Alfred R. Wallace, arcipelago malese

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“Temo che la nave stia andando a fuoco, venga a vedere e mi dica cosa ne pensa.”

Era il 6 agosto del 1852 e Alfred Wallace non poteva crederci: forse un passante che avesse visto una nave in fiamme standosene al sicuro sulla banchina, si sarebbe espresso in quel modo, non  il capitano della nave che lo stava riportando in patria. Erano ad oltre seicento miglia nautiche dalla costa e Wallace uscì dalla cabina. In quel momento il suo pensiero andò al lavoro degli ultimi due anni: appunti, osservazioni, note, disegni, decine di migliaia di campioni, di specie raccolte, catalogate. Un tesoro scientifico unico costatogli anni di lavoro e un fisico minato dalle febbri tropicali, stava andando perduto per sempre.

La nave sbandò di lato avvolta dalle fiamme sotto gli occhi dei superstiti stipati in una scialuppa mal messa e che imbarcava continuamente acqua. Fu lì che Wallace, non ancora rimessosi dalle febbri, rischiò di diventare lui stesso vittima di un processo naturale che di lì a pochi anni avrebbe annunciato al mondo scientifico: la sopravvivenza del più idoneo. Passarono dieci lunghi giorni, poi all’orizzonte apparve una nave mercantile, l’equipaggio vide i naufraghi e li trasse in salvo, affamati e in pessime condizioni fisiche ma vivi.

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Con Wallace si salvò anche una sua carta destinata ad essere un riferimento per i decenni a venire. Era una mappa dell’alto corso del Rio Negro che aveva redatto personalmente. Wallace, come James Cook, era un abile cartografo. Ma per tutto il resto era l’esatto opposto. Cook era un militare, Wallace era un mite studioso, un antimilitarista convinto e un attivista sociale che sosteneva il diritto delle donne al voto. Fu tra i primi a teorizzare una moneta di carta, scollegata dal controvalore aureo, ad avvertire il pericolo nella deforestazione delle foreste pluviali. E di militari c’era sempre meno bisogno, per quelle missioni. L’impero di Spagna era stato definitivamente sconfitto nei mari e i viaggi e le spedizioni scientifiche erano diventate più facili, si servivano già di mappe e di una tecnologia che altri esploratori avevano prodotto, o testato, nelle missioni di mezzo secolo prima.

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Col capitano Cook condivideva comunque la caparbietà. Nel 1854 Alfred Russel Wallace era di nuovo in mare con Charles Allen, un giovane studioso che lo accompagnava in veste di assistente. Era al suo secondo viaggio verso Papua, gli arcipelaghi malese e indonesiano. Da quella lunga esplorazione nacque un libro scientifico e di viaggi, un libro che non smise mai più di essere apprezzato, così apprezzato che uno scrittore della stoffa di Joseph Conrad dichiarò di averlo sempre sul comodino, ammettendo di esseri documentato proprio su quel libro per ambientare gran parte del suo Lord Jim, uno dei capolavori della letteratura inglese.

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Da: ‘The Malay Archipelago’ (1869) di Alfred Russel Wallace

(Sarawak Novembre 1855 Gennaio 1856)

“Con l’avvicinarsi  della stagione umida, decisi di ritornare a Sarawak, mandando tutte le mie catture con Charles Allen intorno al mondo via mare, mentre io m’ero riproposto di trovare le sorgenti del fiume Sadong e discendere la valle del Sarawak. In qualche punto la rotta è difficile, quindi mi portai il minimo dei bagagli e solo un portatore, un ragazzo Malese di nome Bujon, che conosceva il linguaggio dei Daiacchi, con i quali faceva affari… Era evidente che gli europei non venivano spesso da queste parti: una ragazza con in mano un bambù pieno d’acqua del fiume, lo gettò a terra urlando allarmata appena mi vide, si voltò e si tuffò nella corrente, iniziando a nuotare in modo meraviglioso, ma continuava a voltarsi nel timore che la inseguissi, urlando violentemente per tutto il tempo. Un gruppo di ragazzi rideva di quel terrore ignorante.”

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  “La foresta abbonda di alberi dai fusti cilindrici enormi, rinforzati e rugosi, mentre occasionalmente il viaggiatore si imbatte in ficus magnifici, i cui corpi sono loro stessi delle foreste, con molteplici fusti e radici aeree. Ancora più raramente si trovano alberi che sembrano cresciuti a mezz’aria espandendo verso il basso una piramide di complesse radici, quasi una immagine speculare dei rami che si aprono a raggiera verso l’alto, giù per settanta o ottanta piedi fino a terra così divaricati che si può stare sotto il centro dell’albero. Alberi di questo portamento si trovano in tutto l’arcipelago, e l’illustrazione di accompagnamento (tratto da quello che ho visitato spesso nelle isole Aru) darà un’idea del loro carattere generale. Credo che si sviluppino come parassiti da semi trasportati da uccelli. Quindi le radici aeree scendono fino a distruggere l’albero di supporto, che viene presto interamente sostituito dalla pianta che prima da esso dipendeva. Esiste una vera lotta per la vita nel regno vegetale non meno fatale per i vinti delle lotte animali, che possiamo osservare e comprendere molto più facilmente. Il vantaggio di un accesso più rapido alla luce, al calore e all’aria, che si ottiene per altri versi da piante rampicanti, è qui ottenuto con un albero della foresta, che ha i mezzi per partire nella vita, ma da un’altitudine che gli altri possono raggiungere solo dopo molti anni di crescita, o solo quando la caduta di un altro albero fa spazio. Con il clima caldo umido e uniforme dei tropici ogni nicchia disponibile è colta al volo e diventa l’impulso allo sviluppo di nuove forme di vita particolarmente adatte per occuparla.”

Polyalthea

Iniziava una nuova, affascinante quanto terribile visione del mondo e degli esseri che lo abitano, una visione che avrebbe cambiato completamente la biologia, le scienze naturali, perfino il modo di vedere la vita, il concetto di Dio. Tutto ciò stava per accadere grazie ad una febbre.

fine seconda parte

 

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