La pesca ‘artigianale’ nelle aree marine protette

Se uscivi al mattino presto e nella stagione giusta le sorprendevi davanti Shark Reef, e alla nostra vista si defilavano. Diritto tribale, recitavano i ranger del parco: i beduini hanno il permesso di pescare con metodi tradizionali. Che non sono così selettivi: spesso pescano durante lo spawning, l’ovulazione degli azzannatori, degli imperatori iridescenti. E intanto un giovane maschio di squalo orlato di un metro e mezzo si aggirava nella zona con un amo nella bocca e un filaccione già inghirlandato dall’alga. Sembrava portarsi dietro un grosso parassita. I ranger del parco ci raccontavano la solita storia, quella che chi si occupa di conservazione marina è abituato a sentire fino alla nausea: non abbiamo soldi, non abbiamo nessuna autorità, vige il diritto tribale.

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Se parlavi con i beduini ti dicevano che non erano tutte loro le barche in giro per Ras Mohammed, ma anche barche di tribù forestiere. La loro tesi era giustificata dal fatto che avevamo trovato delle reti in giro. Nessun pescatore tribale locale lascerebbe impigliare una rete, una rete vale un anno di lavoro dell’intero equipaggio. Una rete impigliata è la prova che i pescatori vengono da fuori. “Si scambiano documenti e licenze di pesca, non sappiamo cosa fare” dicevano quelli del Parco Marino di Ras Mohammed.

Era veramente strano. I beduini non sono un popolo, ma una moltitudine di tribù spesso in contrasto tra loro. Diventano amici solo temporaneamente, quando si tratta di contrastare i governi nazionali, come quello egiziano. Ma questa era la loro scommessa: nessuno ha voglia di effettuare controlli veri su etnie riottose, quindi perché scatenare una guerra con le altre tribù? Vediamo piuttosto fino a che punto le autorità sono efficienti. E fu così che chi pescava col filaccione si trovò alleato di chi pesca a strascico e di chi riempie una feluca di pinne di squalo, tanto non ci sono controlli, tanto quelli là sono peggio: mi alleo col nemico, che fa più danno, e vediamo un po’ chi ha ragione. Questo è quanto sulla presunta santità della pesca tribale, tradizionale e a basso impatto. Come, ad altre latitudini, l’apnea. Solo che da subacqueo non hai bisogno di trovare reti. Né filaccioni incastrati nella bocca di un limbatus.

Entri in acqua e te ne accorgi subito: i pesci sono spaventati. Una cernia sorpresa fuori tana si allontana con un guizzo e si infila in un anfratto. Non vedi neanche un’orata. Solo le inafferrabili castagnole continuano a sciamare intorno. Impossibile scorgere murene a spasso. I grandi protagonisti del reef, i pochi rimasti, sembrano aver lasciato il palcoscenico. Li vedi di sfuggita mentre corrono a nascondersi alla vista dei nuovi intrusi, e quelli che non vedi li immagini tremanti in un riparo, come durante un bombardamento, o un rastrellamento di pulizia etnica.

Capisci al volo che lì pescano. Pescano in apnea. Qualcuno è già sfuggito alla cattura per timidezza, ma altri hanno assistito all’agonia di un malcapitato. Fuggendo reiterano una strategia vincente: allontanarsi dal predatore. Questo, ovviamente, rende le specie più guardinghe, meno disposte a riprodursi, a rischiare per procacciarsi il cibo in presenza di un intruso. Ma soprattutto rendono un reef poco interessante per gli osservatori esterni, quelli che finanziano le Aree Marine Protette con un indotto non indifferente.

Certo, altri tipi di pesca meriterebbero altrettanta ‘attenzione’ se non un identico bando totale, ed è sostanzialmente ingiusto che siano ammessi. La sparizione di orate e specie simili da un’area non è imputabile all’apnea, ma alla pesca col ciangiolo. Resta che il divieto all’apnea ha le sue ragioni e non solo in Italia. Ma allearsi nella sostanza alla pesca distruttiva è abbastanza difficile da comprendere in un contesto dove non c’è rivalità armata né persecuzione contro una etnia.

Gli attacchi da squalo, in Sud Africa, non sono una novità. Gli squali fanno meno danno dei selfies, vedi articolo, ma sicuramente hanno il massimo della visibilità mediatica ed un enorme influsso sul turismo. L’idea di essere mangiati è terrificante per l’uomo, lo era anche per il cacciatore raccoglitore, ma l’uomo moderno sembra accettare più volentieri di essere dilaniato dalle guerre o dalle lamiere di un’automobile che da uno squalo. Questo ci suggerisce il suo comportamento. Nell’economia dei fatti c’è che proprio in Sud Africa le guide subacquee che attirano squali Zambesi, o Toro, i Carcharhinus leucas, per intenderci, i responsabili della gran parte degli attacchi ad esseri umani, hanno messo a punto una tecnica per attirare gli squali che non è il cibo ma un rumore.

Il rumore degli elastici. Le guide si immergono con dei fucili subacquei e lasciano schioccare gli elastici. Gli squali Zambesi subito si presentano. Sapevamo che gli squali si sentono attratti dalle vibrazioni di un pesce ferito o in difficoltà, mai avremmo potuto immaginare che il rumore di un elastico, associato al pesce moribondo, potesse essere sufficiente. Al contrario di quello che la gente pensa i pesci non sono così stupidi.

Certo, il trucco sudafricano non lo vedo come una minaccia, o un successo a seconda dei punti di vista, nelle nostre asfittiche acque mediterranee, dove anche nei luoghi più isolati l’incontro con uno squalo è un bonus da rivendere per anni sui giornali, ma questo dà l’idea di quanto la nostra interferenza, anche minima, interferisce davvero.

Neanche io credo, purtroppo, al mondo vergine e al ritorno alla vita agreste o marina. Ormai sul pianeta ci abbiamo messo le mani, alterandone brutalmente le interazioni, i meccanismi. Ma non c’è neanche da credere a chi si arroga il diritto di sostituirsi ai grandi predatori naturali. Tantomeno in chi fa man bassa senza neanche fingere velleità ecologiche, ma che gestisce il flusso di denaro verso la ricerca sul patrimonio ittico. Ci vorrebbe dunque un approccio veramente scientifico e non lobbystico alla gestione delle risorse marine, siano esse turistiche, sportive, nutrizionali. Personalmente temo proprio che le lobby, l’interesse delle varie fazioni e l’incapacità di rinunciare a privilegi, l’incapacità di ridimensionare i propri usi e consumi, sostenute dall’abbondante idiozia ed ignoranza sul pianeta, avranno la meglio. Godiamoci il mare così com’è fino al 2050 e ricordatevi che le previsioni formulate negli anni ’70 sull’effetto serra si son rivelate puntuali. Anche per quanto riguarda gli scettici.

Buona pesca a chi pesca.

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  1. Emanuele Mocci
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    • Claudio Di Manao
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