La Migrazione delle Sardine lungo il Sudafrica

Quando nel 2001 la BBC mandò in onda il documentario Blue Planet il mondo della subacquea lo seguì con molta attenzione. Non si erano mai viste certe immagini di comportamento animale, alcune erano assolutamente inedite. Le tecniche di ripresa, grazie alla collaborazione con i migliori ricercatori marini del posto ci resero spettatori di fenomeni che accadono in mare aperto.

Tra le immagini più adrenaliniche c’era il girato di un documentarista sudafricano, Charles Maxwell, che aveva ripreso l’attacco di un numero di predatori (balene, squali, delfini, sule), a un vasto banco di sardine che migrava dalle acque fredde dell’Atlantico del Sud verso le acque più temperate dell’Oceano Indiano lungo la costa est del Sudafrica. Il girato fu acquisito dalla BBC e dal momento che andò in onda il mito del Sardine Run (la corsa delle sardine) era nato.

La Sardine Run è una grande attrazione per un fotografo subacqueo perchè raduna in un contesto ‘naturale’ e non artificiale come lo ‘shark feeding’ una varietà di squali altrimenti difficili da incontrare, insieme, altrove.

Sono partita, quindi, per Durban in Sudafrica con molte aspettative. La stagione del passaggio delle sardine va da fine maggio a metà luglio ed è questo il periodo in cui vari centri subacquei sparsi per la costa est vendono pacchetti di 7/8 notti.

Il primo giorno dopo l’arrivo mi fanno immergere su Aliwal Shoal, un reef roccioso distante 5 km dalla costa di KwaZulu – Natal, famoso per la concentrazione di squali. Lungo la costa sabbiosa s’infrangono le onde alte e larghe dell’Oceano Indiano. Il gommone, partito con noi dal lodge, viene calato in mare dal carrello, poi una volta tutti a bordo lo skipper lo lancia con molta determinazione oltre la barriera delle onde. Un lavoro, questo, di oltre un’ora che si somma alla mezzora di navigazione per arrivare sul punto d’immersione. Lo skipper finalmente ferma il motore. Controllo l’attrezzatura fotografica, apro la bombola, pulisco la maschera e poi al segno della guida tutti giù in acqua.

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L’acqua è ‘fresca’ sui 20 gradi, 8/9 gradi in meno dell’acqua tropicale alla quale sono abituata ma questo non è il problema. Dalla foschia verdognola, tra massi rocciosi e fondali sabbiosi fa la prima apparizione uno squalo toro. Dopo qualche minuto ne appare un secondo. Sono troppo lontana per fotografarlo e, sicuramente, non gli corro dietro. Se è vero, come dicono, che il reef pullula di squali voglio aspettare il prossimo passaggio. Nel frattempo le onde oceaniche, che premono anche sul fondo, mi sollevano e mi fanno oscillare come fossi legata a un gigantesco pendolo. Mi prende un lieve malessere, come di sbandamento. Nuoto ancora per qualche minuto  finché mi accorgo che il malessere è irreversibile, devo risalire. Faccio segno alla guida che risalgo e putroppo interrompo anche la sua immersione. Una volta in superficie mi aggrappo al corrimano del gommone e mi tolgo l’erogatore dalla bocca, giusto in tempo per vedere la prima colazione fondersi con l’acqua di mare.. Sono assolutamente desolata per il mio mal di mare e in colpa con tutti quelli a bordo. Ma ancora più desolata di sapere che ho davanti una settimana di onde oceaniche.

Partenza per St. John (cinque ore di macchina sud) è nel primo pomeriggio. Non sono stata trasferita lo stesso giorno del mio arrivo per non arrivare di notte. La strada percorre zone rurali del Sudafrica dove gli animali domestici pascolano anche sulla strada rendendola pericolosissima.

Al primo distributore di benzina mentre l’autista e un’altra fotografa si fermano per uno snack al KFC io mi precipito in farmacia ad acquistare le pillole più potenti che mi consigliano contro il mal di mare..

Arriviamo per cena. Shona la proprietaria del lodge mi presenta lo skipper e la guida del gommone al quale sono stata assegnata. Prima colazione alle 7, appuntamento al gommone alle 7.30. E se mi sento male? Rientro con tutti gli altri alle 15.

La mattina dopo salgo sul gommone coperta come se andassi in montagna. La temperatura dell’aria è di circa 10 gradi e solo quando il sole esce l’aria si scalda fino a circa 20 gradi. Siamo 6 subacquei, una guida Rob e lo skipper Cammy. Il gommone salpa dal molo del lodge posizionato qualche miglio all’interno di un fiume. Lo skipper è l’uomo più abile alla guida di un gommone che ho mai incontrato, battaglia le onde come un matador con un toro. Le guarda, le studia, da e toglie potenza al motore fino allo sprint finale, quello che ci porterà fuori dalla linea dove le onde si scontrano con il fondale basso della spiaggia. Ci togliamo i salvagente e cominciamo a fare quello che per i prossimi giorni sarà la nostra occupazione principale: scrutare la superficie del mare per un certo segnale, una certa attività. Stiamo cercando ‘the bait ball’ che è una formazione a palla del banco di sardine creata dai delfini che in team lavorano per compattarle e aggredirle più facilmente. Anche gli squali si aggiungono al banchetto. Il primo segno di attività è un aggregarsi di sule tuffatrici sul pelo dell’acqua. Più il gruppo di sule è ampio con tuffi ripetuti e più è probabile che sott’acqua i delfini abbiamo cominciato a spingere le sardine in superficie.

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Dopo qualche ora avvistiamo un gruppo di sule che corrispondono alla nostra ricerca. Anzi siamo avvisati via radio dagli altri gommoni del nostro lodge che c’è una certa attività a qualche minuto di navigazione. Quando arriviamo il gruppo di sule è accerchiato da una decina di gommoni con una quarantina di subacquei in acqua che rincorrono quello che ipoteticamente dovrebbe essere un bait ball. Cammy si avvicina alle sule e noi, già pronti, ci buttiamo in un secondo. L’acqua è verde compatta, non c’è ombra di delfino o di sardina. Solo spuma creata dalle scie dei tuffi delle sule e dei subacquei. Improvvisamente mi viene un senso di deja vue.. Malapascua, quelle 14 barche di sub turisti ferme sul reef per vedere lo squalo volpe? Stessa situazione. Avete mai fatto la coda a uno stadio per vedere un concerto?  Sensazione di claustrofobica impotenza quando si rimane intrappolati tra la gente.

Questo è il secondo viaggio dell’anno che faccio, piuttosto lontano, per fotografare squali e tutto quello che trovo è ressa.

Per il resto del giorno non troviamo nient’altro. Il secondo giorno di ricerca in mare è infruttuoso come il primo. Mi balena per la testa che tutta la storia del Sardine Run è uno stunt pubblicitario dei diving per sfruttare la notorietà di un singolo pezzo di documentario.

Al terzo mi rendo conto che non riuscirò a portare a casa neanche una foto di uno squalo. La faccenda è molto più complicata di come l’hanno venduta. Detto questo però, c’è un silver lining, l’altra faccia della medaglia.

Sulla stessa rotta della migrazione delle sardine migrano anche le megattere, dal sud glaciale verso il Madagascar temperato. Cercando l’assembramento di sule all’orizzonte quello che invece incontravamo era il soffio delle megattere che viaggiano in coppia o in gruppi di 3, mai da sole.

Cammy, per farci passare il tempo portava il gommone sulla rotta della megattera anticipandola di circa 300 metri per permetterci di essere già in acqua al passaggio per fotografarla. Ogni giorno mettevamo in piedi questo gioco cercando di essere più furbi della balena ma invariabilmente la balena sentiva la presenza del gommone, anche a motore spento, e la nostra  in acqua, e s’inabissava all’ultimo istante. Allora Cammy riaccendeva il motore, la inseguivamo, la anticipavamo, ci buttavamo in acqua e di nuovo vedevamo solo una pinna, un pezzo di coda, un’ombra. Fino alla fine della settimana abbiamo giocato a questo gioco inseguendo balene e delfini. Il bait ball era quasi un mito superato, eravamo più interessati a centrare la nostra posizione per una foto della balena. Anche i delfini che notoriamente sono così aperti ad interagire con l’uomo, erano molto diffidenti. Abbiamo avvistato cetinaia di delfini in enormi branchi che tagliavano veloci le creste delle onde oceaniche, hanno giocato con la prua del gommone ma nessuno si è mai avvicinato a un subacqueo in acqua. Ci hanno evitato come forse meritiamo di essere evitati.

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Sono tornata dal Sudafrica innamorata pazza delle balene. Le ho viste saltare in aria e ricadere con un dislocamento dell’acqua immenso.. ti domandi quanta forza devono avere per lanciare quella massa corporea fuori dall’acqua, in aria, contro la forza di gravità. Quanta gioia e positiva disposizione devono avere per compiere quel salto.

Fotograficamente parlando ho fatto un viaggio inutile. Buone.. solo 3 foto. Ma ho imparato a gestirmi nell’oceano. Ho fatto cose che non avrei mai pensato di poter fare. Prima di tutto dalla figuraccia che ho fatto alla prima immersione non ho più sofferto il mal di mare. Le pasticche hanno funzionato perfettamente. Secondo, ho scoperto di non avere nessuna paura a rimanere sospesa, lontana dal gommone, in mare aperto aspettando il passaggio di un animale ( in questo caso sono stati i delfini). Se non rimani da solo a tu per tu con l’animale e impossibile prenderlo di sorpresa per fargli una foto. Riguardo al Sardine Run vorrei smontare le aspettative. Perplessa ho parlato con parecchi subacquei locali dai quali ho saputo che l’ultima volta che hanno avvistato una migrazione delle sardine con molta azione è stato nel 2011.

 

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Birra al tramonto dell’ultimo giorno insieme – Cammy primo a sinistra, io seconda a sinistra

Rob, la guida subacquea e Cammy, skipper, a dx

Rob, la guida subacquea e Cammy a dx

Imbarco per la partenza - nella foto Heidi 'from hawaii' che ha offerto deliziosa frutta secca e cioccolata amara per combattere il freddo

Imbarco per la partenza – nella foto Heidi ‘from Hawaii’ che ha offerto prelibatissima frutta secca e cioccolata amara per combattere il freddo

Le uniche sardine che abbiamo visto erano quelle pescate da Cammy, lo skipper, con la lenza

Le uniche sardine che abbiamo visto erano quelle pescate da Cammy con la lenza

 

 

 

 

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