Skeleton Coast – I cancelli dell’Inferno

Il mese maledetto per San Francisco, California, è agosto. Forse è per questo che pochi italiani conoscono quella città. Una congiunzione di aria desertica e correnti marine genera freddo e nebbie persistenti, tali che non vedi ad un palmo sul Golden Gate. In Namibia, sulla Skeleton Coast, è quasi sempre così. Diciamo tutto l’anno tranne che in giorni particolarmente fortunati nella stagione secca. Noi ne abbiamo infilati un paio.

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Swakopmund significa bocca, o foce, dello Swakop. Mentre lo attraversiamo notiamo che il fiume non raggiunge il mare, non raggiunge neanche la dignità di un fiume, è un misero acquitrino stagnante che non supera la spiaggia. Non è, il nostro, amore incondizionato per il deserto e la siccità; siamo in Namibia a giugno e affrontando l’inverno, che cade nella stagione secca, perché tutti gli animali si radunano presso le poche pozze disponibili. E le nostre macchine fotografiche li prenderanno per la sete, invece che per la gola, come purtroppo succede in altri parchi.

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Attraversiamo Swakopmund come una Legoland peraltro già vista. Architettura tedesca in piena Africa australe: tetti rossi, guglie. Non c’è un mozzicone di sigaretta in terra. Strisce pedonali, rotonde, incroci e marciapiedi bassi, indicatori di una civiltà precisina, sono ordinatissimi. Bello. Carino. Nordeuropeo come i Lego. Pulito. Anche surreale. Ma abbiamo altro da fare che visitare città: la deviazione sulla strada di sale ci porta dritti verso parco che non puoi ignorare. 100.000 Otarie Orsine. La colonia più numerosa nel mondo di questa specie.

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Nuotano, litigano, combattono, allattano i piccoli. Si gettano in mare. Tornano ballonzolando sulla spiaggia. Ondate di otarie, su e giù. Le loro grida. Una città più grande di Como racchiusa in un promontorio. Le otarie, tutte e centomila, non hanno sistemi fognari, l’odore è quello che si può immaginare. E’ solo l’inizio della Skeleton Coast. Lì intorno non c’è nulla. Solo bancarelle solitarie dei venditori di sale; non ci sono nemmeno i venditori, metti il denaro in un bussolotto (lì si fidano) e prendi il pezzo di salgemma che vuoi. Poi solo gabbiotti di pescatori, licheni che non si possono ravanare col 4 x 4, ma vanno rispettati e salvaguardati usando le apposite piste. Diamine… mica pizza e mandolini, mica gabinetti sporchi.

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La chiamano Skeleton Coast, costa degli scheletri, per una serie di motivi che poi si sono confusi tra loro in una sorta di sincretismo geografico. Motivo numero uno: ci sono scheletri appartenuti a esseri viventi. Scheletri di balene, di otarie, di altri mammiferi. Nulla di strano, se si considera l’estensione delle spiagge. Solo la iena maculata riesce a frantumare le ossa, e lì circolano solo sciacalli, piccoli e graziosi esseri, utili quanto calunniati.

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Motivo numero due: il luogo è pieno di relitti. Dalle navi ai pozzi petroliferi, un sacco di opere dell’uomo sono naufragate in quel luogo pazzesco. Ruggine. Sabbia. Colpi del mare. Cattedrali sottoposte a una lenta consunzione. Il fallimento di un credo: la tecnologia trasportata in luoghi impervi.

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Inospitale. Quanto inospitale? Quanto la definizione degli indigeni: ‘Il Luogo che gli Dei crearono quando erano arrabbiati.’ Ma la ‘vera’ Skeleton Coast inizia dal cancello del Parco. Il cancello supporta due teschi per anta. C’è vento e silenzio. Scricchiolii. Una costruzione sulla destra ospita l’ufficio dove dovremmo registraci. Sarebbe un film di Sergio Leone se non fosse tutto in ordine, pulito, soggetto a una vera routine di manutenzioni. Mica pizza e fichi… “Buongiorno!” ci saluta il tipo dall’ ufficio, un ranger consapevole di presiedere un avamposto surreale, “Sono settecento Euro, grazie!” Dice quella specie di guardiano del faro… Restiamo perplessi. Ma solo un paio di secondi. “Non possiamo permettercelo, dobbiamo negoziare…” dice Luca, l’amico americano con un senso pratico americano. Allora il tipo ride a crepapelle e ci stringe la mano: L’entrata nel parco è gratis, ci conferma. C’è da firmare qualcosa, scrivere i numeri di targa. Sbirciamo il registro: l’ultima macchina era entrata ieri. Oggi siamo i primi, a oltrepassare i Cancelli dell’Inferno. Probabilmente gli unici. Ancora divertito dello smarrimento nelle nostre facce il guardiano del faro apre i cancelli. Ci aspettano quasi trecento chilometri in uno dei posti più inospitali della Terra. Tutta colpa del National Geographic. Mi ricordo ancora le linguate del mare azzurro e schiumoso sulla sabbia albicocca, i relitti abbandonati, gli scheletri arrugginiti, rinsecchiti, relitti di vecchi tentativi di sfruttamento minerario. O chissà cos’altro. Non puoi regalare l’abbonamento al National Geographic Magazine ad un tredicenne e aspettarti che da grande non vada a cercarseli, quei luoghi, che non li senta suoi. Come con il relitto del Thistlegorm, ma qui rischiamo di divagare. Siamo sempre in Africa, ma molto più a Sud, in Namibia, nella Skeleton Coast,  un posto che solo la Dancalia è peggio.

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Dove non osano gli orici. Come fa ad essere così inospitale un deserto costiero? Certo è che se l’acqua, malgrado le nebbie e il mare, non esiste in forma di sorgenti o pozze, il luogo è decisamente inospitale. Molti naufraghi ci han lasciato le penne. Ma non è uno gnegnegnè tipicamente umano: gli orici, animali che meglio dei cammelli riescono a sopravvivere grazie all’acqua contenuta nelle sparute piante grasse o nei cespugli che brucano nel deserto, qui non ci sono. Ne abbiamo visti due in tutto. Il resto è sabbia grigia, strada di sale, dune, miraggi e vento. Io e Mary Poppins, la navigatrice preferita e di provato affiatamento, siamo forse gli unici a non soffrire di quella forma strana di agorafobia che ti prende nel deserto. Non c’è niente, non c’è acqua, non c’è nessuno. Fa caldo e c’è vento e l’unico fuoristrada che abbiamo incontrato era un Land Rover che quasi ci ammazza volando su un dosso in senso contrario. Io e Mary Poppins lo conosciamo ormai bene il deserto, per gli altri è inevitabilmente una esperienza critica.

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Amore-odio. Questo suscita ogni deserto a prima vista, poi il fascino prende il sopravvento. In fondo si odia solo ciò che non si conosce, o ciò che ci ha fatto male. Ma come ogni elemento, aria, mare, eccetera, è spesso una questione di ‘come’. Ci fermiamo nel vento secco a riempire le nostre borracce. L’acqua che gorgoglia nella desolazione è un rituale che dà sempre una certa sicurezza. Più dell’aria condizionata dentro le Toyota.

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Lontano, riflesse dai miraggi che specchiano ogni cosa, vediamo le onde del mare che si infrangono su quella costa maledetta, disconosciuta anche dagli dei. Quel mare lì porta la corrente del Benguela. Non esiste mare o corrente marina più pescosa. In quelle acque fredde e perigliose la vita esplode, fiorisce e si moltiplica esponenzialmente grazie al fitoplacton esposto ai raggi solari dei tropici. E noi qui a coprirci gli occhi dalla sabbia che smeriglia.  E a ringraziare gli dei di non aver incontrato la nebbia, oggi la più pericolosa di tutte le cose che crearono quando erano arrabbiati.

 

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