La muraglia verde

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C’è un nemico terrificante alle porte di Pechino, più crudele delle armate di Gengis Khan. Negli ultimi cinquant’anni, ha distrutto ettari di vegetazione e ha obbligato agricoltori e allevatori a migrare.

Il Drago Giallo, ossia una desertificazione su vastissima scala, sta seriamente minacciando le attività e la salute della terza città più grande al mondo.

Tutta colpa dei deserti del Gobi e di Taklamakan, dicono i pechinesi, responsabili di immense tempeste di sabbia che travolgono Pechino e superano l’Oceano Pacifico, fino a raggiungere la costa occidentale dell’America.

Nel tentativo di domare i deserti, nel 1978, la Cina ha dato il via a un progetto maestoso, denominato Shelterbelt Three-Nord, che prevede la creazione di una cintura composta da 100 miliardi di alberi, lunga 4500 km, da realizzarsi entro il 2050.

Il plotone di alberi che si sta armando dovrà, in futuro, ricoprire più del 40% del territorio cinese e andare a costituire un decimo della superficie boschiva del mondo.

È indubbio si tratti del più grande progetto d’ingegneria ecologica mai realizzato e tutto il mondo ne sta valutando gli effetti. Non manca un certo scetticismo, soprattutto tra i geografi americani ma, non si possono ignorare quelle che per Minghong Tan dell’Istituto di Scienze Geografiche e Naturali di Pechino sono le prime battaglie vinte dell’esercito degli alberi.

Andiamo con ordine. Le aree a ridosso della cintura di alberi hanno registrato un minor numero di tempeste di sabbia; in quelle zone, non più sferzate dai venti del deserto, la vegetazione naturale è in ripresa e sono tornate le attività umane prima scomparse.

Su scala più vasta, Minghong Tan e colleghi, attribuiscono alla creazione della muraglia, un incremento delle precipitazioni, costante negli ultimi trenta anni. Nelle zone in cui non sono stati piantati alberi, infatti, è stato riscontrato un trend opposto, con diminuzione delle precipitazioni e incremento di tempeste di sabbia.

Non vi nascondo che vi sono alcune eccezioni ai risultati brillanti pubblicizzati dal governo cinese; a Minqin, dove il deserto del Gobi e quello di Taklamakan si avvicinano, nulla ha potuto fermare l’avanzare delle sabbie.

Non è solo questo il motivo che ha spinto altri scienziati a non appoggiare il progetto; Hong Jang, dell’Università delle Hawaii, l’ha persino definito una “violenza contro natura” e David Shankman dell’Università dell’Alabama ha sollevato dei dubbi sulla capacità di sopravvivenza della muraglia verde.

Secondo le stime di Cao Shixiong della Beijing Forestry University, solo il 15 % degli alberi piantati sin ora sono sopravvissuti. Il motivo di una così alta mortalità è l’utilizzo di specie non native. Alcuni alberi, scelti tra varietà vivaistiche sterili, non hanno contribuito alla rigenerazione del bosco; diversi, sono stati mortalmente danneggiati da attacchi di patogeni contro i quali non avevano difese; molti altri, si sono semplicemente seccati, perché non adatti al suolo.

Nonostante ciò anche i critici più severi ammettono che, utilizzando le piante e i metodi giusti, si potrebbero raggiungere dei risultati positivi.

Dopo la prima fase, che ha permesso di delineare i tratti della cintura verde, la Cina sta tentando di ripristinare associazioni arbustive native e a tale scopo, la Banca Mondiale ha concesso al governo cinese un prestito di 80 milioni di dollari per stabilizzare con arbusti autoctoni le dune nella regione del Ningxia.

Insomma, se muraglia deve essere che sia composta da erbe e arbusti rigorosamente nativi. In questo concordano gli scienziati americani e cinesi e in questa direzione si muoverà anche l’Unione africana, per la realizzazione della sua barriera difensiva contro il deserto.

Secondo un rapporto di Greenpeace, solo il 2% delle foreste originarie cinesi sono rimaste inalterate; il resto del territorio ha subito, nei decenni passati, una deforestazione incontrollata e un pascolo eccessivo. È sicuramente questa la causa del rapido degrado del suolo per cui, oggi, un quarto del territorio cinese non è nient’altro che sabbia.

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