranno mai alla ripresa dello stock. Questi dati sono allarmanti e questa problema che va risolto urgentemente nel contesto di un piano di recupero del pesce spada.

L’indagine UE e l’Action Plan Italia
Oceana ha appunto reso pubblico un rapporto della Commissione Europea che prova come la flotta italiana clamorosamente violi le attuali misure internazionali di pesca in vigore nel Mediterraneo. Gli ispettori dell’UE, in missione nelle regioni dell’Italia meridionale nel marzo del 2013, hanno riportato diverse infrazioni durante la chiusura della pesca; dalla presenza di pesce spada nei mercati locali, alla mancanza dei documenti necessari e hanno denunciato la totale assenza di interventi da parte delle autorità deputate al controllo. In breve, la totale violazione del fermo alla pesca del pesce spada stabilito dall’ICCAT nel 2011.

La questione si fa ancora più urgente calcolando che la flotta italiana autorizzata alla cattura conta 12.000 imbarcazioni la cui pressione totale anche rispettando i mesi di fermo non permetterebbe la ripresa dello stock.

A seguito dell’indagine UE, l’Italia ha voluto elaborare un Piano di azione in cui vengono rinforzati i controlli e ridotte le autorizzazioni per l’uso delle ferrettare, le cosiddette trappole della morte. E’ poi obbligatorio, per i pescherecci dediti alla pesca del pesce spada comunicare l’inizio e la fine di ogni battuta di pesca e presentare una dichiarazione settimanale del pescato.

Infine, l’amministrazione nazionale si è impegnata ad aggiornare i piani di controllo delle Capitanerie di porto relativamente alle reti da posta derivanti e a sviluppare un piano nazionale di controllo della pesca.

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Le conseguenze della caccia ai predatori del mare
La caccia ai predatori del mare, come tonni e pesce spada, è stata definita la peggiore azione che l’uomo possa fare contro la natura e già sta facendo sentire i suoi effetti negativi sia in mare che sulla terraferma.

La maggiore richiesta di grandi pesci da parte del mercato, fa si che il valore commerciale di cernie, tonni, pesci spada e squali, sia di gran lunga maggiore di quello di specie che si trovano a gradini inferiori della catena alimentare (come le acciughe o le sardine).

Analizzando più di 200 modelli di reti alimentari, un gruppo internazionale di ricerca, ha dimostrato che, nell’ultimo secolo, gli esseri umani hanno ridotto la biomassa dei pesci predatori di più dei due terzi e la maggior parte solo negli ultimi quarant’anni.

Come abbiamo più volte ricordato, gran parte di queste specie predatrici sono oggi in crisi. La Lista rossa dell’IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) considera minacciati di estinzione il 12% delle specie di cernie, l’11% dei tonni e il 24% degli squali e delle razze.

La diminuzione delle loro popolazioni non ha un impatto solo sulle scelte dei consumatori ma la loro scomparsa può causare degli effetti a cascata su tutta la catena e influenzare l’intero ecosistema oceanico.

Inoltre, abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle che, in alcune aree, la scomparsa di predatori ha avuto effetti devastanti sull’ecosistema e, anche dove si è attuato un piano di gestione, il recupero è stato molto lento e difficile.

Il pesce spada è un pesce migratore ma gli studi più recenti dimostrano che lo stock mediterraneo ha scambi genetici quasi nulli con le popolazioni atlantiche.

Se, nei prossimi anni, il prelievo di esemplari dovesse continuare con l’intensità di questi giorni, la popolazione di pesce spada del Mediterraneo sarà destinata a collassare e a scomparire definitivamente.

Non considerando le conseguenze dirette sulla catena alimentare, possiamo affermare con certezza che la scomparsa di questo predatore dal Mediterraneo, comporterebbe una grave perdita di biodiversità e l’effetto dell’introduzione di esemplari provenienti dall’Atlantico rimane un’incognita alla quale, noi, non vorremmo mai dare una risposta.

Per approfondire:

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