Unlearning: una famiglia in viaggio col baratto

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No, non voglio raccontarvi una favola ma la storia vera di una famiglia genovese come tante altre. Una routine fatta di casa, lavoro, scuola e impegni quotidiani che si è magicamente interrotta quando Gaia, una bimba di appena cinque anni, ha disegnato un pollo a quattro zampe.

Anna e Lucio hanno visto in quell’immagine il simbolo degli effetti della società contemporanea sulla crescita della loro bambina e, dopo una lunga riflessione, hanno deciso di prendersi una pausa dalla vita di città per scoprire, insieme, se un altro modo di vivere è possibile.

Sono rimasti in viaggio per 180 giorni, percorrendo 5821 km ma senza auto. Hanno vissuto con 38 famiglie, che li hanno ospitati e coinvolti nel loro mondo non convenzionale. Hanno dormito con gli elfi, lavorato in un circo e conosciuto le abitudini di vita di comunità freegan, spendendo in tutto solo poche centinaia di euro.

Un’esperienza coraggiosa che non può non aver lasciato il segno; abbiamo avuto la fortuna di metterci in contatto con Anna, che ci ha raccontato qualche dettaglio della loro avventura.

Partiamo dall’origine di tutto: il pollo a quattro zampe.

Cosa vi ha spinto ad affrontare questa avventura? Sicuramente il pollo a quattro zampe ha giocato la sua parte ma Gaia non è l’unica bambina cresciuta in città a non conoscere l’aspetto di un pollo che razzola felice. Gran parte dei genitori si limiterebbero ad una gita domenicale in campagna. Che cosa è scattato in voi per decidere di mettere in stand-by la vostra vita, prendere lo zaino e partire?
Sorrido. Certo che una gita domenicale in campagna ci avrebbe semplificato la vita! Per me e Lucio il disegno del pollo a quattro zampe di Gaia è stato uno specchio. In quel foglio abbiamo visto le nostre scelte, l’impostazione della nostra vita non più di coppia ma di famiglia. E’ questo è stato il carburante che ci ha spinti a pensare al viaggio. Intendiamoci, a noi piaceva la nostra vita, il nostro lavoro e non siamo scappati da niente e da nessuno. Solo abbiamo desiderato mettere tutto in pausa per vedere le nostre scelte da un altro punto di vista. La partenza non è stata immediata, dovevamo prima dare risposta a domande pratiche: come potevamo fare con le spese della casa? E come potevamo gestire l’assenza dal lavoro? E come avrebbe reagito Gaia a lasciare asilo e amici? Abbiamo impiegato circa un anno a trovare tutte le risposte e a partire. Ecco, questo periodo di preparazione e di attesa la dice lunga sulla nostra motivazione.

Quando la decisione è stata presa, come si è materializzata l’idea di affrontare un viaggio col baratto? Un viaggio così non si prenota in agenzia e, immagino, non sia stato semplice individuare tutti i canali e le comunità con cui vivere in questi sei mesi. Come vi siete mossi per trovare tutte le informazioni necessarie?
Semplice: non avevamo soldi! E da qui l’idea del baratto. In rete abbiamo trovato molte piattaforme che ci hanno aiutato a concretizzare la nostra idea. Da subito abbiamo creato il profilo della nostra famiglia, puntando sulle nostre abilità e la nostra disponibilità a barattare lavoro in cambio di vitto e alloggio: helpx, workaway, woofing. La rete di Couchsurfing ci è stato molto utile per le ospitate di una notte o due, insomma quando eravamo in spostamento. E’ un bel modo di conoscere viaggiatori di tutte le nazionalità. Ci è piaciuto tanto e ora siamo noi ad ospitare a casa nostra! Per gli spostamenti abbiamo utilizzato blablacar e qualche volta l’autostop. La casa, un po’ l’abbiamo sistemata in due modi: una con Homelink, un sito internazionale che ti permette di scambiare la tua casa e di accordarti sulle modalità. Per esempio può essere uno scambio sincrono, cioè nello stesso periodo oppure asincrono. Noi li abbiamo utilizzati entrambi e ora abbiamo un “bonus” da utilizzare: una settimana a Friburgo e una in Nuova Zelanda.
E poi abbiamo messo “a reddito” il nostro appartamento con Airbnb. Per tutto il periodo del viaggio, casa nostra è stata abitata da persone provenienti da tutto il mondo che, pagando una quota giornaliera, ci ha permesso di andare a pari con le spese di mutuo, amministrazione e bollette. Altri siti utili sono stati TIMEREPUBLIK, la banca del tempo internazionale che ci è stata d’aiuto durante il viaggio e anche ora per la preparazione del documentario (tipo per le traduzioni, le musiche…) e Reoose dove abbiamo accumulato dei crediti che ci sono serviti per avere gratis alcuni oggetti durante il viaggio (tipo una cintura per Lucio e una radio per me e Gaia). Questa parte della ricerca è stata lunga ma ci ha dato degli ottimi risultati.

E ora in viaggio, o per meglio dire, una nuova esperienza di vita. Credo di non sbagliare affermando che per voi, l’elemento rivoluzionario sia stato proprio un nuovo rapporto con la natura, non più paesaggio ma fattore vitale che ha scandito le vostre giornate. Questo nuovo rapporto col mondo naturale, come ha modificato le piccole cose di ogni giorno e, più nel profondo, il modo di relazionarsi con l’ambiente in cui si è immersi?
Io e Lucio abitiamo in città ma siamo nati e cresciuti in provincia. Lì la natura è più presente e ti ricordi l’odore della terra e dell’erba dopo la pioggia. A Genova è diverso. I cani sono attaccati ai guinzagli e i padroni, almeno i più educati, raccolgono diligentemente le loro cacche in simpatici sacchettini. Anche gli animali domestici sono privati dei loro istinti più primitivi e naturali, e mi riferisco a quello di sotterrare personalmente le proprie cosine. Sai, alla fine ti abitui, ti adegui alle regole della città. Solo che ora faccio più fatica perché, dentro di me, so che ci sono altre strade.

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Avete viaggiato dalle Alpi alla campagna siciliana e avete condiviso un pezzo di vita con tante comunità diverse tra loro; saresti in grado, però, di descrivermi una giornata tipo al di fuori della società convenzionale?
La giornata tipo non esiste, tutto è dipeso dalle necessità biologiche e dal lavoro svolto nelle varie realtà visitate. Per esempio, negli ecovillaggi a prevalenza agricola, i tempi erano scanditi dagli orari dei campi e dalla preparazione dei pasti. Diversa la pagina del circo Grioni, dove il tempo ruotava intorno alla messa in scena degli spettacoli. Oppure l’esperienza nella comunità degli elfi dove ciascuno gestiva i suoi tempi come preferiva. Forse, per scansione oraria, la scuola libertaria è l’esperienza più simile all’agenda genovese: sveglia presto, pranzo, rientro a casa…però la qualità delle ore di lezione le ho trovate veramente interessanti!

Anche se ritengo che la fatica maggiore sia stata la vostra, parliamo un po’ di Gaia. Passare tanti giorni lontano da casa potrebbero essere traumatico per un bambino piccolo. Ti piacerebbe raccontarci, invece, come se l’è cavata?
Il trauma da esperienza dei bambini è un’invenzione del nostro modello culturale. Prima di partire ho ricevuto molte pressioni da parte di familiari e conoscenti su questo tema. Non mi sono lasciata convincere solo perché, prima che Gaia nascesse, ho viaggiato abbastanza da vedere molti bambini (soprattutto stranieri) felici anche nei posti e nelle situazioni più impensabili. Gaia è partita con i suoi genitori all’età di 5 anni, quindi ormai svezzata e autonoma nei movimenti. Certo, non è stata lei a deciderlo ma è stata sempre coinvolta in tutte le scelte e, l’aspetto bello del viaggio, è stato che abbiamo avuto molto tempo per stare insieme e parlare molto e di tutto. Solo i continui addii sono stati un po’ destabilizzanti. Circa a metà viaggio (3 mesi) ha chiesto di tornare a casa per salutare i suoi amici e dormire nel suo letto. Le abbiamo spiegato che non era possibile così, per colmare la tristezza, abbiamo pensato alla “giornata Gaia”: un giorno scelto da lei dove poteva decidere a che ora alzarsi, cosa mangiare e cosa fare insieme. E ha funzionato! Tutti i bambini sono felici quando si sentono amati.

Onestamente, è un’esperienza che consiglieresti a tutti? Il grande spirito di adattamento dimostrato dalla tua famiglia è qualcosa che si ha di default o cresce man mano che si entra in contatto con queste realtà non standardizzate?
No, è un’esperienza che non consiglio a tutti. È come dire che tutti sono vegani o tutti fanno immersioni subacquee. Credo che qualcuno possa trovare bislacca la nostra esperienza e ha ragione. Quindi, perché consigliarla? Non credo nella riproduzione di un’idea tout court perché ciascuno di noi nella vita ha obiettivi diversi. Siamo tutti diversi, e questo è meraviglioso. Lo spirito di adattamento si allena se si ha una forte motivazione… e poi ti accorgi che è anche divertente vederti in situazioni diverse e non averne timore. L’allenamento, ecco questo lo consiglio!

Per concludere, parliamo del tuo zaino. C’è qualcosa che, prima di questa esperienza, ritenevi indispensabile che invece si è rivelata del tutto inutile e, magari è stata abbandonata lungo il percorso?
Il mio portafogli classico da donna con portamonete e portatessere. L’ho sostituito con un marsupio a due comparti: nel più piccolo mettevo i documenti, i promemoria importanti e gli adesivi del progetto che regalavamo; nell’altro i soldi di carta e la moneta. L’ho spedito a casa dopo meno di un mese. Al ritorno dal viaggio è stata l’ultima cosa che ho ricominciato ad usare; ricordo di aver impiegato quasi due mesi. E me ne sono già pentita!

Chi è rimasto incuriosito dal viaggio di Anna, Lucio e Gaia sarà contento di sapere che tutte riflessioni, gli scorci, le persone incontrate lungo il cammino diventeranno parte di un documentario. Il giorno 11 Aprile sarà proiettato per la prima volta a Bari, nell’ambito della rassegna SEMI, nuovi orizzonti naturali.

Le date delle prossime proiezioni non sono ancora note e non è chiaro come si procederà alla sua distribuzione ma, per conoscere altri racconti della famiglia in viaggio col baratto, vi consiglio di non perdere di vista il pollo a quattro zampe e seguire Unlearning sulla loro pagina facebook.

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