Catturato in volo

Ogni volta che arrivo a Seminyak, Bali, ho un rito molto stupido: devo andare a mangiare al Cafè Bali, sedermi nello stesso grande tavolo sociale, ordinare lo stesso cibo, lo stesso frullato e leggermi i giornali. Quando sei in un paese straniero leggere il giornale locale non è una cattiva idea, ti aggiorna su quello che succede in città e dintorni. Trovi le date delle sagre, delle feste, dei parties sulla spiaggia al tramonto, dell’inaugurazioni del bar con il DJ.. e stavo appunto scorrendo tutta la vita notturna balinese quando vengo attirata da due notizie.

Cafè Bali

Cafè Bali

La prima è l’apertura di un’agenzia di uomini escort a Bali, cosa che improvvisamente mi è d’interesse perché il ragazzo della foto che la pubblicizza è un figo dell’altro mondo. Poi leggendo meglio mi rendo conto che gli escort non ti scortano, si fanno portare a letto per una certa cifra consistente, ritenuta forse inconsistente dalle donne d’affari giapponesi e coreane che essendo sole per colpa del lavoro ed economicamente indipendenti hanno preso gli stessi vizi degli uomini. Chissà quanto costa portare un uomo a letto? .. mi domando con una coda da diavoletto che mi spunta improvvisamente.

Cafè Bali

Cafè Bali

Riavutami da questa bolla di sogno che mando in frantumi, leggo la seconda notizia interessante.

Il 1 aprile scorso è andato in onda in Francia su Canal + il documentario di Jerome Delafosse il cui titolo è ‘Les requins de la colere’. Il passaggio più importante del documentario sono dieci minuti che Jerome ha filmato a Bali nel porto commerciale di Benoa dove attracca la flotta di pescherecci. Questi pescherecci, che buttano lunghe file di ami per la pesca al tonno, pescano ‘accidentalmente’ anche gli squali. Nel porto di Benoa scaricano ogni giorno centinaia di tonnellate di squali. Tra i vari squali pescati Jerome riconosce anche delle pinne di squalo volpe.

Mentre leggo rifletto sul fatto che da lì a poco andrò a Malapascua a vedere lo squalo volpe e dovrò prendere 2 aerei, dormire a Singapore, viaggiare tre ore in macchina e altri 40 minuti in barca per arrivare a destinazione quando sarebbe molto più comodo avvistarli qui a Bali. Ma se i pescatori ne estraggono così tanti dal mare è evidente che il mare si svuota e non ne rimangono molti da avvistare.

Uno di quei discorsi ‘giusti’  che ci mettono una decina di anni a scalfire le abitudini è illustrare il calcolo economico del valore di uno squalo vivo contro il valore di uno squalo morto. Anche nel suo documentario Jerome fa leva sull’argomento. Uno squalo morto fa guadagnare al pescatore un centinaio di dollari mentre uno squalo vivo e moderatamente pericoloso apporta all’economia locale fino a 1,6 milioni di dollari all’anno. Dico moderatamente pericoloso perché ci sono specie di squali che quando incontrano un subacqueo se ne vanno per la loro strada, altre specie come il bianco, il toro e il tigre sono seriamente pericolosi. Ma del resto è la loro indole e il mare è il loro habitat, non il nostro habitat principale.

Un giorno stanca di ripetere le solite immersioni nel nord di Bali, durante il mio ultimo viaggio ad aprile, sfoglio la guida e leggo che in un certo posto e più precisamente a Batu Kelebit c’è un’immersione con avvistamento di squalo. La guida è del 2010 e come una stupida ‘dimentico’ che uno squalo non è stanziale, si muove in continuazione. Dal 2010 quello squalo che gli autori della guida hanno avvistato si è spostato e realisticamente non è stato sostituito da un altro perché saranno finiti tra quelle tonnellate di squali che i pescherecci scaricano ogni giorno a Benoa.

Eppure la storia dello squalo, fissato nelle pagine delle guida, ha attirato moltissimi subacquei. Quando siamo arrivati sul punto d’immersione, era talmente affollato che ho dovuto rimandare al pomeriggio. Nessuno di noi ha poi visto uno squalo.

Anche a Monad Shoal a Malapascua, nelle Filippine, c’è una grande folla di subacquei che vogliono vedere lo squalo volpe. Quando sono riemersa ho contato 14 barche con circa 5/8 subacquei per barca pronti a svegliarsi alle 4 di mattina e a fare 40 minuti di barca per vedere lo squalo, nell’unico momento in cui risale dall’abisso, all’alba.

L’avvistamento di uno squalo in acqua è incredibilmente emozionante. Se nuotare in immersione è paragonabile al volo, allora si può dire che gli squali volano con l’assetto più elegante, potente, rapido di qualsiasi altra creatura marina. Per un subacqueo handicappato dalla sua attrezzatura, dalle bombole e dai pesi vedere uno squalo in movimento è come perdersi in una rara visione di perfezione.

A immaginarne uno sbattuto su una banchina ti genera l’effetto contrario… come un pugno nello stomaco, e non puoi fare a meno di pensare a quanto è ignorante quell’imbecille che gli ha interrotto il volo.

Ci sono quelli che si alzano alle 4 di mattina per vederlo, altri che si alzano sempre alle 4 di mattina per pescarli. Il nostro istinto è spaccato in due: chi li ama e chi li pesca. E forse anche in tre perchè ci sono quelli assolutamente indifferenti.

E’ difficile accettare, quando ami molto un animale, l’idea che venga pescato e ridotto numericamente, è una sofferenza pensarci. Non riesco nemmeno a guardare i documentari. Mi è bastata vedere, una volta, la foto scattata da Sea Shepherd, in Costarica, del tetto di una factory dove seccano le pinne di squalo. I tetti erano completamente ricoperti da centinaia e centinaia di pinne di squalo.

Quando mi devo arrendere a una situazione così sproporzionata perché lottare contro vuole dire essere testimoni pazienti per anni, e anni, finché lentamente la mentalità delle persone cambia.. (se cambia..), allora mi ripeto un mantra di consolazione. Ho una teoria. Una teoria che mi tira fuori dalla sconfitta, dalla morte. Magari un giorno la racconto…

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