La balena albina e le rotte del mare

capodoglio-albino

Un evento straordinario è avvenuto lungo le coste dell’isola sarda nel pieno dell’estate: un capodoglio albino si è messo in bella mostra e si è fatto pazientemente fotografare dai fortunati partecipanti ad un’escursione di whalewhatching.

Trovarsi di fronte a un capodoglio albino è un evento molto raro, in primo luogo perché si tratta di un animale schivo, campione di apnea, poi perché l’albinismo sembra essere poco frequente anche tra gli odontoceti, sottordine cui appartiene.

Non per niente albino era il capodoglio protagonista del romanzo di Herman Melville, Moby Dick o, senza scomodare la letteratura americana, per ritrovare le prove dell’ultimo passaggio nei nostri mari di una balena bianca, bisogna tornare indietro fino al 2004.

L’osservazione è avvenuta proprio al confine meridionale del santuario dei cetacei, quel ventaglio di mare che, dalla costa azzurra, arriva in Toscana e che culmina nella parte occidentale della Sardegna. Proprio lì, tra l’isola di Caprera, La Maddalena e la costa occidentale della Sardegna si troverebbe un “hot spot” per balene, capodogli e delfini. Negli ultimi cinque anni gli avvistamenti di cetacei registrati nell’area dal Dipartimento di Scienze della natura e del territorio sono stati più di 600 e comprendono sette delle otto specie presenti regolarmente nel Mediterraneo, incluse quelle a maggior rischio di estinzione. Nel 2012, nella stessa area fu avvistato un Mesoplodonte di Sowerby, unico avvistamento in tutto il bacino del Mediterraneo.

capodoglio albino 2

Le attività di monitoraggio in tutto il santuario sono costanti; lo scorso aprile ha preso il via la nona stagione di attività, resa possibile grazie ai passaggi offerti ai ricercatori dalle navi francesi di Corsica Sardinia Ferries. Ancora per tutto il mese di settembre i Marine Mammals Observers (studenti e ricercatori opportunamente formati per l’avvistamento e il riconoscimento dei cetacei) si imbarcheranno sulle navi che percorrono in lungo e in largo il santuario, per raccogliere i dati che andranno a far parte di un grande progetto di monitoraggio dei mammiferi marini coordinato da ISPRAA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale).

Lo scorso anno, lungo la tratta Livorno – Golfo degli Aranci sono stati avvistati 51 esemplari tra stenelle e tursiopi, 5 balenottere e un solo capodoglio. Nella parte centrale del santuario, invece, sono stati registrati solo 350 avvistamenti, la metà rispetto alla media degli ultimi anni. Il dato, per quanto possa sembrare allarmante, è giustificato da una tardiva fioritura algale che ha influenzato la migrazione verso nord delle specie che si nutrono di plancton, come le balenottere comuni. Sono sempre più numerosi, invece, gli avvistamenti di stenelle, zifi e, in mare aperto, capodogli. Nella parte orientale del santuario, invece, sono stati registrati 30 avvistamenti di stenella e solo 8 di balenottera. E’ rassicurante sapere che continuano gli avvistamenti di delfino comune e, sebbene di numero limitato, fanno ben sperare sul ritorno della specie nel Mar Tirreno.

Sono pochi i dati in nostro possesso per delineare le rotte migratorie dei cetacei nel nostro mare. Se possiamo intuire i brevi spostamenti effettuati dai piccoli mammiferi alla ricerca di cibo o per riprodursi, non siamo ancora in grado di chiarire con precisione quali tratti di mare sono coinvolti dagli spostamenti stagionali di balenottere e capodogli.

Abbiamo verificato che, dalla tarda primavera alla fine dell’estate, i grandi cetacei si concentrano nelle acque del mar ligure per poi sparire durante l’inverno e ripresentarsi la primavera successiva. Dove svernassero di anno in anno è sempre stato oggetto di speculazioni ma nessuno è mai riuscito a dimostrarlo con dati scientifici.

Per questo motivo, la Direzione Generale per la Protezione della Natura e del Mare (MiATTM), ha voluto finanziare un progetto di “telemetria satellitare” per il momento applicato solo alla Balenottera comune. Grazie ad alcuni trasmettitori ancoratii sul corpo delle balenottere, è stato possibile verificare che tutti gli esemplari monitorati nel santuario passavano l’inverno nelle acque tra Lampedusa e la costa tunisina.

La rotta, tracciata sulla mappa, è l’ulteriore prova del lungo viaggio di questi mammiferi e della necessità di estendere alcune forme di protezione alle zone di transito, quantomeno durante le fasi migratorie.

Osservando la mappa pubblicata sul sito del Santuario, stupisce come questi grandi mammiferi riescano ancora a compiere i loro lunghissimi spostamenti in un mare rumoroso e trafficato come il Tirreno e quanto sia urgente un progetto che estenda una forma di protezione anche agli altri lembi di mare coinvolti nelle migrazioni.

Come abbiamo già chiarito nell’articolo di qualche anno fa “Le riserve marine che migrano”, la possibilità o meno di rivedere Moby Dick o qualunque altro esemplare di una specie marina migratoria, non dipende solo dalle forme di tutela ormai conquistate nelle aree protette quanto dalla tempestività con cui agiremo nel resto del Mediterraneo, anche in quei luoghi che, per l’estrema distanza, non avremmo mai considerato importanti.

Per approfondire:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.