Orbetello: cronaca di un disastro annunciato

laguna di OrbetelloI lettori di queste pagine non ne potranno più di sentirci parlare degli effetti devastanti del riscaldamento globale sugli ecosistemi marini. Perdonandoci la monotonia, bisogna ammettere che l’argomento ha molteplici spunti di riflessione, visto che non esiste tratto di mare, dalle calde acque equatoriali alle gelide acque dei poli, che non sia stato oggetto di ricerche e pubblicazioni in tal senso.

Spesso, però, le notizie cui siamo affezionati non raggiungono le prime pagine dei quotidiani locali e sono relegate a pubblicazioni di settore. Il caso, avvenuto pochi giorni fa a Orbetello ha, invece, generato un’eco considerevole, se non altro perché si è avuta la prova tangibile e diretta che il riscaldamento globale può causare ingenti danni, anche all’economia di un’area specifica.

Nelle famose lagune di Orbetello, in soli tre giorni, sono morte duecento tonnellate tra orate muggini e anguille. Il danno stimato dovrebbe aggirarsi intorno ai dieci milioni di euro, circa l’80% di tutta la produzione ittica della laguna.

pesci orbetello 2

La temperatura nelle vasche di allevamento ha superato i 34°C e i pesci, soprattutto gli avannotti, hanno iniziato a perire. Gli allevatori hanno tentato di prendere rapide contromisure con l’immissione di acqua fresca ma, anche a causa del forte scirocco, l’operazione si è rivelata inefficace, con le conseguenze descritte. Forse si sarebbero raggiunti risultati migliori immettendo ossigeno nelle vasche, sta di fatto che ciò non è avvenuto e, ancora oggi, gli allevatori sono impegnati nella raccolta delle carcasse di pesci in putrefazione. Il sindaco di Orbetello ha comunicato che richiederà il riconoscimento dello stato di calamità naturale.

Non è onesto, però, dare tutta la colpa al riscaldamento globale. Sarebbe il caso di indagare attentamente le cause che hanno portato a un così ingente danno perché, spiega Luciano Atzori, consigliere dell’Ordine nazionale dei Biologi, “Sicuramente l’alta temperatura è stata una concausa ma non può essere l’unica responsabile della morte dell’80% dei pesci”.

Vero è che la concentrazione dell’ossigeno nell’acqua è inversamente proporzionale alla sua temperatura ma la presenza di massicci quantitativi di alghe ha di certo aggravato la situazione così come potrebbero esserci dei problemi strutturali delle piscine che ancora non sono stati indagati.

Al momento la situazione pare tornare lentamente alla normalità: l’area è stata delimitata, l’Arpat esegue monitoraggi quotidiani e l’Asl ha dichiarato l’assenza di rischi igienico sanitari.

pesci orbetello 3

Da più parti si alzano voci della tragica fine di un settore molto importante per l’economia dell’area eppure, non sono state adottate misure preventive per ridurre al minimo i danni di un evento che era, almeno in parte, prevedibile.

E’ proprio dell’inizio di quest’anno un rapporto realizzato della Fondazione europea per il clima con la collaborazione della Sustainable Fisheries Partneship e della Università di Cambridge sull’industria della pesca e su come questa sia destinata a perdere, entro il 2050, decine di miliardi a causa del riscaldamento globale. Secondo lo studio, l’impoverimento del settore della pesca avrà ripercussioni su 400 milioni di persone che, attualmente, dipendono dai prodotti ittici.

Il picco di anidride carbonica che si sta registrando in questi anni non ha solo portato a un aumento delle temperature dell’atmosfera e conseguentemente dell’acqua ma sta determinando l’acidificazione degli oceani.

La crescita delle temperature ha un forte impatto sulla fisiologia dei pesci e, per i banchi liberi, potrebbe portare a una nuova distribuzione delle specie sia marine sia di acqua dolce verso i poli. Le conseguenze che potrebbero interessare gli allevamenti, invece, sono legate alla variazione dei cicli vitali e riproduttivi. La quasi totalità degli animali acquatici è a sangue freddo e i cambiamenti climatici influenzano pesantemente il raggiungimento della maturità sessuale e le dimensioni delle uova.

Insomma, per quanto si sia trattato di condizioni estreme, presentatesi in un ecosistema già climaticamente stressato, non possiamo certo dire che non esistano studi a riguardo che avrebbero permesso agli allevatori di prendere le adeguate contromisure e, quantomeno, contenere i danni.

Diverso è, ad esempio, il triste e attualissimo caso dei salmoni sockeye in Alaska. Quest’anno, la quasi totalità degli esemplari che hanno tentato la risalita del fiume Columbia sono morti a causa delle alte temperature delle acque. Nell’arco di pochi anni la popolazione di salmoni è passata da 3 milioni di esemplari a soli 600 mila dello scorso anno. Quest’anno le temperature delle acque del fiume, troppo calde, hanno fatto si che il numero di individui arrivati nelle aree di riproduzione fosse di poche decine di migliaia. Questi sì, numeri di un vero disastro da riscaldamento globale.

Per approfondire:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *