Miti del Mar Rosso: Franz – 1a parte

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“Sembra che vi diate appuntamento, voi due. Lui sarà qui dopodomani.” 2011, ero a Bali per caso. Avrei dovuto essere a Tokyo. Uno Tsunami ed un nocciolo d’uranio in crisi isterica m’avevano dirottato a Bali. Lui tornava dopo quattro mesi di esplorazioni dal West Papua, uno degli angoli più remoti della Terra. Le nostre strade s’incrociavano di nuovo.

Tutto ricominciò in un bar in Mar Rosso. Ero appena arrivato e cercavo lavoro; i free-lance, siano reporter o istruttori sub, cercano continuamente lavoro. M’avevano detto che in un bar, il Pirate’s Bar a Naama Bay avrei incontrato il management del centro subacqueo che pagava meglio di tutta la baia. Eccoli. Ci presentiamo. Lars, Manuel, Francesco… Nice to meet you. Ci sediamo l’uno accanto all’altro. Non sembra italiano. Poi con quella faccia d’attore e voce idem mi fa: “Che c… ci fai qui?” Non posso far altro che rispondergli: “Dr. Livingstone, I presume.”3RMT

Non lo vedevo da sei anni. L’ultimo contatto era stato un fax da Tahiti: chiedeva info sui prezzi delle mongolfiere. Voleva comprare una mongolfiera e portare a spasso i turisti tra un’isola da sogno e l’altra. No, non stupiva un fax così da uno come lui. Francesco era uno che s’era fatto il giro dell’Africa da solo a diciassette anni. Sì, da solo. L’ho conosciuto che trafficava intorno a un fuoristrada minuscolo col quale poi affrontò il Sahara dall’Algeria alla Costa d’Avorio. Non lungo la transahariana come fanno tutte le persone normali, ma su piste poco conosciute. Era la settima traversata, per lui. La prima volta l’aveva fatta in autostop. Ascoltarlo era come leggere Joseph Conrad e i resoconti di René Caillé, lo scopritore di Timbuctu. A casa sua spuntavano mappe, scatole piene di corrispondenza coi Padri Comboniani, lance e maschere rituali, pelli di animali strani, la solita infinità di libri. Era la casa di un esploratore. E’ lui che mi ha ispirato uno stile di vita, ma anche uno dei più importanti personaggio dei miei libri: Franz.

Makongo-Tudu-1985

Congo
Poco più che ventenne L’Università di Roma lo spedisce in Congo, in mezzo ai pigmei. Nel cuore di tenebra. Scrive in uno dei suoi diari: “La nostra scorta fornitaci dall’esercito regolare comincia a comportarsi in modo strano: hanno fame, la loro razione di riso è finita, c’è il rischio che uccidano qualche specie protetta…”Garamba-anti-poaching

Il frutto di tutti quegli anni è chiuso nelle pagine in una ricerca. Riporto l’incipit:

Un’indagine etno-zoologica condotta nel nord-est dello Zaire (Ituri Forest e Monti Mitumba) e nel sud-ovest dell’Uganda (Ruwenzori) per studiare i modi in cui le popolazioni native sfruttano gli animali selvatici in diversi ecosistemi forestali. La caccia tradizionale e le tecniche di cattura sono state osservate direttamente, sono state condotte le interviste con cacciatori nomadi (pigmei)… Si osservava che il minor numero di restrizioni è stato trovato in altri agricoltori residenti (i Nande) che trappolano tutti i mammiferi, compresi i piccoli roditori, in habitat altamente degradati e sovrappopolati…

Giuseppe M. Carpaneto e Francesco P. Germi

Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo, Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza ‘

“Quando tornai andai all’ Università, e frequentai molto l’Istituto delle Malattie Tropicali. In Africa avevo preso la malaria, l’ameba ed altre malattie esotiche tipiche. Ad una visita mi accorsi che i professori che mi seguivano s’erano portati dietro gli studenti, una classe intera. Probabilmente io per loro rappresentavo un’occasione unica… quando gli ricapitava un italiano con tutte quelle malattie strane?”Apa-Njaro-1986

Mr. Thistlegorm
Così lo chiamavano a Sharm, col nome del relitto più chiacchierato del modo, una delle più grandi attrazioni del Mar Rosso. Su quel relitto ogni tanto qualcuno ci lasciava la buccia, un sacco di guide perdevano la faccia, e anche il lavoro. Era una immersione in mezzo al mare che se ti diceva bene c’erano poche onde e poche barche, se ti diceva male c’era un mare che sfidava le capacità di barche e skipper locali, oppure ci trovavi una folla di natanti che cozzano l’uno contro l’altro nel mare in tempesta. Se ti diceva peggio non c’era nessuno in giro e ti toccava cercarlo con barche poco manovrabili e skipper refrattari al GPS, tanto, dicevano, il segnale in quella porzione del Golfo di Suez va e viene. Erano pochi i pazzi che ci andavano volentieri, ogni volta era una scommessa. E nei bar di Sharm si narravano avventure pazzesche accadute su quel relitto. Nella tradizione orale Francesco era il depositario dell’arte dell’ormeggio. L’immersione era di per sé abbastanza spettacolare per risultare magnifica anche vagando per il relitto a caso, per rovinarla dovevi sbagliare l’ormeggio. O fare danni. E lui laggiù non aveva mai sbagliato una immersione.thg600

Non avevo mai ascoltato un briefing così audace. Parlava di correnti che entravano nella baia, che facevano giri strani, che si ingolfavano, di plancton che saliva su dalle profondità, portandosi dietro l’intera catena alimentare compresi i predatori d’apice, gli squali. Qualcuno disse che era fortuna sfacciata, anche se non si espresse proprio così, perché tra le altre cose proprio quel giorno a bordo c’erano gli operatori di una rete tedesca che ripresero tutto smentendo ogni illazione, proiettando il filmato al diving in HD. C’era di tutto, dagli squali grigi ai martello, c’erano tantissime mante e uno squalo balena, e poi tonni, fucilieri, carangidi… tutto il pesce di passo del Mar Rosso. C’erano perché mentre gli altri nel giorno libero erano in spiaggia a Sharks Bay o a fumare la shisha o altre cose sotto una tende beduina, lui lo trovavi in una saletta fresca e ombrosa della biblioteca del Parco Nazionale di Ras Mohammed, a leggersi le tesine, gli studi sulla pesca etnica beduina, sulle catture, a studiarsi comportamento e ciclo vitale di ogni singola specie. Con una matita in mano e un taccuino, pronto a disegnare mappe, prendere appunti. In mare si comportava come un cacciatore: odori e rumori dovevano essere sotto controllo, i suoi agguati erano fatti di attese immobili o di movimenti lenti, come in una imboscata. Anche io, come Pipi, andavo a ripetizioni da lui. Ti spiegava tutto: l’interazione delle maree e del vento con le correnti, ti spiegava dove, come e quando trovare il leggendario branco degli squali martello nel blu, a nord di Jackson reef.FRANzWITHHAMMERS

Zingarate nel deserto
Con tutto quel deserto a portata di mano non si può fare a meno di andare a curiosare. Quello del Sinai è un deserto relativamente facile, se lo paragoniamo al Sahara è un deserto minuscolo, dove prima o poi incontri qualcuno. Un solo piccolo fastidio: le mine. Ma torniamo a Franz: se c’è una cosa che piace alle ragazze è farsi portare in una immensa spiaggia deserta, dove non c’è nessuno, possibilmente in fuoristrada (anche se spesso va bene anche il cammello). Se c’è una cosa che piace ai militari è seppellire un sacco di mine in spiagge deserte per fare uno scherzo alle truppe da sbarco. Ma lo scherzo peggiore lo fanno a guerra finita, quando si dimenticano dove hanno messo le mine: gli tocca recintare zone immense. Così Franz prende la scorciatoia, s’inerpica per un pendio, ridiscende in un wadi e inizia la manovra di aggiramento del filo spinato per giungere al mare. Il recinto è enorme, lunghissimo. Il filo è arrugginito. Anche i cartelli con scritto ‘MINE’ sono arrugginiti. Chilometri e chilometri di filo spinato e la spiaggia è appena di là, a poche decine di metri. Possibile non ci sia un varco? Poi lei si accorge di uno strano dettaglio: i cartelli di pericolo non guardano verso di loro, ma guardano il mare. Loro sono dentro, il campo minato. Franz gira subito la jeep, ma il vento sta già cancellando le tracce degli pneumatici.

Riusciranno i nostri eroi?

 

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  1. Luca Maritan
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