Troppi orsi, abbattiamoli!

orso bruno del trentino

“Riduzione sostanziale dei plantigradi perché ci troviamo di fronte a una situazione fuori controllo”, questa la decisione della Giunta del Consiglio Provinciale di Trento del 24 luglio scorso. Una condanna a morte degli orsi che, per essere eseguita, attende solo la ratifica dal Ministero dell’Ambiente.

In Trentino, il delicato rapporto tra uomini e orsi sembra ormai irrimediabilmente spezzato. “Individui problematici, pericolosi” così vengono definiti in giunta quegli esemplari che hanno osato avvicinarsi troppo o che, di fronte a un uomo, invece di fuggire hanno scelto di attaccare (ricordiamo il caso di Daniza e KJ2). Se per gli animali che aggredivano, sin ora, era contemplata la possibilità di una vita in una riserva, con questa mozione il destino è uno solo: la morte.

La giunta della provincia di Trento, stavolta, fa fronte unico. Tutti i consiglieri, tranne DeGasperi del M5S, hanno ritenuto insufficienti le misure già a loro disposizione per rendere inoffensivi gli esemplari più aggressivi. Hanno richiesto un piano di contenimento della popolazione di orsi per “riportare la serenità tra la popolazione” e far tornare gli uomini a passeggiare nei boschi.

Quale sarebbe, secondo la giunta trentina la causa dei sempre più frequenti incontri uomo-orso?

Facile: la perfetta riuscita di un progetto di ripopolamento, Life URSUS, che ha avuto inizio 16 anni fa. Fu proprio in quegli anni che, nella zona del Lago di Tovel, nel versante nord delle Dolomiti del Brenta, furono introdotti i primi orsi bruni sloveni. L’opera di ripopolamento è proseguita sotto un monitoraggio costante e, peraltro, ancora attivo. “Dal punto di vista tecnico – spiega Claudio Groff del Servizio Foreste e Faune della provincia di Trento – il progetto sta funzionando e non è vero, come si sente dire a sproposito, che gli orsi sono sempre di più: sono due anni che l’espansione demografica è stabile”.

Se gli scienziati affermano che tutto è sotto controllo, i politici sostengono il contrario, forti del gran numero di segnalazioni di avvistamenti (reali o realistici) che pervengono da ogni parte.

orso bruno

Gli orsi in Trentino, come si apprende dal quotidiano L’Adige, non superano il numero di 63 unità, in linea con quanto previsto dal progetto Life. Come indicato dal consigliere del M5S il problema è che non sono stati creati i famosi corridoi ecologici previsti dal piano, che avrebbero dovuto permettergli di migrare in tutto l’arco alpino. Tuttavia, spiega il professor Boitani, professore di Ecologia a La Sapienza di Roma ed esperto di fama internazionale sui grandi mammiferi, “ Anche avendo dei corridoi ecologici fruibili, non sappiamo predire con precisione come una popolazione si espanderà”.

Continua Boitani: “È ovvio che si debba fare un piano di gestione della popolazione di orsi a regime. Dopo la fase di reinserimento della popolazione e la fase di espansione, si deve gestire la routine della convivenza. Questa non può prevedere solo la protezione integrale ma anche l’intervento per minimizzare i conflitti (…) È chiaro che è inaccettabile pretendere di farsi belli con una reintroduzione e, poi, decidere di avere solo 10 o 20 orsi, questi sarebbero numeri troppo piccoli per assicurare la persistenza, ma non si può nemmeno ipotizzare una protezione assoluta che porti l’orso a densità insostenibili per la convivenza”.

L’esempio da seguire potrebbe essere quello dell’Abruzzo. Forse non tutti sanno che, del centinaio d’orsi residenti stabilmente in Italia, circa la metà vive nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise. Qui la gente non si sente minacciata nonostante gli avvistamenti nei pressi dei paesi siano frequenti.

Qual è il motivo per cui in un’area geografica gli orsi sono considerati una risorsa e nell’altra una tremenda minaccia?

Semplice: il fatto che gli abruzzesi hanno imparato a conviverci, trasformando questa convivenza in una fonte di reddito, mentre i trentini, non più abituati alla loro presenza, si sentono derubati della possibilità di usufruire dei loro boschi come meglio credono.

Se il Ministero ratificherà la decisione della giunta, spiega DeGasperi, la pratica dell’uccisione degli orsi più aggressivi sarà preferita alle altre possibili, come la cattura e la sterilizzazione. Così dopo aver speso i soldi dei contribuenti europei per introdurre l’orso, la provincia sarà autorizzata a riaprire la caccia.

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