Identikit del pesce sostenibile

sgombri

Il pesce è una fonte importante di sali minerali, proteine e acidi grassi. Grazie a queste sue caratteristiche ha contribuito in modo significativo alla dieta di molte comunità nel mondo.

La quantità e le tipologie di pesce consumato variano a seconda dei paesi e delle regioni riflettendo, ancora, la disponibilità in natura di determinate specie ma soprattutto i gusti, le culture alimentari e i livelli di reddito. Per alcune nazioni, come il Giappone e l’Islanda ad esempio, il pesce è un elemento fondamentale della dieta, poiché localmente non erano in passato disponibili molte altre fonti di proteine animali.

In Italia, il consumo di pesce attuale è pari a 26 kg pro-capite all’anno, giusto al di sopra della media europea ma meno della metà del consumo medio di un portoghese.

Tre quarti del pesce o dei prodotti ittici consumati nell’UE sono di origine selvatica e un quarto di allevamento ma, pur esistendo oltre 20 specie di pesci ampiamente disponibili per un consumo su scala europea, il 42% degli acquisti coinvolge solo sei specie: tonno, merluzzo, salmone, merluzzo giallo, aringhe e cozze.

Nel complesso, gli europei mangiano più pesce di quanto ne sia pescato o allevato nel nostro territorio. L’importazione di prodotti ittici dall’estero è un fenomeno diffuso soprattutto in Italia e ricerche recenti hanno dimostrato che tre quarti del pesce (compresi molluschi e prodotti derivati) consumato in Italia proviene dall’estero.

La combinazione dei due fattori, la predilezione per poche specie e l’importazione fanno si che un terzo del pescato nel Mediterraneo sia rigettato in acqua perché la vendita non è conveniente o utilizzato per produrre le farine che serviranno da nutrimento per gli allevamenti intensivi.

Visto che, in Italia, il consumo di pesce riguarda ben 99 famiglie su 100, capire se possiamo continuare a farlo e in che modo, è diventata una questione della massima urgenza.

La domanda che tutti dovremmo porci è questa: esiste un modo per continuare a consumare pesce senza contribuire alla depredazione dei nostri oceani (nel caso della pesca) o al loro inquinamento (nel caso degli allevamenti)?

La pesca che rispetta l’ambiente e le comunità
La pesca, così come la intendiamo oggi non sarà sostenibile ancora a lungo. Le specie ittiche sulle quali si sono concentrate le nostre scelte alimentari negli ultimi trent’anni, sono, o sono state, sull’orlo del collasso. Se il nostro obiettivo è quello di evitare la loro estinzione nell’arco di pochi anni, sarebbe bene lasciarle un po’ in pace ed evitarne completamente il consumo.

Ciò non significa che non potremo più acquistare pesce pescato. Se per alcune specie, lo sfruttamento più sostenibile passa attraverso il bio-allevamento, per altre, l’unico approccio sostenibile continua ad essere la pesca.

Bisogna essere consapevoli che le specie pescate e la tipologia di pesca utilizzata potranno, in un futuro, fare la differenza tra un mare silenzioso e vuoto e un mare affollato e fecondo.

Innanzitutto bisogna informarsi su quali specie possano sostituire quelle fin ora sovra-sfruttate.

Inseparabili è la campagna dell’UE per aiutare ad acquistare pesce in modo sostenibile. Nella sezione trova, selezionando Italia, appariranno una serie di documenti molto utili per una giusta informazione sul potenziale del nostro mare. Molto interessante è il link a consumaregiusto, portale che ci consiglia quali specie scegliere e quali evitare assolutamente.

Negli USA, portali d’informazione per la guida al giusto acquisto sono online già da qualche anno e stanno contribuendo a modificare, almeno in parte, le abitudini alimentari dei nordamericani. In alcuni di essi sono stati messi a disposizione di tutti gli utenti anche dei corsi per diventare green chef. Il consumo di pesce negli USA, infatti, avviene per il 70% tramite la ristorazione per cui, si legge sul sito the safina center, lavorare a stretto contatto con i professionisti del settore e crearne di nuovi, darà un contributo rapido e positivo al nuovo modo di impiegare le risorse ittiche.

In Italia, invece, il consumo del pesce è ancora molto legato alla cucina di casa ma, da questo punto di vista, possiamo considerarci fortunati; possiamo attingere alle antiche ricette tradizionali che includevano i cosiddetti pesci poveri e, a volte, possiamo ancora comprare dai piccoli pescatori, sostenendo così anche questa categoria in profonda crisi.

Garanzie di sostenibilità e bio-allevamenti
Gli allevamenti di pesce, ne abbiamo le prove, possono avere gravi conseguenze per gli ambienti e le comunità umane che li abitano.

Oggi, però, esistono etichette e certificazioni che assicurano un prodotto con precisi requisiti di sicurezza, salubrità e rispetto dell’ambiente. Nel Mediterraneo stanno iniziando a diffondersi anche i cosiddetti allevamenti biologici, strutture altamente controllate che garantiscono il rispetto dell’ambiente e il benessere degli animali allevati.

Purtroppo la FAO e l’UE non hanno ancora redatto una normativa in materia di allevamento biologico quindi, sono stati gli enti privati di certificazione a definire i loro disciplinari e i loro marchi di riconoscimento.

Poche regole da seguire per il futuro degli oceani
In pratica, quando ci troviamo davanti al banco del pesce, come facciamo a scegliere il pesce più giusto, senza avere la sensazione di dare il colpo di grazia a un mare già sofferente?

La scelta, come abbiamo visto, dipende da molti fattori.

La cosa più importante è informarsi; esiste un buon numero di siti, elencati alla fine dell’articolo, che ci offrono un aiuto concreto per evitare le specie sovra-sfruttate.

In generale si può affermare che, tra le specie pescate, la scelta che ricade su sgombri e sardine è da considerarsi sostenibile poiché sono pescati con reti a circuizione che non danneggiano i fondali e con le quali le catture accessorie sono improbabili.

Tra gli allevamenti, invece, i più sostenibili sono sicuramente quelli di cozze, purché provenienti dal Mediterraneo.

Per le altre specie le regole da seguire sono principalmente due: fare attenzione alla taglia e al prezzo.

Nell’acquisto di un pesce bisogna pensare che l’esemplare che si sta acquistando deve aver avuto l’opportunità di diventare adulto e riprodursi almeno una volta nel corso della sua vita. Le dimensioni minime sono indicazioni da seguire scrupolosamente perché necessarie per mantenere in equilibrio le popolazioni ittiche.

Occhio al prezzo, però! Nel corso delle stagioni il prezzo di ogni specie subisce delle variazioni. Spesso queste variazioni sono legate alle normali migrazioni. L’alto costo riscontrabile in alcuni periodi dell’anno fa supporre che quegli esemplari siano stati pescati in mari lontani e trasportati per lunghe distanze, rendendo l’acquisto decisamente non più sostenibile. L’ideale sarebbe sempre acquistare pesce pescato il più vicino possibile al luogo della vendita.

La pesca è l’ultima attività che ci lega ai cacciatori-raccoglitori del neolitico ma non possiamo pretendere che i nostri oceani riescano a sostenere la pressione di una popolazione mondiale in continua crescita.

In futuro, gran parte del pesce sulle nostre tavole proverrà da allevamenti. Il nostro compito, da consumatori, è quello di indirizzare un’industria in espansione verso un’attenzione sempre maggiore all’ambiente e alle condizioni di vita degli esemplari.

La pesca dovrà, nel tempo, occupare un ruolo secondario nell’approvvigionamento delle risorse ittiche. I pesci degli oceani sono una perfetta fonte rinnovabile ma solo se il loro sfruttamento è più lento della capacità delle popolazioni di rigenerarsi.

Dovremmo tutti essere più consapevoli che quel pesce, nel nostro piatto, non ci appartiene ma è un dono degli oceani. È prima di tutto un essere vivente che ha il diritto di vivere e riprodursi, secondariamente cibo per gli altri animali (incluso l’uomo).

Quando avremo acquisito familiarità con questa nuova prospettiva, saremo in grado di iniziare a costruire un nuovo rapporto con le creature del mare.

Per approfondire:

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