Alfred Russel Wallace: chi era costui?

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Scrive Borges ne L’Artefice: “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.”

Per capire se stesso e ciò che lo circonda l’uomo misura, classifica, separa, elenca, descrive. Dare nomi alle cose, includerle in rigide categorie ragionate e tracciare confini fa parte del suo modo di assimilare il mondo, di comprenderlo. Fa parte del suo processo di unificazione con l’universo. In molti casi per uno scienziato la ricerca è come un libro per lo scrittore: lo scrittore è il medium e il libro si scrive da sé, come in una rivelazione profetica.

Accadde nel villaggio di Dodinga, in un’isola sperduta delle Molucche settentrionali. Lì, durante un attacco di febbre malarica, Alfred Russel Wallace vide il segno più importante dell’evoluzione. Nella psichedelìa di quel frangente tra la vita e la morte il naturalista antropologo e cartografo britannico intuì che la capacità di adattarsi, o meno, a nuove condizioni ambientali scandiva le differenze tra gli organismi. Il processo che oggi conosciamo come speciazione era responsabile della biodiversità, il fascino che l’aveva spinto proprio lì, in un’isola delle Molucche settentrionali. Come ci era arrivato lì, Wallace?

Nel 1841 il giovane Wallace, allora un praticante agrimensore, passava lunghe giornate all’aperto, nelle campagne del Bedfordshire. Sorpreso dalla varietà e dalla bellezza delle piante che ad ogni passo circondavano le sue gambe, decise di imparare a conoscerle; comprò un libro di botanica e iniziò a raccogliere le varie specie lasciandole essiccare tra le pagine. Tre anni più tardi era a Leicester, come insegnante di matematica e topografia. Lì, proprio come il giovane Charles Darwin, s’appassionò di coleotteri e iniziò a collezionarli. Ma oltre ai coleotteri, laggiù c’era un luogo ben preciso, l’istituzione che avrebbe cambiato il corso della sua vita: la biblioteca di Leicester. Era fornitissima di tutti quei testi che tanto stuzzicavano la sua curiosità; lì incontrò i resoconti di viaggio di Alexander von Humboldt e di Charles Darwin, ma soprattutto Henry Walter Bates, entomologo britannico.

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mappa di Neath redatta da Alfred Russel Wallace

Un giorno Wallace ricevette una lettera da Bates. Era il 1847 e Bates gli chiedeva di seguirlo in un lungo viaggio attraverso l’oceano Atlantico, verso l’Amazzonia, per “risolvere il problema dell’origine delle specie.” Wallace non aspettava altro. Il 20 aprile del 1848 era con Bates a bordo del Mischief, una nave di proprietà di un gentiluomo inglese trasferitosi in Brasile. Il porto di Liverpool spariva sotto l’orizzonte alle loro spalle.

Alla fine di maggio il Mischief dava ancora all’ingresso del Rio delle Amazzoni. Scrive Wallace:

“Al mattino del 28 ci ancorammo ancora, e quando il sole sorse in un cielo senza nuvole la città di Parà, circondata dalla foresta densa e sovrastata da palme e banani, deliziò la nostra vista…”

Bates e Wallace vengono letteralmente rapiti dalla bellezza primordiale della natura circostante, dalla varietà di organismi che popolano quel bacino gigantesco. Ben settecento specie di farfalle vivevano nei dintorni di Parà. Armati di machete e con le pistole alle cintole i due affrontarono uno dei luoghi più ostili all’uomo civilizzato. Iniziava il più importante viaggio scientifico nel maggior  bacino idrico del pianeta, mai completamente esplorato. Durò quattro anni. Nel 1849 Bates e Wallace si separarono, per rincontrarsi a scadenze fisse, coprendo un’area maggiore e conoscere di più.

Wallace continuava a mappare il Rio Negro, il fiume che divenne simbolo dell’industria del caucciù e dei pionieri dell’Amazzonia, raccogliendo coleotteri, farfalle e altri insetti per conto delle università, i musei ed i collezionisti privati. Era questa, a dirla tutta, la sua vera fonte di sostentamento. Ma proprio raccogliendo e catalogando Wallace scopriva che l’evoluzione aveva confini, era fatta di fiumi, di catene montuose, di strade, oceani, che impongono agli organismi percorsi evolutivi diversi.

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Erano i tempi in cui nessuno si sognava di deforestare e incendiare  per far spazio a coltivazioni precarie. Il polmone umido del mondo sarebbe rimasto intatto per almeno altri cento anni. Non erano più buoni: la tecnologia dell’epoca non consentiva distruzioni su scala planetaria. Iniziava lì, in Amazzonia, uno dei viaggi dell’umanità verso le prime intuizioni fondamentali sull’origine delle specie e su quel fenomeno che ci fa amare il pianeta e gli esseri che vi dimorano: la biodiversità.

 

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