Istantanea di morte da riscaldamento globale

orso-polare-denutritoKerstin Langenberger, prima di essere una fotografa professionista, è una donna amante della natura con una profonda coscienza ambientalista. Dal primo momento in cui decise di intraprendere questo percorso professionale ha voluto che la sua fotografia avesse la funzione principale di mostrare alle persone le meravigliose dinamiche del mondo naturale e, contemporaneamente, aiutarli ad acquisire una consapevolezza maggiore dei problemi ambientali con cui conviviamo.

È questo il motivo per cui, lo scorso luglio, di ritorno da uno dei suoi lunghi viaggi nell’Artico, ha pubblicato sul suo profilo facebook la foto di un orso polare: un esemplare pelle e ossa, in evidente e avanzato stato di denutrizione.

Kerstin è un’attenta conoscitrice dell’Artico, dove vive la maggior parte dell’anno, fotografando la natura e accompagnando i turisti alla scoperta delle sue meraviglie. Lo scorso luglio, si trovava con un gruppo di turisti, su una nave che attraversava l’Hinlopen Strait, tra le isole di Spitsbergen e Nordaustland, nell’arcipelago delle Svalbard.

Alcuni lastroni isolati di ghiaccio andavano alla deriva nelle calme acque dello stretto proprio come sempre accade in quel periodo dell’anno. Sopra una di queste zattere naturali era sdraiato un orso. Alla vista della nave, si alzò sulle quattro zampe traballanti, rivelando agli occhi di tutti i turisti, la sua eccessiva magrezza. A quel punto il capitano della spedizione fece l’unica cosa ragionevole; virò, allontanandosi immediatamente, evitando di disturbare ulteriormente un animale già profondamente sofferente.

Quei pochi istanti furono sufficienti a Kerstin e agli altri turisti per immortalare la scena e pochi in più furono necessari alla fotografa per decidere di rendere pubblica l’immagine e denunciare quelli che, secondo lei, erano gli evidenti e devastanti effetti del riscaldamento globale nell’ecosistema artico.

Se quel povero orso fosse stato l’unico esemplare, in una popolazione ben nutrita e in salute, molto probabilmente l’immagine non sarebbe stata pubblicata. Non avendo predatori naturali, Kerstin sa bene che, spesso, la morte degli orsi polari in tarda età sopravviene per l’incapacità di cacciare e, quindi, per deperimento ma, il numero di orsi emaciati e deboli da lei incrociati negli ultimi anni è, a suo parere, drasticamente aumentato.

Nonostante la comunità scientifica continui ad affermare che le popolazioni di orsi polari siano stabili in numero, la fotografa è continuamente testimone di giovani femmine, in età riproduttiva, che lentamente muoiono per mancanza di cibo.

La principale fonte di cibo degli orsi polari sono le foche che, si sa, vivono in prossimità dei ghiacci. Con la progressiva contrazione del pack, però, le femmine di orso rimangono bloccate sulla terraferma, dove si devono spostare per far nascere i piccoli, andando spesso incontro a un lento deperimento. Per contro, i maschi che rimangono sulla banchisa, continuano a godere di buona salute.

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Secondo gli esperti della IUCN, le popolazioni di orsi polari avrebbero subito una riduzione del 30% nelle ultime tre generazioni proprio a causa della perdita di habitat che, in questo caso, si traduce in scioglimento dei ghiacci. Il fattore più allarmante, riguarda la rapidità con cui questo ecosistema sta scomparendo. Sempre secondo l’IUCN, le riduzioni dell’estensione del ghiaccio marino saranno sempre più evidenti, di anno in anno, con un drastico cambiamento dell’ecosistema entro i prossimi 50 anni.

Karyn Rode, biologo della fauna selvatica presso l’US Geological Survey di Anchorage, in Alaska, rappresenta le poche voci contrarie che suggeriscono di non giungere a conclusioni avventate. Le popolazioni di orsi polari oggi conosciute, scrive, sono 19 ma solo due sono state studiate per un periodo sufficiente per correlare la salute degli orsi polari al cambiamento delle condizioni del ghiaccio e, di conseguenza al riscaldamento globale. Vero è, però che, in entrambe le popolazioni studiate, spiega Amstrup, capo ricercatore di Polar Bears International, vi è una sempre maggiore percentuale di orsi il cui deperimento è da imputare alla contrazione dei ghiacci, come documentato anche nella baia di Hudson, in Canada.

Insomma, l’assurda conclusione raggiunta da Amstrup è la seguente: “La contrazione del ghiaccio marino è la causa della maggiore frequenza di morte per mancanza di cibo degli orsi polari, ma non è scientificamente corretto dire che un individuo sta morendo di fame a causa del cambiamento climatico”. Affermazione scientificamente corretta, forse, ma che lascia qualche dubbio sotto il profilo deontologico.

Kerstin non è l’unica fotografa che ha immortalato la morte per deperimento degli orsi polari, anche Paul Nicklen, noto fotografo del National Geographic, di certo non in cerca di notorietà, un paio di settimane fa, ha voluto pubblicare delle immagini di orsi morti per evidente deperimento.

Alcuni scienziati avrebbero ipotizzato la possibilità, per gli orsi polari, di trovare fonti alternative di cibo sulla terra ferma ma, uno studio da poco pubblicato sulla rivista Frontiers, dimostra che le prospettive alimentari degli orsi sulla terraferma non sono entusiasmanti. Le fonti di maggiori nutrienti potrebbero essere, ad esempio, le uova ma, oltre ad essere disponibili solo in primavera, non sarebbero sufficienti a soddisfare le enormi richieste energetiche di un animale adulto e la cosa non sarebbe nemmeno auspicabile considerate le disastrose conseguenze che potrebbe portare sulle popolazioni di uccelli marini.

Il riscaldamento delle acque ha, però, già spinto alcune specie più a nord, mettendo a contatto gli orsi polari con probabili nuove prede. Lo scorso anno, per la prima volta, è stato visto un orso nutrirsi della carne di un lagenorinco rostrobianco (Lagenorhynchus albirostris), un delfino di grandi dimensioni che vive in ambienti più miti.

Se non possiamo scientificamente provare che questi animali stiano soffrendo per il riscaldamento globale possiamo, però, dimostrare che le temperature sono in aumento in molte regioni del mondo soprattutto a causa delle alte concentrazioni di gas serra. Gli effetti del riscaldamento globale sono evidenti soprattutto nelle regioni più fredde del mondo; poiché la calotta artica ha origine nelle acque dell’oceano, non ci vuole molto a capire che quando tutto si riscalda, il ghiaccio è la prima cosa a sparire. Il ghiaccio, però, è la principale fonte di cibo per gli orsi polari e la sua scomparsa non può non avere effetti importanti sulle loro modalità di procacciarsi il cibo.

“Forse non posso dimostrare che questo individuo, in particolare, sia morto a causa dei cambiamenti climatici: ma ha dato di sicuro un volto a tutti quegli animali che direttamente o, indirettamente muoiono a causa del riscaldamento globale”. È l’immagine simbolica di un problema più grande, quello di un ecosistema che sta andando incontro a grandi cambiamenti e che potrebbe scomparire del tutto se le temperature continuassero a salire.

Kerstin non ha dubbi, il riscaldamento globale è il problema più grande dei nostri tempi e l’attivismo climatico è il più importante contributo che la gente comune può dare alla conservazione della natura.

La sua foto di certo non farà cambiare opinione a gruppi di ricerca ed enti governativi ma, crediamo, potrà farci modificare qualche abitudine casalinga. Il messaggio è chiaro: ogni grammo di anidride carbonica risparmiato all’atmosfera rappresenta un contributo, seppur piccolissimo, al rallentamento del riscaldamento globale.

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  1. Claudia
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