Fiocchi rosa e azzurri su un’isola delle Galapagos


testugine-gigante
Quando Darwin raggiunse le isole Galapagos rimase affascinato dall’esplosione di diversità che caratterizzava l’arcipelago. La peculiare origine, disposizione e localizzazione geografica delle isole avevano permesso un tale numero di speciazioni animali e vegetali da guidare il naturalista inglese nell’elaborazione di una tra le teorie più rivoluzionarie di tutti i tempi: l’evoluzione delle specie.

Se l’arrivo dell’uomo sulle Galapagos ha avvantaggiato i nostri progressi in campo scientifico, di certo non si può dire che la flora e la fauna locale ne abbiano avuto alcun giovamento. Purtroppo è vero il contrario: l’anno in cui Darwin vi sbarcò ebbe inizio un rapido declino della loro biodiversità. Tutte le specie ne subirono un danno ma, quelle che maggiormente hanno sofferto della presenza umana furono le testuggini giganti, il simbolo stesso delle Galapagos.

Nel XVI secolo, sulle isole, furono classificate ben tredici sottospecie di Chelonoidis nigra, con una popolazione totale di duecentomila esemplari immediatamente predati da pirati e balenieri. Ciò che le rendeva così appetibili era la loro capacità di sopravvivere a lungo senza acqua ne cibo e costituire, quindi, una preziosa fonte di cibo “a lunga conservazione” per gli interminabili viaggi oceanici. La predazione indiscriminata fece si che, in breve tempo, ogni sottospecie di testuggine raggiunse la soglia dell’estinzione.

La predazione a scopo alimentare si esaurì, fortunatamente, in fretta ma il collasso delle popolazioni di Chelonoidis non si arrestò. In seguito si scoprì che la causa dell’incapacità dimostrata dalle testuggini di tornare a riprodursi non era legata all’uomo ma alle specie aliene che loro avevano portato con sé e che, come spesso accade sulle isole, iniziarono a riprodursi in maniera incontrollata, distruggendo il fragile equilibrio del luogo. Capre, maiali e soprattutto ratti, decretarono l’estinzione definitiva di almeno tre taxa di Chelonoidis.

Nel 1970, sull’isola di Pinzón, vivevano circa 100 esemplari di Chelonoidis ephippium ma, da anni ormai, non si registravano nuove schiuse. L’isola, brulla, arida e con poco cibo, si era rivelata l’ambiente ideale per la proliferazione dei ratti, che si nutrivano delle uova o dei giovani nati.

Considerata la gravità della situazione, l’ente parco decise di prelevare le uova dai siti di nidificazione e farle schiudere in incubatrice. I piccoli erano poi reinseriti nel loro ambiente naturale molto tempo dopo, all’età di cinque anni, quando ormai avevano raggiunto una taglia sufficiente per non essere più infastiditi dai roditori.

L’attività artificiale di mantenimento della specie continuò in questo modo per anni ma era sempre più evidente come fosse ecologicamente necessario eliminare dall’isola i ratti che, non solo minacciavano la sopravvivenza delle ultime testuggini, ma anche quella di tante altre specie di serpenti, lucertole e uccelli endemici.

Solo nel 2012, dopo un’attenta fase di progettazione, un elicottero sparse sull’isola 40 tonnellate di esche avvelenate, che permisero una disinfestazione selettiva e l’eradicazione totale dei roditori dall’isola di Pinzón.

Pochi giorni fa, James Gibbs della State University of New York, durante un sopralluogo di routine, ha avuto l’attesa conferma: una decina di piccole testuggini, di circa un anno, si aggiravano tranquille per l’isola. A poco più di due anni dalla maxi disinfestazione abbiamo finalmente la certezza che Chelonoidis ephippium è tornata a riprodursi in natura, senza l’intervento dell’uomo.

Un’operazione molto simile è stata condotta anche in Italia, sull’isola di Montecristo, con risultati ugualmente positivi. Qui, a rischio era la preziosissima Berta minore che, causa ratti, aveva smesso di nidificare sull’isola ma che non si è fatta attendere una volta sgombrato il campo dall’intruso.

Viste le ottime premesse, non è da escludere che questo modello sia riproducibile in molti altri siti al mondo. Nonostante le facili obiezioni legate alla reale necessità di eseguire uccisioni di massa, non dobbiamo dimenticare che, specialmente sulle isole, il proliferare anche di una sola specie aliena può mettere in serio pericolo la sopravvivenza della maggior parte degli endemismi. Per contrastarne gli effetti ed evitare che, in futuro, le nostre isole siano caratterizzate tutte dallo stesso monotono paesaggio, questa è, al momento, una delle poche strade percorribili.

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