L’uccello che smise di cantare e iniziò a parlare

garrulo

Per secoli gli uomini si sono considerati gli esseri più evoluti sulla terra e unici, nel creato, a poter utilizzare degli utensili, parlare e provare emozioni; una specie superiore in un universo di esseri viventi decisamente meno intelligenti.

Le scoperte scientifiche dell’ultimo mezzo secolo, però, ci stanno mettendo di fronte a una dura realtà: quelle che ritenevamo prerogative umane sono presenti anche in altri esseri viventi. La cosa potrebbe non creare scalpore quando si parla di animali che hanno imparato a utilizzare degli strumenti per procurarsi il cibo ma come la mettiamo quando in mezzo ci sono i sentimenti e la capacità di comunicarli?

La prima a mettere in dubbio la netta linea di demarcazione tra il mondo animale e l’uomo fu Jane Goodall che riconobbe negli scimpanzé sentimenti e stati emotivi molto simili a quelli degli uomini. Sono dovuti passare decenni dalle sue pubblicazioni per individuare anche in esseri viventi molto lontani da noi (come gli uccelli e i cefalopodi) una forma di coscienza (vedi articolo la felicità appartiene a tutti gli animali).

Il problema più grande nel riconoscere un’emozione è, per tutti, legato alla possibilità dell’altro (umano e non umano) di poterla esprimere e l’uso del linguaggio è considerato il modo più chiaro e diretto per farlo. Benché la comunicazione non verbale sia ampiamente riconosciuta e studiata sia a livello intraspecifico sia interspecifico, la capacità di utilizzare suoni, di per sé, senza significato per creare parole o frasi di senso compiuto e riconosciuto tra gli individui di uno stesso gruppo è stata considerata, fino a poco tempo fa, l’ultima caratteristica esclusivamente umana.

Purtroppo anche quest’ultimo baluardo della supremazia umana è caduto. Proprio all’inizio di quest’anno abbiamo avuto l’opportunità di parlare dei cercopitechi che, non solo sono in grado di utilizzare un linguaggio primitivo ma, come in tutte le lingue, esso subisce variazioni a seconda del gruppo di provenienza, proprio come i dialetti (vedi articolo tradotto in scimmiesco).

È di pochi giorni fa la pubblicazione di un lavoro di ricerca delle Università di Exter e Zurigo che proverebbe l’esistenza del linguaggio anche in una specie di passero, il garrulo corona castana (Pomatostomus ruficeps).

Gli individui di questa specie, diffusa nelle aree interne dell’Australia sud orientale, sono rinomati per un intenso e articolato comportamento sociale. Durante la stagione non riproduttiva, formano dei piccoli gruppi che condividono territorio, fonti di cibo e nidi.

Nel lavoro, pubblicato su PLoS Biology, si afferma che i garruli utilizzano e compongono i suoni come si pensa facessero i primi ominidi, prima che l’Homo sapiens sapiens elaborasse sistemi linguistici complessi.

L’autrice principale, Sabrina Engesser, ci tiene a specificare che, se altri uccelli sono in grado di emettere dei suoni in successione per creare una melodia, i garruli, al contrario, non cantano. Infatti, mentre nelle specie canore, cambiando la posizione dei suoni, il significato del messaggio non cambia, le unità fonetiche del garrulo sembrano scelte accuratamente e una modifica nella sintassi del richiamo può totalmente alterare il significato del richiamo stesso.

Un esempio: i ricercatori hanno notato che i garruli utilizzano frequentemente i suoni che chiameremo A e B. Durante il volo, gli uccelli hanno elaborato un richiamo per il volo strutturato nella forma AB ma, per avvisare i pulcini nel nido che stanno per ricevere del cibo, il richiamo elaborato è BAB. Per studiare la reazione degli ascoltatori, i ricercatori hanno riprodotto i suoni e, come immaginato, quando era lanciato il segnale BAB, gli esemplari all’ascolto spostavano la loro attenzione sui nidi mentre, al segnale di volo (AB), osservavano il cielo nell’attesa di un altro esemplare in volo.

Gli autori ritengono che l’elemento sonoro B è ciò che differenzia il significato tra il richiamo che significa cibo e quello che significa volo, proprio come nella lingua inglese la lettera c fa la differenza tra la parola cat e la preposizione at.

È evidente che questa primitiva forma di comunicazione verbale è lontana anni luce dalla varietà che caratterizza l’espressione del linguaggio umano ma, i ricercatori sono convinti che lo studio dei fonemi del garrulo possa aiutarci a capire come sia nata negli ominidi la capacità di dare nuovi significati ai suoni e, aggiungo, ci ricorda ancora una volta che sarebbe impossibile comprendere appieno l’uomo se lo si separa dal resto dell’universo animale cui appartiene.

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