Borneo is burning!

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In Indonesia, durante il periodo estivo, è ormai normale assistere all’incenerimento di vasti appezzamenti di terra. Il fenomeno si ripete ogni anno, da almeno due decenni ed è così puntuale da portare gli indonesiani a definire questo periodo come una nuova stagione. “Musim kabut“, la chiamano, letteralmente “stagione fumosa” a causa della fitta coltre di fumo che avvolge ampie aree dell’isola. In un luogo dove dovrebbero esistere solo due stagioni, quella umida e quella ancora più umida, l’uomo, stravolgendo per i propri fini l’ecosistema e, di conseguenza, il clima, è diventato il principale responsabile della nascita e dell’intensificarsi della stagione degli incendi.

Quest’anno, però, a causa anche de “El Niño” che ha contribuito all’innalzamento delle temperature, la situazione si sta rivelando drammatica, sicuramente la peggiore degli ultimi 20 anni.

Sono almeno 19 le persone che hanno perso la vita e mezzo milione quelle che si sono ammalate a causa della cattiva qualità dell’aria. Dallo scorso Agosto sono andati letteralmente in fumo più di 20.000 chilometri quadrati di foresta, una superficie vasta quanto la Puglia. Greenpeace ha calcolato che la quantità di anidride carbonica emessa ogni giorno dagli incendi è paragonabile solo a quella emessa da una potenza industriale come gli Stati Uniti.

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Il fuoco, inizialmente appiccato volontariamente dagli agricoltori, è sfuggito al controllo e ha raggiunto le preziose foreste del Borneo. Purtroppo, il suolo ricco di sostanza organica della foresta, contribuisce alla dispersione delle fiamme che, giorno dopo giorno, si fanno spazio tra gli alberi. I video delle ricognizioni mostrano come numerosi incendi circondino le principali aree naturali protette dell’Indonesia e, a causare particolare preoccupazione sono i focolai in prossimità del Parco Nazionale di Gunung Palung.

Non esiste una ragione unica per volere che una foresta pluviale sia ostinatamente protetta e conservata. Il Borneo, oltre a contribuire a donarci parte dell’ossigeno che respiriamo racchiude al suo interno ecosistemi unici senza i quali molte specie animali non potrebbero sopravvivere; tra questi, quelli maggiormente minacciati, sono sicuramente gli oranghi. La situazione è particolarmente critica perché in quelle foreste vive la più grande popolazione di oranghi al mondo, circa un terzo di tutti gli oranghi presenti sulla terra.

Negli ultimi decenni, lo sfruttamento agricolo delle pianure indonesiane ha portato, a un progressivo restringimento della foresta; gli oranghi, di conseguenza, hanno visto la loro casa rimpicciolirsi di anno in anno e, oggi, siamo arrivati al punto che non è più in grado di proteggerli. Le fiamme, il calore e il fumo, sono diventati insopportabili anche per gli oranghi che, costretti a uscire allo scoperto per raggiungere i corsi d’acqua, si espongono alla minaccia dei bracconieri.

Leif Cocks, presidente dell’organizzazione “The Orangutan Project”, progetto no-profit per la conservazione degli oranghi e dei loro habitat, lancia l’allarme sulle gravi conseguenze degli incendi sulla popolazione di oranghi. Non dobbiamo dimenticare che questi animali hanno il più lento tasso di natalità tra i mammiferi (partoriscono un cucciolo ogni 9 anni) il che, se gli incendi dovessero verificarsi ancora per una manciata d’anni, decreterebbe la loro completa estinzione sull’isola. Seguendo l’organizzazione dal 1999, Cocks è stato testimone di molte “stagioni fumose” ma non esita a definire quella attuale come la stagione più devastante di cui abbia memoria.

A metà degli anni ’90 un gruppo di organizzazioni conservazioniste ha dato il via a un progetto di controllo e sensibilizzazione per arginare la piaga del disboscamento illegale, impedire la conversione delle aree in piantagioni di palma da olio e preservare le aree naturali ancora intatte per il futuro dell’umanità. “Vedere il duro lavoro di anni minacciato di distruzione nel giro di poche settimane è una tragedia per la comunità e per la biodiversità della foresta. – dichiara in un comunicato Mark Harrison, direttore di “The Orangutan Tropical Peatland Project” (OuTrop) – Per quanto riguarda quello che significherà per gli oranghi, ho paura al solo pensiero”.

La situazione è ancora fuori controllo e, come c’era da aspettarsi, le aziende produttrici di olio di palma sembrano non interessarsi alle conseguenze per l’uomo, gli animali o l’ambiente. Fatto sta che mentre i governi si preparano alla XXI conferenza delle parti sui cambiamenti climatici, dove si cercheranno le grandi soluzioni per contrastare il riscaldamento globale, l’Indonesia continua concretamente a bruciare e il governo indonesiano non può più chiudere gli occhi davanti a questo scempio.

OuTrop ha prontamente lanciato l’allarme e ha avviato sul proprio sito una campagna prioritaria di raccolta fondi per salvare gli oranghi. Se siamo così miopi da non voler pensare alle future generazioni abbiamo quantomeno l’obbligo di proteggere questi animali che, citando le parole di Crocks, “sono animali consapevoli di sé stessi, esseri intelligenti che meritano di vivere liberi in natura e non certo di essere portati all’estinzione in questo modo orribile”.

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