Un DNA a prova di riscaldamento globale

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Se leggerete l’articolo in una di queste insopportabili giornate di Luglio, faticherete a credermi ma, uno studio appena pubblicato su Nature, dimostrerebbe che la terra ha smesso di riscaldarsi, o meglio, il continuo incremento delle temperature ha subito una battuta d’arresto.

Nella “estate più calda degli ultimi 150 anni” (così titolava il telegiornale qualche giorno fa) un gruppo di ricercatori australiani e statunitensi del Center for Atmospheric Research (Ncar) ha, dati alla mano, dimostrato quanto affermato in precedenza.

Però, se le cause che hanno innescato il processo del riscaldamento globale sono ben lontane dall’essere risolte (si sono chiesti i ricercatori), dove è finito tutto questo calore in eccesso?

La risposta è tanto semplice quanto preoccupante: negli oceani, a circa 300 metri al di sotto della superficie delle acque. Le cosiddette acque profonde avrebbero, quindi, la capacità di imprigionare e accumulare calore.

Secondo una simulazione condotta dai ricercatori, da qui al 2100, alle condizioni attuali, la temperatura della terra si innalzerà, ma non in maniera lineare. Ci saranno degli intervalli, durante i quali saranno solo gli strati profondi degli oceani a riscaldarsi; dopo un tempo di circa dieci anni, il calore trattenuto riemergerà e darà avvio a una nuova fase di rapido incremento delle acque superficiali.

Tra gli ecosistemi marini maggiormente sensibili ai cambiamenti della temperatura dell’acqua ci sono le barriere coralline. Tante volte abbiamo parlato delle profonde ferite e del declino subito in ogni luogo del mondo dove sono presenti. Molte università hanno condotto studi sperimentali per evitare la loro scomparsa, analizzando tutte le possibili soluzioni legate a una più rigorosa gestione delle aree da proteggere o al controllo di specie aliene come la stella marina corone di spine (Acanthaster planci) ma, l’enorme questione legata alla sensibilità alle escursioni termiche, sembrava uno scoglio insormontabile.

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Per fortuna, in aiuto dell’Ecologia è arrivata la Genetica. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Austin, in Texas, ha recentemente pubblicato uno studio che proverebbe l’esistenza di varianti genetiche nei coralli in grado di tollerare l’aumento delle temperature delle acque.

I ricercatori hanno prelevato campioni di coralli di Acropora millepora della barriera australiana, esponendo le larve a temperature sempre più elevate e per periodi progressivamente maggiori. Hanno così scoperto che le larve provenienti dalle zone più calde avevano dieci volte più probabilità di sopravvivere all’esposizione al calore rispetto a quelle provenienti dalle acque più fredde delle zone meridionali.

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Confrontando i profili genetici degli esemplari più tolleranti con quello degli esemplari meno tolleranti, sono riusciti a individuare proprio quelle diversità nei rispettivi DNA che sarebbero legate a una maggiore o minore tolleranza al calore.

L’evoluzione necessaria per adattarsi a un mare più caldo, quindi, è già avvenuta e, grazie all’aiuto dell’uomo, si potrebbero trasferire delle colonie adulte da una parte all’altra dell’oceano permettendo alla struttura stessa della barriera corallina di resistere e proteggere tutti gli altri componenti dell’ecosistema.

Ma esisteranno dei pesci in grado di sopravvivere nella calda barriera corallina del futuro?

La risposta arriva puntuale dai ricercatori dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies (Coral CoE) che, primi al mondo, hanno svelato il mistero genetico che permetterà ad alcuni pesci di adattarsi al riscaldamento delle acque.

Per determinare quali geni fossero coinvolti nella capacità dei pesci di adattarsi a temperature sempre maggiori, le specie della barriera corallina sono state allevate in specifiche vasche a diversa temperatura, all’interno della James Cook University, per un periodo di almeno quattro anni.

I ricercatori hanno così potuto distinguere le proteine metabolizzate durante uno shock termico da quelle necessarie per l’acclimatazione a lungo termine e, ovviamente, i geni a esse correlate. Per tutte le specie analizzate, i ricercatori hanno individuato 53 geni chiave coinvolti nella capacità di acclimatarsi alle temperature più elevate.

Questo studio è il primo a rivelare i processi molecolari che possono aiutare i pesci della barriera corallina e le altre specie marine ad adattarsi all’incremento della temperatura delle acque. Capire quali geni sono coinvolti nell’acclimatazione trans generazionale ci aiuterà a identificare in tempi più brevi le specie maggiormente a rischio quando il riscaldamento delle acque riprenderà il suo corso.

Per approfondire:

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