Olio di palma sostenibile: deforestazione e salute in gioco

deforestazione

Proprio recentemente si è tornato a parlare dell’olio di palma e di alcune aziende che lo utilizzano, come la Ferrero nella tanto “amata e odiata” Nutella.

Il 16 giugno 2015, durante un’intervista al Grand Journal di Canal+, il ministro dell’ecologia francese, Ségolène Royal, ha invitato i francesi ad evitare di consumare la Nutella per preservare il Pianeta. Per produrre tale olio, infatti, si sta praticando una assurda deforestazione nei Paesi del sudest asiatico, che lo producono. La fauna locale, costituita principalmente da oranghi, tigri, rinoceronti ed elefanti, ne sta subendo le conseguenze più gravi, con perdita progressiva dell’habitat, fino alla più probabile estinzione. Negli ultimi 50 anni, per esempio, la popolazione di oranghi è diminuita del 60%.

Oil palm fruits and bowl of cooking oil on black background

palm oil tree

A questo riguardo, le associazioni ambientaliste, negli ultimi anni, chiedono a gran voce l’impiego di una coltivazione sostenibile certificata. Alcune aziende si stanno già adoperando. Considerando che il suo utilizzo è ingente. In Europa, parliamo di 7 milioni di tonnellate importate all’anno, un quinto solo per l’Italia!

Un discorso a parte dobbiamo farlo per quanto riguarda l’aspetto della salute. Non ci sono studi scientifici che conclamino definitivamente questo olio come nocivo. Teniamo, però, presente che contiene un acido, l’acido palmitico che quando si ossida provoca danni nel nostro organismo. E’ per questo che molti nutrizionisti sostengono che possa predisporre al diabete e allo sviluppo di tumori.

D’altro canto, anche boicottare l’olio di palma potrebbe avere i suoi inconvenienti. Per prima cosa, ha una serie di caratteristiche che lo rendono diverso e preferibile, rispetto agli altri oli vegetali: neutralità del gusto, consistenza e fragranza. E poi la sua coltivazione è molto economica: in paragone, un ettaro di terreno coltivato a palme va a produrre da 5 a 10 volte la quantità di olio che produrrebbero un ettaro di mais, soia, arachidi o girasoli.

Replanting oil plam at estate plantation

Anche il WWF si è dichiarato contrario a tale demonizzazione, mentre preferisce invogliare i consumatori ad acquistare prodotti di aziende che utilizzano olio di palma certificato sostenibile. La Ferrero, dal 1° gennaio 2015 utilizza tale olio certificato al 100% dalla Tavola Rotonda sull’olio di palma sostenibile (RSPO).

Lo stesso Greenpeace ha riconosciuto che la Ferrero è una delle aziende più all’avanguardia per l’approvvigionamento dell’olio di palma.

Infine, Confindustria, sul suo quotidiano, ha affermato che anche se tutto il mondo smettesse di consumare prodotti a base di olio di palma e si convertissero le piantagioni a arachidi o cotone, non ci sarebbe alcun miglioramento per l’ambiente. 

Altre associazioni ambientaliste sollevano dubbi sulla certificazione della RSPO, che come si evince da alcuni studi non è sufficiente, ma sicuramente migliorabile (per es. lo studio pubblicato su PNAS dal titolo Conserving tropical biodiversity via market forces and spatial targeting). Infatti, le terre pubbliche non bastano per fermare la perdita di biodiversità a livello mondiale. Inoltre, c’è bisogno di incentivi da dare ai proprietari terrieri. Questo può avvenire solo con un aumento del prezzo dei prodotti, basato su una conservazione del territorio certificata.

La stessa Ségolène Royal ha ritrattato la sua dichiarazione due giorni dopo l’intervista, affermando le sue scuse per le accuse sollevate.

Vi confesso che io non mangio Nutella, ma preferisco farla a casa la mia crema di cioccolato spalmabile.

Sono anche tra i 150.000 cittadini che ha firmato la petizione promossa da Il Fatto alimentare su change.org per limitare l’invasione dell’olio di palma nei prodotti alimentari.

Polemiche a parte tra Italia e Francia, è giusto porre massima attenzione su questo olio dal forte impatto ambientale. Almeno questa è la mia opinione.

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