Il messaggio di Wallace

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Mio caro Lyell,

Non ho mai visto una coincidenza più impressionante. Se Wallace avesse avuto le bozze del mio lavoro del 1842 non avrebbe potuto scrivere una presentazione migliore! I termini, anche, sono i titoli dei miei capitoli.

Charles Darwin, 18 giugno 1858

La lettera spedita dall’isola di Ternate raggiunse Darwin a Londra dopo tre mesi di viaggio, e lo colpì come un fulmine. Parlava della lotta per la sopravvivenza, parlava di ‘evoluzione per selezione naturale’. L’idea che Wallace s’era fatto sulla teoria dell’evoluzione differiva da quella di Darwin solo di pochi dettagli. Come erano arrivati alle stesse conclusioni? Entrambi avevano avuto lo stesso privilegio: aver girovagato per innumerevoli isole remote, ognuna con le sue leggi. Darwin sul famoso Beagle e Wallace a bordo di innumerevoli brigantini, ‘pinisi’ e imbarcazioni locali,  avevano osservato le differenze tra le specie sviluppatesi in ambienti dalle caratteristiche differenti, in luoghi dove la mano dell’uomo non aveva ancora completamente irreggimentato né fatalmente distrutto la natura. Entrambi avevano osservato organismi che prosperavano grazie alla loro capacità di adattamento a nuove circostanze.

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Se in qualche modo Wallace venne oscurato dalla fama di Darwin si deve in gran parte alla dimensione dell’Origine delle Specie, un’opera monumentale alla quale Darwin stava lavorando ormai da quasi venti anni. La lettera di Wallace fu per Darwin uno sprone a pubblicare finalmente l’esito di tanti viaggi e ricerche, cosa che malgrado i suggerimenti del grande geologo Charles Lyell, Darwin non si decideva a fare.

“E’ impressionante come quest’uomo non nutra alcun tipo di invidia, né di risentimento nei miei confronti.” Scrisse ad un amico Charles Darwin. Wallace si comportò quasi come se quella scoperta non fosse stata puramente opera del suo genio, ma di una forza esterna. La visione del quadro generale gli era arrivata durante la febbre. Forse nel delirio Wallace vide la big-picture dell’evoluzione. Era appena tornato da Papua e Wallace si era fermato a Dodinga, sull’istmo di quell’isola delle Molucche settentrionali chiama Halmahera, o Gilolo.

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Lì, sotto un tetto che faceva acqua e che il capovillaggio non si decideva a far aggiustare, colpito da quella che descrisse come ‘febbre intermittente’, Wallace, pensò al male che lo stava assediando, pensò alla sopravvivenza. Innumerevoli tessere, un numero interminabile di immagini, disegni, osservazioni, durante quell’attacco di malaria caddero l’uno vicino all’altro, componendo il mosaico della teoria che avrebbe rivoluzionato tutte le conoscenze naturalistiche, una scoperta che avrebbe fortemente influenzato il mondo moderno. Negli anni successivi Wallace rimaneggiò più volte la sua teoria dell’evoluzione, ma a differenza di Darwin lo fece da spiritualista, relegando l’origine dell’uomo ad un più alto livello dell’esistenza. Le sue tesi furono accettate con scetticismo.

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Poco incline a rincorrere la fama e la notorietà, era solito affermare che la sua più grande scoperta nell’isola di Halmahera fosse la Semioptera wallacii, un uccello dalla sontuosa livrea che da lui prese il nome. Gli uccelli della stessa famiglia, osservati anche in Papua Nuova Guinea, raggiungevano lì ad Halmahera il loro punto di distribuzione più occidentale. Nasceva la Biogeografia, Wallace capì di essere sul confine tra due grandi influenze biologiche: la zona delle specie asiatiche e la zona delle specie australiane, era su quella che chiamiamo oggi la Linea di Wallace, la zona dalla più grande biodiversità mai osservata sul pianeta, ancora oggi meta di naturalisti e ricercatori.

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Wallace fu il primo ad avvertirci che l’abbattimento della foresta pluviale per far spazio alle coltivazioni avrebbe avuto un impatto negativo sul clima. Consapevole delle complesse interazioni tra vegetazione e clima, in ‘Tropical Nature and Other Essays’ (1878) lanciò un allarme sui pericoli della deforestazione e dell’erosione del suolo, soprattutto in regioni soggette a forti precipitazioni. Sull’impatto degli europei sull’isola di Sant’Elena, scrisse:

“… L’aspetto generale dell’isola è ormai così arido e ostile che alcune persone trovano difficile credere che una volta era tutto verde e fertile. La causa di questo cambiamento è, tuttavia, molto facilmente spiegato. Il ricco suolo formato da depositi di roccia vulcanica e di vegetali decomposti poteva essere mantenuto sui pendii ripidi solo fino a quando era protetto dalla vegetazione di cui in gran parte doveva la sua origine. Quando questa è stata distrutta, le intense piogge tropicali hanno presto spazzato via la terra, e hanno lasciato una vasta distesa di roccia nuda o argilla sterile. Questa distruzione irreparabile è stata causata, in primo luogo, dalle capre, che introdotte dai portoghesi nel 1513, sono aumentate così rapidamente che nel 1588 ce n’erano a migliaia. Questi animali sono il più grande di tutti i nemici degli alberi, perché mangiano le giovani piantine, e quindi impediscono il ripristino naturale della foresta…”

e ancora:

“…Due degli alberi nativi, la sequoia e l’ebano, erano buoni per la conciatura e, per risparmiare, veniva presa solo la corteccia, lasciando i tronchi nudi a marcire; e mentre nel 1709 una grande quantità di ebano stava rapidamente scomparendo il suo legname veniva utilizzato per bruciare la calce per la costruzione di fortificazioni!”

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Nella comune iconografia quell’esploratore con il cappello coloniale, la barba bianca ed il retino per le farfalle è proprio a lui, Alfred Wallace, un uomo mite, vissuto serenamente all’ombra di Darwin, e che si dedicò attivamente alla politica, alla filosofia, all’ambiente, alle cause umanitarie. Ma è soprattutto nel suo messaggio che noi percepiamo la sua grandezza e, oggi più che mai, avvertiamo il peso della sua eredità:

“…Inquinare una sorgente o un fiume, sterminare gli uccelli o le bestie, dovrebbero essere considerati reati morali e sociali. Eppure nel corso del secolo passato ai grandi progressi delle scienze naturalistiche, di cui siamo tanto fieri, non corrisponde nessuno sviluppo di amore o di rispetto per le opere della natura; mai prima d’ora c’è stata tanta devastazione diffusa sulla superficie terrestre, dalla distruzione della vegetazione autoctona e con essa di molta vita animale, al saccheggio della terra per la lavorazione dei minerali, allo  sversamento nei nostri torrenti e nei fiumi dei rifiuti delle manifatturiere, delle città; e questo è stato compiuto da tutte le più grandi nazioni che si contendono il primo posto per la civiltà e la religione!”

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Alfred Russel Wallace, 1911

http://wallace-online.org/

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