Il destino di AIBO, primo cane robot

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Michiko Sakurai e il suo Aibo

Mentre i generici vantaggi della compagnia di un animale domestico sul benessere psicofisico continuano ad essere oggetto di numerosi dibattiti, sono sempre più numerosi gli studi che dimostrano miglioramenti in alcune patologie, come l’autismo o la demenza senile, nel vivere a stretto contatto con un animale.

L’impiego degli animali da compagnia in programmi terapeutici, però, implica la necessità di porre dei limiti legati al benessere dell’animale o derivanti dalla possibilità di contrarre malattie o scatenare allergie.

I progressi tecnologici nel campo dell’informatica interattiva sono oggi in grado di emulare in maniera molto sofisticata realtà naturali e molto interessanti appaiono oggi i prodotti che riproducono forme animali robotiche.

Capolista in questa classifica è AIBO. Entrato in commercio nel 1999, nonostante il suo prezzo non fosse certo bassissimo (ma simile a quello medio di un cucciolo con pedigree) ha avuto una discreta diffusione, soprattutto tra i nipponici.

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Il cane robotico ha le sembianze di un cagnolino grigio metallizzato, con parti del corpo mobili e sensori che rilevano distanze, accellerazioni, vibrazioni suoni e pressione. La caratteristica curiosa è che, AIBO, è in grado di apprendere nuovi comandi dagli umani e, conseguentemente, di elaborare una risposta unica e diversa da ciascun altro esemplare.

Sono molti gli studi che esaminano i potenziali benefici di AIBO sulla popolazione e, in particolare, sulle fasce più vulnerabili ma, chiunque l’abbia acquistato, se n’è, in qualche modo, affezionato e molti padroni hanno accolto la decisione della Sony di sospendere l’assistenza tecnica come la definitiva condanna a morte di un componente della propria famiglia.

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Tra funerali buddisti che equiparano le cose animate a quelle inanimate, foto ricordo e laboratori di riparazione amatoriali, gli affezionati padroni si preparano all’inevitabile e cercano di elaborare il lutto.

Non sarà però la fine degli animali da compagnia robotici; è probabile che, nei prossimi anni, diventeranno sempre più sofisticati e anche più economici. A questo punto il problema che emerge diventa (perdonatemi il termine) esistenziale. Gli animali robotici, possono essere paragonati agli animali domestici? Possono diventare nostri amici? E quando, infine, sono parte della famiglia, dobbiamo arrivare a considerarli, a tutti gli effetti individui con dei diritti?

Fin ora abbiamo pensato che la mente umana catalogasse il mondo circostante secondo tre criteri. Il primo criterio di divisione è tra gli esseri viventi (o che hanno vissuto in passato) e quelli che non possiedono una vita; all’interno del gruppo dei viventi distinguiamo gli esseri coscienti (capaci di pensieri e volontà) e esseri non coscienti. Infine, tra gli animali coscienti, la nostra mente distingue gli animali sociali (cioè quegli animali portati a interagire con l’uomo) e gli animali non sociali.

Però può accadere che, se un oggetto come AIBO è percepito come un’entità che possiede una propria intelligenza, ogni suo comportamento è interpretato come controllato da stati cognitivi o emotivi invece che regolato da circuiti, batterie e sensori. È quindi facile cadere nell’errore di attribuirgli caratteristiche biologiche. Similmente, quando riconosciamo all’entità robotica il ruolo di nostro compagno, col quale trascorriamo le giornate, è facile attribuirgli anche caratteristiche cognitive e, quindi, biologiche.

Nonostante AIBO sia completamente metallico, emetta luci e suoni a dir poco innaturali, è in grado di imitare nella forma, nei movimenti e nelle reazioni cani in carne e ossa e, anche se le persone si rendono perfettamente conto che AIBO è il risultato di una sofisticata ricerca tecnologica, allo stesso tempo non possono non affermare che, nel tempo, sia diventato parte della famiglia, come un amico, proprio come un vero animale domestico.

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Durante uno studio sperimentale, condotto presso la Purdue University, nell’Indiana, è stato chiesto a dei bambini cosa avrebbero migliorato nella progettazione per avere un AIBO migliore e, quasi tutti hanno detto che avrebbero voluto aggungervi del pelo, per renderlo più morbido e piacevole al tatto. Alla domanda “Cosa vorresti non avesse mai un cane robot?” hanno risposto che non dovrebbe avere ne artigli ne denti taglienti e che non avrebbe mai dovuto comportarsi in maniera aggressiva.

Entrambe le risposta dimostrano la tendenza a voler rendere il robot sempre più simile ad un vero animale eliminando, però, le caratteristiche tipiche di un animale, come il comportamente aggressivo generato dalla necessità di cacciare o di difendersi.

In questa fase storica in cui i robot diventano ogni giorno più autonomi, adattativi e personalizzati sarà sempre più facile trovare adulti e bambini che li considerino come esseri viventi con cui interagire, con un’intelligenza, una socialità e persino una morale.

Questa riflessione potrebbe essere alla base di un’evoluzione del pensiero umano che, alla domanda “ciò è vivo oppure no?” sostituisce quella “è in grado di interagire efficacemente con me oppure no?”.

Sembra stia nascendo una nuova categoria ontologica che non appartiene né a quella dei vivi né a quella dei non vivi. L’importanza che attribuiremo a ciò che ci circonda potrebbe, in futuro, essere condizionata maggiormente dal tipo di interazione creata, piuttosto che dalla presenza o meno della vita.

Se fosse realmente così possiamo dire di essere entrati nell’antropomorfizzazione 2.0 in cui a indossare cappottini da migliaia di euro non saranno più Pinscher o Bassotti ma piccoli e sofisticati robot, per la gioia di quei padroni che hanno ormai, da tempo, perso il contatto con il mondo naturale.

Per approfondire:

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