Le isole delle scimmie

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Questa storia ha inizio nel 1974 quando il New York Blood Center (NYBC) e l’Istituto liberiano per la ricerca biomedica avviarono un programma di ricerca, VILAB, allo scopo di trovare cure e vaccini per le più pericolose malattie infettive allora conosciute.

Durante quegli anni, oltre un migliaio di scimpanzé furono infettati con malattie come l’epatite e l’oncocercosi. Betsy Brotman, biologa e allora capo del progetto racconta “Scegliemmo di creare il centro in Liberia per la grande popolazione di scimpanzé presente. Molte persone usavano impossessarsi dei cuccioli e accudirli come animali domestici ma, quando diventavano adulti e non più facili da gestire, semplicemente, se ne sbarazzavano. È stato semplice, per noi, acquistare gli animali necessari per le sperimentazioni senza catturarne in natura”.

Allora la sperimentazione sugli scimpanzé era diffusa e pubblicamente tollerata. Preston Marx, virologo dell’Istituto, ricorda che, con le conoscenze in nostro possesso negli anni settanta, gli scimpanzé erano l’unica specie suscettibile al virus dell’epatite. Gli animali infetti, però, non erano più utili per la sperimentazione, da qui il problema di dove ricollocare gli esemplari malati senza il rischio di originare pericolose epidemie. Fu già in quel frangente che il NYBC decise di acquistare sei isole a largo della costa liberiana per popolarle con gli esemplari ormai, diciamo così, in pensione.

Il centro è rimasto aperto per circa trent’anni durante i quali la popolazione di scimpanzé delle isole è pian piano cresciuta in numero di esemplari. Fu solo negli anni novanta che l’opinione pubblica iniziò a prendere posizioni nette contro la sperimentazione sugli scimpanzé e, conseguentemente alle proteste animaliste, i fondi per la ricerca diminuirono finché, nel 2004, il NYBC dichiarò la chiusura del centro.

Da quel momento in poi la vita per gli animali dell’isola è diventata, se possibile, ancora più difficile. Il NYBC e il governo liberiano avevano dapprima raggiunto un accordo secondo cui il NYBC si impegnava a fornire alle scimmie sopravvissute tutto ciò che fosse loro necessario per sopravvivere sull’isola. Il coinvolgimento non si limitava, quindi, alla formazione del personale necessario per accudire degli animali malati e fortemente provati da una vita passata in gabbia ma consisteva, per lo più, nella fornitura quotidiana di nutrimento e acqua poiché, sulle isole, non sono presenti fonti naturali di cibo o di acqua dolce.

È questo il punto della storia in cui persino la compassione di tutti coloro che, lavorando nel centro, hanno esplicitamente denunciato le responsabilità del NYBC verso quegli esseri viventi, viene offuscata dalle bieche logiche del profitto. Nello scorso marzo, il NYBC ha considerato estinto il suo debito con gli scimpanzé del VILAB e ha smesso di sostenere finanziariamente gli operatori che, giornalmente, si recavano sulle isole.

Tramite il suo ufficio stampa, il NYBC fa sapere che è in corso un arbitrato internazionale per definire se la responsabilità sulla sorte di questi scimpanzé appartenga al centro di ricerca americano o al governo liberiano e chi, di conseguenza, dovrà farsi carico di questi individui.

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Nel frattempo, però, gli scimpanzé hanno bisogno di cibo e acqua e gli operatori che fino allo scorso marzo erano regolarmente pagati per la loro attività continuano a recarsi il più frequentemente possibile sull’isola e a nutrire gli scimpanzé senza ricevere più alcun compenso. Ad appoggiarli, oggi, l’associazione umanitaria Humane Society che ha immediatamente dato inizio a una raccolta fondi per sostenere l’attività di quegli uomini cui è legata la sopravvivenza delle scimmie. Contemporaneamente è stata presentata una petizione internazionale per fare in modo che il NYBC non si sottragga così facilmente alle sue responsabilità.

“Il nostro obiettivo – confessa Kathleen Conlee, vice presidente per la ricerca sugli animali della Humane Society – è quello di fornire questi animali di un vero santuario in cui non siano completamente dipendenti dagli uomini”. Alla realizzazione di questo progetto possiamo collaborare anche noi trovando tutti i dettagli per dare un nostro contributo al link indicato in fondo all’articolo.

Vice, rivista canadese di divulgazione scientifica ha, da poco, realizzato un breve documentario sulla storia degli scimpanzé dell’isola. Possiamo certamente non essere d’accordo sulla lettura innocentista del progetto ma quello che ha colpito me, più di ogni accusa proveniente da gruppi animalisti è la considerazione finale di Betsy Brotman, la donna che, nel bene e nel male, ha vissuto a contatto con questi animali dall’apertura del centro fino alla sua chiusura.

Per permettere anche a voi di formulare un vostro intimo e personale giudizio, voglio lasciarvi solo con le sue parole quando, alla domanda se non considerasse ironico il fatto che il centro fosse sopravvissuto a due guerre civili ma fosse stato smantellato a causa della protesta degli attivisti risponde così: “ Credo che i gruppi ambientalisti avessero ragione. Non penso che gli scimpanzé debbano essere usati nella sperimentazione; lo credo davvero. Ci sono casi in cui sarebbe veramente difficile fare ricerca senza gli scimpanzé, almeno che non si utilizzino gli uomini. Se proprio devono essere utilizzati gli animali, è fortemente necessario creare un sistema grazie al quale, alla fine della ricerca, esista un posto in cui questi esemplari possano avere la migliore vita possibile”.

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