Gift economy

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Questa volta vi voglio parlare dell’economia del dono o gift economy. Esiste, infatti, un modello economico alternativo, rispetto a quello attuale.

Probabilmente, la prima a parlarne è stata Genevieve Vaughan, una studiosa di semiotica, che ha scritto un libro molto famoso pubblicato in America nel 1997, intitolato “Per-donare. Una critica femminista dello scambio” (For-giving. A feminist criticism f Exchange). Prima di lei, abbiamo avuto Marcel Mauss, autore francese che configurava nel dare-ricevere-ricambiare i tre punti del dono, e Lewis Hyde, autore americano che scrisse nel 1978 il libro The Gift.

L’atto di donare è centrale in questo nuovo modello di economia: è in grado di creare relazioni e fornisce un senso di appartenenza ad una comunità.

La gift economy viene portata avanti da alcuni anni, in varie parti del mondo, accantonando la logica consumistica delle società moderne, per mettere la distribuzione gratuita dei beni e dei servizi al centro di questa economia, sicuramente più umana.

Se ci pensiamo bene, possiamo far risalire tutto ad una radice ancestrale materna. Esiste, infatti, una logica del dono che abbiamo tutti e che viene dalla nostra esperienza di quando eravamo neonati e/o bambini. Fino all’età adolescenziale poi, non ci sono ben chiare le regole di mercato e dell’economia che ci circonda. Sono, quindi, le madri o chi si occupa dei bambini a dover fare uso dell’economia del dono, in maniera unilaterale però. Questo è un principio fondamentale, su cui si basa la nostra sopravvivenza, che ci permette allo stesso tempo di fare un’esperienza primordiale di economia gratuita.

La gift economy sta prendendo piede, come alternativa economica proprio grazie a questa componente emotiva del radicamento materno, molto spesso inconsciamente sentita.

Molti sono gli esempi che ci circondano: a partire da Internet, a Wikipedia, ai free stores, alla banca del tempo, al trasporto gratuito, al cohousing, ecc.

Io vi invito a visitare il portale ServiceSpace che rappresenta una rete mondiale del dono e che, con questa filosofia, porta avanti numerosi progetti sociali.

Il primo festival italiano sull’argomento, il Giftfestival, si è svolto il 26 luglio 2015 a Bosa, in Sardegna. Tutto homemade e a km0, come piace tanto a me. L’hanno organizzato il proprietario di un B&B e due scrittori, Alfredo Meschi e Ilaria Farulli, che hanno redatto più di un libro sull’argomento.

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E’ stato svolto in maniera molto semplice su una terrazza nel centro storico di Bosa; a tal punto, da renderlo riproducibile in ogni casa. Tra discussioni e seminari che vertevano sull’argomento, si è svolto un corso di pittura offerto dalla sig.ra Vallifuoco (vignettista dell’Espresso). C’è stata la presentazione del libro “33! L’economia che fa cantare di gioia” di Meschi e Farulli. Infine, il cibo e le bevande consumate sono state anche loro frutto di donazioni.

Riscoprire la logica materna del donare può forse farci invertire la rotta verso un vero e proprio suicidio, a cui stiamo giungendo con questa teoria capitalistica sfrenata: un’autodistruzione e una contemporanea distruzione del pianeta. Può essere un’occasione per sviluppare una società basata sulla collaborazione, sulla solidarietà, con un obiettivo che è il bene comune. Siamo ancora in tempo a perseguire un modello di riequilibrio sociale.

Vi lascio con un’ultima dolorosa considerazione molto attuale, purtroppo. La presidente del Filipino Women’s Council, Charito Basa, ha sottolineato come i migranti vadano dove vanno i loro soldi. Vengono in Europa perché sono stati sfruttati i doni e le risorse dei loro Paesi, proprio dall’Europa e dagli Stati Uniti. Dobbiamo smettere di ignorare la provenienza della nostra ricchezza.

Uomini, donne e bambini si spingono nei nostri mari e spesso lì trovano la morte, per inseguire il sogno di poter dare alla loro prole il dono necessario alla loro vita, cioè mangiare e sopravvivere.

Per approfondire:

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