Le cause degli spiaggiamenti di massa

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Spiaggiamenti di singoli cetacei avvengono in tutto il mondo e per svariati motivi. Delfini, balene, focene e foche si arenano quando sono disorientati oppure soffrono per malattie, infezioni o lesioni. A volte, giovani esemplari da poco svezzati hanno difficoltà a orientarsi da soli e si spiaggiano a causa della loro inesperienza; in altri casi, animali anziani, si ritrovano sulla riva, perché morti per cause naturali.

Gli spiaggiamenti di massa, invece, avvengono quando due o più animali della stessa specie si arenano in un’area geografica circoscritta e all’interno dello stesso ciclo di maree.

Sono molteplici i fattori alla base di tali eventi ma il tratto comune, da tenere sempre presente quando se ne ricercano le cause, è la forte socialità dei cetacei. Balene e delfini sono animali pelagici che formano gruppi ristretti. Il legame che li unisce è così forte che, se un membro si ammala, viene ferito o, semplicemente, si trova disorientato, tutti gli altri gli stanno vicino e, così, può accadere che l’intero gruppo vada inesorabilmente incontro alla morte.

Le cause naturali degli spiaggiamenti di massa possono essere ricercate nella presenza di predatori (come gli squali) che costringono i mammiferi marini a nuotare lungo riva oppure nelle semplici caratteristiche del fondale che, tra gole e insenature articolate, disorientano gli animali. Un’altra causa frequente del fenomeno è la presenza di notevoli cicli di marea che possono portare la linea di riva più a largo del solito.

Nel tempo, però, a questi fattori naturali si sono sommati quelli antropici che, con le attività a largo, contribuiscono ad aumentare la frequenza del fenomeno. Poiché molti delfini e balene utilizzano l’ecolocalizzazione per l’orientamento, qualsiasi forma di disturbo acustico sottomarino (ad esempio i segnali impiegati per la ricerca di idrocarburi) può essere causa di disorientamento e del conseguente loro spiaggiamento.

Per quanto sia evidente una correlazione tra le attività dell’uomo in mare e l’incremento degli spiaggiamenti, provarne l’effettivo legame di causa ed effetto è ancora un’impresa.

E’ stato, però, da poco pubblicato un documento che dimostrerebbe la correlazione tra lo spiaggiamento di un grosso gruppo di balene pilota (Globicephala melas), avvenuto in Scozia nel 2011, e la detonazione a largo di quattro bombe da parte della marina militare.

Dopo ben quattro anni, gli scienziati governativi hanno pubblicato il loro lungo rapporto al termine del quale si dichiara inequivocabilmente che, il rumore delle esplosioni, avrebbe danneggiato l’udito e la capacità di orientarsi delle balene, causandone lo spiaggiamento e la morte.

Il fatto risale al 22 luglio di 4 anni fa quando 70 balene in transito nelle acque poco profonde a est di Capo Wrath, rimasero intrappolate dalla marea. Nonostante l’immediata reazione dei volontari, 39 esemplari si sono spiaggiati e 19 di loro hanno perso la vita.

Il rapporto indica che, esattamente 24 ore prima, tre bombe erano state fatte esplodere nella stessa area dalla marina militare e una quarta quando lo spiaggiamento era già in corso.

Gli scienziati ne sono certi; la magnitudo e la vicinanza di tutte queste esplosioni sono state causa di un grosso disturbo per tutti i mammiferi marini nelle vicinanze. Le prime tre esplosioni avrebbero pregiudicato la capacità di orientamento delle balene pilota mentre la quarta avrebbe definitivamente spinto gli animali ancora più verso la costa, lontano dalla fonte del rumore.

I controlli visivi della marina militare sulla presenza di branchi di cetacei sono stati considerati inefficaci e ci si chiede perché metodi meno pericolosi utilizzati altrove per detonare le bombe inesplose non siano stati utilizzati anche allora.

Il Ministero della Difesa ha, però, accettato le conclusioni del documento individuando una serie di fattori che possono aver influenzato il disastroso evento, inclusa la detonazione di esplosivi subacquei, e ha già individuato delle procedure di mitigazione per le future operazioni.

Nonostante le critiche e i pareri discordanti si tratta di un precedente molto importante in Europa perché, per la prima volta, è riconosciuto chiaramente il legame tra inquinamento acustico e disturbo della fauna marina.

Infatti, il concetto d’inquinamento acustico, è stato esteso all’ambiente acquatico solo di recente quando si è giunti alla certezza che alcuni suoni hanno effetti negativi su diversi phyla di organismi animali e, in particolare, proprio sui cetacei.

E’ stato dimostrato che un suono di basso livello può essere udibile e non produrre alcun effetto visibile ma causare il mascheramento dei segnali acustici e indurre l’allontanamento degli animali dall’area esposta al rumore. Aumentando il livello del suono, invece, gli animali possono sperimentare disagio o stress fino ad arrivare al danno acustico vero e proprio. Nel caso scozzese i rumori forti hanno finito per danneggiare le cellule ciliate nelle orecchie delle balene e non hanno più permesso loro di cogliere i cambiamenti di pressione.

eco-scandaglio

Se la continua esposizione a rumori di basso livello può avere ripercussioni sul comportamento e sul benessere psicofisico dei mammiferi marini, provocando un impatto a lungo termine sulle popolazioni, i rumori a elevata potenza (come le esplosioni subacquee, i sonar o gli air-gun) possono provocare gravi danni fisici con effetti temporanei, permanenti o, addirittura, letali nelle specie particolarmente sensibili.

Chissà se chi ha da poco concesso una nuova autorizzazione alla società petrolifera australiana Po Valley Operations, ha avuto modo di consultare questi documenti. Sicuramente lo hanno fatto le associazioni ambientaliste che hanno dichiarato guerra al ministero e agli australiani.

trivellazioni adriatico

A scatenare la loro rabbia è stato il raddoppiamento, nell’alto Adriatico, dell’area destinata a future trivellazioni e il permesso di espandere le attività di ricerca fino a 12 miglia dalla costa, in barba a una legge nazionale del 2010.

Il FAI, Greenpeace, Legambiente, Marevivo, Touring Club Italiano e WWF, hanno reagito con un immediato ricorso al TAR del Lazio, contro i Ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente, delle Infrastrutture e dell’Agricoltura, ma se dovesse passare senza problemi questa interpretazione del Ministero, d’ora in poi la stessa cosa potrebbe essere fatta lungo qualsiasi costa, qualsiasi spiaggia o area protetta.

Sembra assurdo ma non abbiamo ancora capito che il nostro bene più prezioso non va ricercato tra le rocce in fondo all’oceano ma è davanti ai nostri occhi: il nostro mare e i nostri boschi con tutte le creature che li abitano. Speriamo che, quando arriverà quel momento saremo ancora in tempo per rimediare ai nostri errori.

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