Sapori di mare – in estinzione

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Certo che gli inglesi s’allarmano se uno pesca una cernia! Che ne sanno loro di una sottile sfoglia tagliata fresca da mani esperte, un anello di cipolla, un cappero, una fetta d’arancio e un po’ d’extra vergine? Loro a colazione mangiano salsicce e fagioli!” Alessandro, subacqueo d’annata, s’è immerso in tanti mari e si rammarica del tempo che passa:

“Io venivo qua quindici, venti anni fa… e questo mare l’ho visto degradarsi ogni anno di più! Non ci sono più tanti pesci come a quei tempi! Una volta questo reef era pieno zeppo di ogni specie marina, brulicava di vita e di colore! Tutta colpa dell’inquinamento, degli alberghi che hanno costruito… Eh, chissà dove scaricano tutte queste nuove costruzioni!” mi dice infilzando la prima fettina del carpaccio di cernia. Gli faccio notare che se c’è una cosa che ha funzionato in Mar Rosso è stato imporre a tutte le strutture sistemi di smaltimento funzionanti, che non lasciano filtrare una goccia di rifiuti in mare. Poi gli domando:

“Sai cosa stai mangiando?” – “Un ottimo carpaccio di cernia, roba che gli inglesi non capiscono. E’ tutto pesce del Mediterraneo, qui non si può pescare, è tutto protetto. Me l’hai detto tu, no?”

“Peggio, il Mediterraneo è messo ancora peggio del Mar Rosso. Comunque quella è una cernia dei coralli, non credo venga dal Mediterraneo, e non arriverebbe così fresca da Alessandria. E’ pesce di barriera, tassativamente protetto, ho idea che sia stata pescata di frodo. Qui, nei dintorni.” Alessandro si adombra e come finisce di masticare dice:

“Che farabutti,  questi beduini! Pescano di frodo? Perle ai porci! Un mare così in mano a loro…” nella bocca di Alessandro la parola beduino più che un’etnia è un aggettivo.

“Eh, già, dovremmo averlo noi questo mare, per ridurlo come il Mediterraneo.” Dico io.

“Da noi come in tutto il mondo è l’inquinamento il problema, caro mio! Siamo tanti, ci sono fiumi che scaricano veleni. E la pesca da noi è controllata, altro che frode! Paghiamo fior di milioni per tenere ferme le flotte pescherecce!”

Vorrei dirgli di andare a vedere cosa stanno facendo in Italia col pesce spada, ma non ascolterà nessuno, come con il riscaldamento globale anni fa. Stessa cosa. Lo dicevamo in tanti tra i quali un vicepresidente USA che i carburanti fossili stavano pericolosamente cambiando il clima. Ora che l’ONU ha bacchettato tutti urlando che la situazione atmosferica è ormai praticamente irreversibile, qualcuno comincia a crederci. Un giorno tutti si occuperanno seriamente del problema stock ittico, ma lo faranno titolando con la parola ‘Fine’ come con il riscaldamento globale.

“Beh, una cernia almeno non l’hanno pescata con le reti a strascico, quelle che distruggono l’habitat. Le cernie le peschi all’amo o in apnea!” Si intromette Alberto, apneista, “Nella pesca in apnea c’è rispetto, molto rispetto. E’ una pesca ad armi pari, in più molto selettiva. Non si spara mai a esemplari sotto l’età della riproduzione, si scelgono gli adulti. Fa parte dell’etica. In un certo senso sostituiamo i predatori d’apice, come gli squali ormai decimati per le loro pinne, che aiutano la specie predata togliendo dal pool genetico gli individui poco idonei alla sopravvivenza e quelli che appesantiscono il branco.”

“Accidenti che ambizione! Quasi quasi mi sento squalo anch’io e torno giù a ‘selezionare’. E’ stato così che ho imparato a andare sott’acqua, pescando. Ma poi i pesci mi piaceva di più guardarli, così passai alle bombole. E’ una cosa molto soggettiva. Tu invece non credi che, selettivi o meno, siete diventati un po’ troppi? Il mare è già spremuto come un limone e voi state diventando sempre di più, sempre più bravi. Andate sempre più profondi e siete capaci di lunghe permanenze in acqua un tempo inimmaginabili. Insomma, se fossi in voi mi sceglierei mari più pescosi.”

“Il problema è l’allenamento…” mi risponde Alberto candidamente, “la pesca è il miglior allenamento per l’apnea.”

Io ero rimasto allo yoga e alla visione interiore di te stesso che si mescola col blu come nel liquido amniotico proto-uterino planetario. Provo una sensazione di puro terrore. Loro che amano il mare, loro che lo conoscono da ‘dentro’. Anche se fossero gli unici, e forse lo sono, a ragionare in quel modo spaventa molto. Penso a quelli che il mare non l’hanno mai visto, o che lo conoscono solo dalle spiagge e dalle pescherie,  penso a quelli che hanno paura del mare, e quelli cui il mare fa schifo. Cosa sarebbero capaci di dire, costoro, di pensare? Che sia, come al solito, una faccenda tutta italiana?

L’Italia sembra vivere in un bozzolo dove le tematiche ambientali filtrano poco e quelle relative al mare, malgrado gli ottomila chilometri di coste, ancora meno. Sui nostri media i problemi del mare occupano meno spazio che in Svizzera, che di coste non ne ha neanche un centimetro. In compenso siamo all’ avanguardia per ricette e programmi tv su come si cucina il pesce. Sulle le quotazioni presso i vari mercati ittici abbiamo la competenza di un Bloomberg, e dietologi e nutrizionisti, dai magazine che fanno tanto trend ci istruiscono sui benefici degli Omega3 e 6 senza probabilmente sapere che il salmone sta attraversando un gran brutto momento e che il merluzzo è praticamente sparito dall’Atlantico del nord grazie all’oculatissima pianificazione delle varie agenzie ittiche coinvolte. Quelle – per intenderci – che dànno ascolto ai cacciatori di pelli di foca. Secondo loro le foche sono responsabili del declino delle aringhe e quindi facendo fuori le foche dovrebbero aumentare le aringhe. Chissà quanti nutrizionisti in Italia sanno che questi miracolosi Omega possono essere estratti dalle alghe, lasciando in mare i pesci ormai al limite dell’estinzione.

“Ma vuoi mettere un bel pezzo di tonno o di salmone… l’alga, puah! Cosa? in pillole?  Nooo!”  Ma insomma, questi Omega sono un utile integratore  o una prelibatezza? Mai che si parli di olio di alga in capsule, per carità! L’occhio vuole la sua parte. E anche lo sponsor sa cosa vuole. Così, anche di mercurio si parla poco. Più sono grandi, come tonni e pesci spada, più mercurio hanno accumulato nelle loro carni, ma anche questo argomento raramente penetra il bozzolo della tenera crisalide del pubblico italico, dove ‘Overfishing a livelli preoccupanti in Mediterraneo’ (Commissione Europea) faticano a raggiungere una buona posizione gerarchica nei media più autorevoli. Filtro o non filtro, l’indifferenza per certe notizie a favore di altre trova proprio nella nostra cultura un grandissimo alleato:

La visione gastronomica dell’Universo – e quindi del mare – è ciò che ci distingue dagli altri popoli. E’ una visione comune ad ogni fascia di audience e che influisce profondamente sulla cultura e sui costumi, tanto che dovremmo aspettarci la depenalizzazione dell’omicidio del cuoco in caso di pancetta nella amatriciana. La dieta mediterranea e il pesce amico della vita snella fan parte di una sorta di religione di stato. In più la nostra inclinazione cultural-gastronomica è ben sorretta mediaticamente da tantissime industrie che ci rappresentano nel mondo e che sfornano prodotti inimitabili.

“E’ sempre la solita storia” lamentano innumerevoli biologi marini e ricercatori L’industria della pesca ha più soldi per finanziare la ricercacosì va a finire che quello che sappiamo sulle specie dal valore commerciale è quasi sempre frutto di una ricerca finalizzata alla pesca.”

E così autorità e media finiscono per fidarsi supinamente delle varie agenzie ittiche di controllo. Esattamente come il governo americano si fidò di BP per ridurre i danni di Deepwater  Horizon.

Poi ci sono gli argomenti quasi subliminali che sembrano manipolare le produzioni italiane. Vi ricordate di un qualsiasi film, documentario, programma italiano dove la camera non indulge su una piazza famosa, o una spiaggia, o su piatto/vino tipico in primo piano? Ho il sospetto che non si tratti di campanilismo, ma che senza l’aiuto di un ente locale non si approdi a nulla. La verità sul depauperamento del nostro stock ittico, e quindi delle nostre coste, potrebbe avere un impatto negativo? Su finanziatori e su turisti che per una vita hanno sognato un trancio di spada servito sulla spiaggia del commissario Montalbano?

Il turismo, fortunatemente, genera revenue per miliardi, e l’industria della pesca è enormemente ricca. Un tonno rosso, a Tokyo, può essere battuto all’asta per 700mila euro. Dietologi, illustri gourmet e inventori di programmi di bellezza hanno un’audience di tutto rispetto, che se cala tocca chiudere il canale/giornale/rubrica, in quanto ‘improduttivi’. Caccia e pesca producono molti più soldi in sponsor delle lamentele di chi vuol tornare a un mare sano e a un ambiente lasciato in pace da velleità da paleolitico. Abbiamo accettato supinamente che gli sponsor e le varie lobby decidano gli argomenti dei media, quindi delle nostre conversazioni, della nostra cultura. Li abbiamo lasciati decidere su quale programma sia degno di sopravvivere in base agli indici d’ascolto e quale no, permettendo a media e sponsor di trincerarsi dietro un alibi: la scelta del pubblico. Come se la stampa e l’informazione dovessero fornire solo gli argomenti richiesti da un pubblico già onnisciente di default. Non possiamo più scandalizzarci se gli ‘amanti del mare’, ma con una visione gastronomica dell’universo, alla fine si appiattiscono su una linea che ‘indulge in nettuniane prelibatezze’, per dirla fashion. I pescatori in apnea possono continuare a ritenersi buoni e giusti, e i subacquei prendersela con il malaffare della pesca di frodo ad opera di beduini in Mar Rosso. A buoi già scappati ripeteranno tutti il rituale salmo d’allarme. E scommetto che quando succederà scaricheranno la colpa sui cinesi, che sono troppi e dovrebbero essere di meno come le foche. Chissà, un giorno inventeranno il pesce drone per gli apneisti, come inventarono il tiro al piattello per i cacciatori. Spero, però in una versione più avanzata di un dischetto che parte da una scatola.

Nessun Talebanesimo: a me il sushi piace da impazzire, l’ammetto. Credo anche che la nostra dentatura ci releghi tra le specie onnivore e non erbivore. Il mio contributo al depauperamento dello stock ittico è un prelievo da meno di 100 grammi al mese in cui c’è molto pesce d’allevamento e francamente non mi sento in colpa. Penso però che smetterò presto per la difficoltà che incontro nel risalire alla sostenibilità di quello che mi mettono nel piatto. Abbiamo oltrepassato spaventosamente il limite e dovremmo rivedere molti dei concetti condivisi, come quello dell’inesauribilità del mare. Ecco, questo l’ho sentito dire in un documentario da un vecchio cinese che trafficava in pinne di squalo: “Il mare è così grande! E’ inesauribile! Come fai a esaurire le risorse del mare?” ha dichiarato l’anziano stizzito alle telecamere. Noi stiamo dicendo lo stesso, ma su scala nazionale. Una nazione più piccola, certo ma non meno influente nella capacità di spendere in prodotti di mare che stanno per esaurirsi per sempre.

Esistono voci fuori dal coro? Ce ne sono, per fortuna e la più forte è quella autorevolissima di Slowfood. La sua pagina Slowfish contiene una lista dal titolo ‘No grazie, non nel mio piatto’ con informazioni dettagliate sulle specie ittica, e molte info sullo stato degli oceani.

In questo desolato panorama Slowfood è da standing ovation.

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Link utili e bestiario.

http://www.alfemminile.com/dieta-dimagrante/pesce-alleto-della-linea-d155.html

http://lifestyle.alice.tv/articoli/il-pesce-le-calorie-salva-linea-della-nostra-dieta/

http://www.theguardian.com/environment/2014/oct/29/illegal-med-fishing-claims-up-to-two-tons-of-swordfish-per-boat-per-day

http://www.greenme.it/mangiare/vegetariano-a-vegano/3693-6-buoni-motivi-per-non-mangiare-il-pesce-spada

http://www.haaretz.com/life/nature-environment/1.604929

http://theconversation.com/lessons-from-the-north-atlantic-could-help-save-fish-in-the-mediterranean-29185

http://www.slowfood.com/slowfish/pagine/ita/pagina.lasso?-id_pg=85

http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/Diamo-un-futuro-alla-piccola-pesca/

 

 

 

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