Etosha – il Grande Luogo Bianco

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Un giorno un fiume cambiò idea sul suo percorso e il lago si prosciugò. E dove una volta c’era acqua per centotrenta chilometri da est a ovest adesso c’è un deserto bianco e scricchiolante. Si riempie a volte quando piove, ma l’acqua a poco a poco evapora e si ritira in poche pozze. Tutto intorno restano delle sorgenti naturali. L’Etosha, il Grande Luogo Bianco in lingua Ndonga, è uno spazio immenso avaro di acqua e di suoni.

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Nelle lingue africane i nomi sono spesso onomatopeici e prendono il nome dai suoni dei grandi spazi inconcepibili. Goas è il rumore dei passi sulle rocce, Chums (un altro nome dell’Etosha) è il suono del sale e dell’argilla che scricchiolano sotto i piedi. L’orizzonte si confonde nel cielo velato e la sensazione è quella di essere sotto una immensa cupola.

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Solo in Africa il cielo e la luce sembrano essere solidi. È tutto così irreale da sembrare sintetico, compreso l’infinito reticolo di crepe nel suolo. Sulle sponde di quel lago che non c’è prosperano milioni di animali selvatici, mandrie gigantesche di gnu, di gazzelle, di zebre, di antilopi, di elefanti.Si abbeverano a ondate. Sembra ci sia un ordine  che tutti gli animali rispettano. Nel paesaggio brullo di alberi bassi ed erba bionda li vedi arrivare da lontano tutti in fila col passo lemme, le teste oscillanti, come rassegnati alla routine.

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Un rinoceronte in mezzo alla radura sembra dirigersi proprio verso la pozza. Avanza con passo spedito e improvvisamente si crea il vuoto. Ho visto orici sfidare gli elefanti, ma mai nessun mammifero gradire la compagnia dei rinoceronti; quando ne arriva uno c’è il fuggi-fuggi. Si allontanano tutti, e il ‘rhino’ si abbevera da solo.

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La luna piena ed alta nel cielo illumina la bionda savana come un campo innevato.  Di notte si può uscire dal lodge solo con i ranger. C’è poco da immaginare: siamo tutti lì per vedere i carnivori a caccia. “Iena a ore nove!” Una iena maculata corre nel bush alla nostra sinistra. Il ranger dice che c’è stato un ‘kill’, una cattura: il branco si sta scambiando il segnale convenzionale, e quella che corre al nostro fianco ci guiderà verso la scena. Le iene sono animali fortissimi, possono percorrere lunghe distanze in una notte, possono frantumare e digerire perfino le ossa. Un branco di iene affiatate non teme neanche i leoni. La lampada rossa, una gentilezza per le retine degli animali, spazza la radura. Due leoni si contendono quello che resta attaccato al femore di un orice. Sono un maschio e una femmina, probabilmente fratelli. Sarà l’effetto del buio e del faro rosso, ma visto da tre metri il giovane maschio ha una testa enorme; il femore dell’orice sembra una cannuccia, e l’orice non è un piccolo animale. Sono lì, i due leoni, tutti e due affiancati con l’osso in bocca, perfettamente incuranti della nostra presenza, delle iene maculate che corrono eccitate sue e giù tra i cespugli.

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Davanti alla pozza due rinoceronti neri si contendono il territorio. Uno ha urinato sul punto più alto della sorgente, l’altro ha ignorato il segnale e s’è avvicinato. Tutti sono fuggiti dalla pozza, anche le iene, che ci circondano e ci guardano con quegli occhi tristi, profondi, intelligenti. I rinoceronti intanto hanno deciso di sfidarsi a duello. Non rispettare la pisciatina è grave offesa all’onore, restiamo a distanza di sicurezza, stavolta col motore acceso. I due bestioni ruggiscono. Non ho altri termini per definire il suono che emettono. Sono giganteschi e si caricano, l’uno di fronte all’altro, ma si fermano. Fanno le finte. Urlano e si minacciano come due brutti ceffi in una lite per il traffico, ma non si toccano. Hanno paura l’uno dell’altro. La scena sembra provenire da un altro pianeta. L’erba secca, le schiene grigio chiaro dei due bestioni e le rocce calcaree riflettono la luce della luna. I passi dei rinoceronti fanno vibrare il suolo e lo avverti, attraverso gli pneumatici e le balestre delle sospensioni, fin sul pianale del fuoristrada. Poi la lotta si esaurisce con un nulla di fatto e i rinoceronti si allontano ognuno per la sua strada. Intorno a quella pozza c’è un discorso sul dominio che resterà aperto a lungo.

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Esattamente quattro anni dopo la mia prima visita mi accorgo che una pozza è molto più aperta e brulla. La siccità quest’anno, dicono è stata avvertita in modo più pesante. Non piove da almeno due mesi, e la natura è arida, gli alberi e i cespugli ingrigiti dalla polvere. Ma non è solo la siccità il problema. Le acacie, che sono alberi robusti in grado di scovare l’acqua anche nei deserti più aridi, sono sparite dai dintorni di un paio di pozze. Ovunque vedi alberi abbattuti, difficile trovare un albero alto. Tutto è stato abbattuto dai teppisti.

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“Si comportano come dei bambini di cinque anni” ci dice il ranger “toccano tutto, giocano con tutto, rompono le cose per il gusto di farlo.” Qui nell’Etosha sono gli elefanti i peggiori nemici di loro stessi. Stanno lentamente distruggendo l’habitat che li ospita. Zimbabwe e Sudafrica, dal quale la Namibia era stata occupata divenendone territorio integrato, hanno sempre sostenuto una politica mirata a introdurre quote legali di caccia per controllare le popolazioni degli elefanti, con grande disappunto degli altri membri del CITES e dei gruppi animalisti, i quali ci fanno notare che la causa fondamentale della distruttività dell’animale è nelle recinzioni lungo le sue rotte migratorie. Recinti di fattorie e di allevamenti impedendo grandi transumanze costringono l’elefante a concentrare  il danno localmente. E pensare che il Parco Nazionale dell’Etosha, quando fu istituito nel 1907 dal governatorato  con i suoi 100.000 chilometri quadrati era grande cinque volte più di adesso, era il parco naturale più grande del mondo. Mentre le ruote mordono la ghiaia ben mantenuta, alla mia destra la scena toglie il fiato, centinaia di elefanti nella radura. Mai visti così tanti. La scena è grandiosa. La notte nel lodge sentiamo dei colpi. Come di porte che sbattono. Ci svegliamo, è tutto tranquillo torniamo a dormire.

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Uscendo dall’Etosha dobbiamo sottoporci alla disinfestazione delle ruote delle auto e delle suole delle scarpe. L’afta, a sud, sta facendo strage di bestiame, ci dicono. Ma questa volta la faccenda non finisce con il farci camminare su un tappetino intriso di disinfettante, e due spruzzate sulle ruote. Stavolta c’è una novità: c’è l’esercito. E perquisiscono l’auto. Cercano qualcosa di grosso e pesante. Cercano la droga più costosa del mondo: un corno di rinoceronte. Quel rumore strano di porta che sbatte. Un fucile da caccia grossa.

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“Uccidono per peanuts… noccioline” dice un anziano ranger, “fanno fuori un animale in via di estinzione per comprarsi una macchina nuova. La polvere di corno di rinoceronte sul mercato cinese vale anche 70.000 dollari americani al chilo.” Il motivo della distruzione di una specie è sempre lo stesso, maledette credenze sull’impotenza sessuale dei soliti noti. “Da quando ci sono i cinesi in giro, tra aziende e turisti, il fenomeno del bracconaggio s’è intensificato. Prima qui non c’era un problema serio, adesso sì.” È una guerra impari e senza limiti, quella tra gli esseri umani e le specie selvatiche. “Sapete cosa fanno ai bracconieri in Botswana? Li ammanettano con una catena alla jeep e li trascinano per tutto il parco.” Restiamo un attimo in silenzio. “Loud and clear”dice, “forte e chiaro.” Il sole scende sulla savana. Il ranger prende il binocolo e scruta l’orizzonte: “Laggiù, contro sole, c’è un ghepardo,” sussurra quasi tra sé. E ci passa il binocolo.

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