Intervista a Giuseppe Notarbartolo di Sciara

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In Italia abbiamo avuto delle pubblicazioni straordinarie dedicate alla natura. Una di queste era Airone della Giorgio Mondadori Editore. Oggi Airone in quel formato non esiste più ma ho conservato molti dei dossier di quegli anni. Tra le pagine dei miei faldoni di reportage di viaggio e biografie di scienziati di cui allora si parlava ho conservato una pagina, un ritratto pubblicato nel 1983 a un giovane biologo marino. La ragione per la quale l’ho conservato era forse l’eccezionalità di apprendere che qualcuno, nello stesso momento in cui io scrivevo per il Subacqueo e l’unica attività era la pesca, andava in giro per il mondo a studiare gli squali. Doveva avere una personalità bizzarra, pensavo, perchè gli squali e i pesci si pescano, non si studiano. Eppure con la foto di un giovane Giuseppe Notarbartolo di Sciara in riva al mare con uno squalo martello in mano ho appreso per la prima volta che la fauna marina si tocca, si studia, si conosce.

Di scienziati come Giuseppe ce ne sono pochissimi in Italia nonostante la nostra sia una penisola lambita da un mare ricco di fauna tra le più varie al mondo. Forse perchè loro vivono vite ‘dedicate’, appartate e di sacrificio; quella che hanno intrapreso è una missione personale che però poi tocca noi tutti perchè contribuiscono a costruire i building bloc del nostro sapere. Senza il loro tempo dedicato a studiare e a confrontare nuove scoperte, nel ricco bacino scientifico universitario, noi saremmo ancora in preda alle imprecisioni sui fenomeni e nel caos intellettuale.

Loro sono quelli che mettono ordine, un ordine che ci permette di avanzare e di trovare spiegazioni  per poi anche godere della bellezza e dell’efficienza del mondo naturale.

Da una famiglia di origini siciliane e marinare (il padre è stato il fondatore del Centro Velico di Caprera), Giuseppe nasce a Venezia nel 1948. Si laurea in Biologia e poi in Scienze Naturali a Parma nel 1976 insegnate da Danilo Mainardi. Si trasferisce negli Stati Uniti  dove rimane fino alla metà degli anni Ottanta. A San Diego continua i suoi studi sui mammiferi marini, in particolare sulle balene beluga, sugli squali balena e sulle megattere hawaiiane.

Nel 1985 ottiene un Ph.D. in biologia marina presso l’Istituto Oceanografico della University of California a San Diego con una tesi sulla tassonomia delle mante del Golfo di California.

Da allora in poi lo studio si è alternato con incarichi scientifici istituzionali, e come rappresentante nazionale nella sua qualità di scienziato ha partecipato ai più importanti dibattiti di conservazione degli oceani e dei cetacei perchè come giustamente aveva già intuito .. ” formulare delle idee sui fenomeni naturali che si studiano serve a ben poco se poi queste non vengono trasmesse. Penso che uno studioso che non si faccia ambasciatore delle proprie convinzioni e delle proprie scoperte presso il pubblico compia soltanto metà del suo mestiere. Per questo motivo ho sempre cercato di dedicare del tempo alla divulgazione, in parallelo alle mie attività di ricerca”.

Da biologo marino e scienziato che effetto fa leggere il Report del WWF e della Zoological Society of London arrivato alla conclusione che dal 1970 lo stock di pesce nel mare si è dimezzato?

Certo, nessuna meraviglia. Succede sotto i nostri occhi. Caso mai rabbia e frustrazione nel considerare che il danno sarebbe evitabile a fronte di politiche più attente. Nessuno chiede di sospendere la pesca, tuttavia quella condotta in modo sostenibile non dovrebbe essere considerata un’opzione. Troppa illegalità è tollerata, le tecnologia offre possibilità di controlli che non vengono effettuati, le lobby contano più della tutela dell’ambiente. È un problema non limitato alla pesca, un problema di insufficienza culturale della classe politica (con le dovute eccezioni, naturalmente), dove l’attività economica di oggi ha sempre il sopravvento sulla qualità dell’ambiente di oggi ma soprattutto di domani. E ci sono dentro in pieno anche i singoli cittadini, che ancora faticano a capire che ordinando al ristorante un pesce di una specie minacciata, che è stato pescato illegalmente, lo hanno rubato ai loro figli. Non conosco termine più appropriato di “rubato”; peccato che il ladro non sappia di esserlo.

Nel 1996 sei stato nominato dal Presidente della Repubblica a presiedere l’ICRAM poi diventato ISPRA. Sotto la tua guida sono state istituite molte AMP ma soprattutto è stata tua l’indicazione che la creazione dovesse poggiare su solide basi scientifiche e monitoraggio. Leggendo il Dossier del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio sugli effetti della pesca in apnea, ad esempio, dove le AMP sono al centro dell’argomento, non si fa riferimento a un solo studio italiano, e quelli menzionati sono aggiornati al 2008. Perché in Italia ci sono più ‘amanti del mare’ che prelevano di quelli che lo tutelano e lo studiano a differenza dei paesi anglosassoni?

Credo, e mi auguro, che vi sia anche in Italia un’evoluzione dell’atteggiamento del pubblico nei confronti del bene naturale, che può essere goduto di più se vissuto anziché appropriato. Tuttavia non dobbiamo far finta di non vedere l’ancor massiccia presenza di esseri primitivi, “cacciatori e raccoglitori” identici a quelli del Paleolitico (con piena trasversalità in fatto di classe sociale), per i quali il godimento del bene naturale sussiste solo se te lo puoi portare a casa e magari mangiartelo. Per mitigare questo atteggiamento ci vorrebbe al tempo stesso l’uso della carota dell’educazione e dell’esempio, accoppiato a quello del bastone per chi sgarra. Magari fosse così. Siamo terribilmente indietro in Italia in termini di educazione e sensibilità ambientale, con i docenti che sono i primi ad avere un bisogno tremendo di istruzione. Non parliamo del perseguire i reati ambientali, campo nel quale c’è tutto da fare, a cominciare dal maggior coinvolgimento – anche sotto il profilo intellettuale – della magistratura e dalle forze dell’ordine. Ripeto, anche qui abbiamo per fortuna esempi di eccellenza, ma sono una minoranza.

Il tuo lavoro principale è stato quello di favorire l’istituzione di Aree Marine Protette. Attraverso TETHYS, una NGO che hai fondato, avete lavorato alla realizzazione del SANTUARIO PELAGOS, una zona marina di 87.500 km2, frutto di un accordo del 1999 tra Francia, Principato di Monaco e Italia. Qual’è lo stato dei mammiferi che vivono e transitano nel santuario?

Posso dire con certezza che ci sono ancora, il che è già una cosa che fa piacere. Credo che ci sarebbero ancora anche senza il Santuario, come fare a dirlo? Il motivo principale che scatenò negli Anni ‘80 la pubblica indignazione che portò all’istituzione di Pelagos era il massacro di cetacei causato dall’uso massiccio di lunghissime reti per la pesca del pesce spada, in cui i mammiferi andavano a impigliarsi. Ora i cetacei non vanno più a finire nelle reti spadare perché la Commissione Europea le ha rese illegali, quindi il merito di questa vittoria non va a Pelagos. Naturalmente balene e delfini entro Pelagos hanno tanti altri problemi, soprattutto causati dal traffico marittimo che è intensissimo in quella zona. Tuttavia il Santuario è servito ad accendere il riflettore sulla loro presenza e sulla precarietà del loro stato, e questo è secondo me il principale risultato di Pelagos. Per esempio, sono già 62 i Comuni costieri rivieraschi italiani della Liguria, Toscana e Sardegna che hanno aderito alla Carta di Partenariato con il Ministero dell’ambiente, manifestando in tal modo la loro volontà di partecipare e contribuire in maniera concreta all’attuazione dell’Accordo per quanto concerne la conservazione di balene e delfini.

Durante la metà degli anni Ottanta quando vivevi negli Stati Uniti, e dove ti sei laureato con una tesi sulla tassonomia delle Mante del Golfo della California, hai scoperto una nuova specie di manta la MOBULA MUNKIANA il cui nome è dedicato al tuo professore, il famoso oceanografo Walter Munk, cosa si prova a scoprire una nuova specie quando tutto sembra già stato scoperto?

La sensazione forte che ne deriva è una di umiltà, quando ci rendiamo conto di quanto poco ancora sappiamo del mare. Quando sono arrivato la prima volta in Baja California all’inizio degli Anni ’80, la “scienza” riconosceva la presenza nella regione di una sola specie di mòbula, che come mi accorsi in seguito era stata già da tempo osservata anche negli oceani Atlantico e Indiano, e il cui vero nome scientifico era un altro. Al contrario, i pescatori con cui lavoravo mi dissero subito che in realtà di mòbule ce n’erano ben quattro diverse specie, e infatti così era. Una di queste non era mai stata descritta, per cui toccò a me farlo. Il caso vuole che Mobula munkiana sia diventata oggi un pesce molto famoso per via delle sue spettacolari acrobazie. L’anno scorso sono tornato in Baja insieme a Walter Munk – che oggi ha 98 anni – per girare insieme un documentario sulle mòbule e sulla loro scoperta. Più di tutto, è stata un’opportunità unica per raccontare la storia di un uomo straordinario. Non so se considerarmi più fortunato per aver incontrato lui, oppure per aver scoperto la mòbula. Forse era giusto che le due cose mi arrivassero insieme.

E’ molto difficile fare capire che l’ecologia marina si basa su un sistema che funziona grazie a una grande varietà di specie interconnesse e ‘prelevando’ troppo di una si mina tutto il sistema?

Non dovrebbe essere difficile per niente. È caratteristica tipica dei sistemi che siano interconnessi. In particolar modo gli ecosistemi, marini e non. Troppo spesso, purtroppo, a chi ‘preleva’ non importa un gran che se il sistema viene minato. È come se la cosa non lo riguardasse, come se il mare fosse una dispensa da cui prelevare a piacimento, tanto di sicuro ci sarà qualcuno che penserà a reintegrare le scorte. Questo qualcuno è l’ecosistema stesso, che tuttavia potrà provvedere al reintegro solo se determinate condizioni vengono rispettate. Per esempio, che l’ecosistema sia messo in condizione di funzionare correttamente, che abbia la possibilità di rimanere in equilibrio, e che il livello di prelievo sia commisurato alla capacità del sistema di reintegrarsi. Non c’è niente di male nel concetto di prelievo in se stesso, tutte le specie predatrici prelevano da quando è esistita la vita sul pianeta. Il prelievo da parte dell’uomo è una cosa diversa, perché niente ci trattiene dal creare squilibri se ci lasciamo dominare dalla nostra avidità. Come detto sopra, esiste una coscienza ambientale che si sta facendo avanti piano piano nella società, ma è ancora lontano il giorno in cui diverrà predominante sugli atteggiamenti egoistici.

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Da Airone intervista del 1983

Da Airone intervista del 1983

 

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  1. fabrizio serena
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