La palma della discordia

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La scorsa settimana ho voluto proporvi un pezzo piuttosto triste sull’emergenza Borneo e su come, il fuoco, stia letteralmente spazzando via ettari di foresta amazzonica e con essa ogni speranza di vita della più consistente popolazione di oranghi al mondo.

A seguito di quella pubblicazione ho avuto modo di riflettere con Vittoria e convenire sulla necessità di affrontare in maniera approfondita, diretta e immune da condizionamenti la questione perché, in questi casi, abbiamo bisogno di capire dove sia il male e, se necessario, anche di puntare il dito contro coloro che possiamo, a conti fatti, definire colpevoli di un disastro.

Devo dire che anch’io, come molte persone di mia conoscenza, avevo bollato l’olio di palma come il male e, ammetto che, negli ultimi mesi, ho trascorso ore a scovare tra gli scaffali di un supermercato un prodotto che non lo contenesse.

Convinta che questo articolo si sarebbe quasi scritto da solo ho iniziato le mie ricerche. Sono moltissimi i siti che, negli ultimi tre anni, hanno affrontato l’argomento olio di palma analizzando gli effetti del suo utilizzo massiccio dal punto di vista alimentare ed ecologico. Anche noi ne abbiamo parlato in passato e gli articoli più recenti sono quelli di Sonia che ha affrontato l’argomento dell’aperta dichiarazione di boicottaggio della Nutella fatta da Segolene Royal a cui è seguita una quasi immediata e accorata presa di posizione del WWF in difesa della Ferrero che, dichiarano, utilizzare solo olio di palma certificato.

In questo scenario un po’ confuso le notizie rimbalzano da un sito all’altro, sono amplificate e a volte distorte per provocare, da un lato, allarmismo e, dall’altro, una sorta di propaganda. Non è stato semplice fare il punto della situazione e, non credo di spoilerare se, alla fine di tutto, non me la sento di puntare il dito contro nessuno in particolare. Ho cercato di giungere a informazioni certe e confermate da pubblicazioni accademiche e relazioni di enti governativi e non; ho analizzato i dati del processo di produzione dell’olio di palma e li ho messi in relazione a quelli di altri oli vegetali. Le conclusioni, vi avviso, sono le mie personali riflessioni che potranno essere condivisibili oppure no ma che hanno per lo meno la qualità di essere più analitiche possibile.

Cos’è l’olio di palma?
Si tratta di un grasso che si ricava dai semi delle palme del genere Elaeis coltivata quasi esclusivamente nelle regioni umide di Indonesia e Malesia. Al giorno d’oggi è presente in moltissimo prodotti alimentari e cosmetici come stabilizzatore, conservante contro l’ossidazione, e ammorbidente della consistenza.

Il suo uso, costantemente in crescita, è legato sicuramente al basso costo ma anche alla sua versatilità e alla sua resistenza all’irrancidimento, per il qual motivo è utilizzato massicciamente nella produzione di creme e biscotti e pure gelati e alimenti per bambini. Non è difficile trovarlo anche tra gli ingredienti di prodotti equo-solidali.

Quali sono le sue caratteristiche?
E’ costituito essenzialmente da grassi saturi non idrogenati e, per questo motivo, è l’unico olio vegetale solido a temperatura ambiente. Per le industrie è praticamente perfetto: al contrario dell’olio di oliva raffinato e dell’olio di semi, può essere conservato per lungo tempo, anche in confezioni non ermetiche, e può essere sottoposto a forti escursioni termiche. Infine, è totalmente insapore e annulla l’odore dell’alcool utilizzato per prevenire le muffe.

Insomma, lo usano quasi tutti e sempre in maggiori quantità. Il suo utilizzo è in continuo aumento anche perché sta progressivamente sostituendo i cosiddetti grassi trans (le margarine, per intenderci) la cui particolare natura, conseguenza del processo industriale di idrogenazione, li rende estremamente dannosi per la nostra salute. Anche l’organizzazione mondiale della sanità ha invitato l’industria alimentare a ridurre drasticamente l’uso di questi prodotti perché nocivi per la salute.

L’olio di palma fa male alla salute?
Domanda da un milione di dollari. Se dovessi rispondere su due piedi direi che il suo utilizzo provoca tanti danni quanto l’utilizzo del burro ma mi rendo conto che questa risposta non vi lascerà soddisfatti. Analizziamo quindi questa tabella, pubblicata dall’Eufic (European Food Information Council) in cui si mette a confronto la composizione in acidi grassi di diversi oli con il burro.Oli e grassi da cucina

Balza subito all’occhio il fatto che, l’olio di palma, benché vegetale, sembri avere un profilo molto più simile a quello dei grassi animali con tutte le conseguenze, note, legate all’eccessivo uso di questi prodotti.

Pare che l’olio di palma grezzo sia un’importante fonte di antiossidanti e carotenoidi. Non stento a crederci e, in fondo, le popolazioni indigene hanno giovato di queste proprietà per secoli e devono continuare a farlo. Nelle nostre tavole, però, giungono solo prodotti derivanti da olio raffinato e, in seguito a tale processo, gran parte di queste preziose caratteristiche vengono perse.

Quindi, torniamo alla prima affermazione: l’olio di palma non fa più male del burro ma, aggiungo io, perché sono obbligata a assimilarlo anche quando mangio una semplice fetta biscottata?

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La coltivazione della palma da olio e l’ambiente.
Nell’arco di poco più di un secolo, da semplice componente della foresta tropicale si è trasformata nel vegetale più coltivato al mondo. Già da subito, Indonesia e Malesia si sono distinti come i maggiori produttori, riuscendo a soddisfare il 90% del fabbisogno mondiale.

Produzione mondiale olio di palma

Lembi più estesi di foreste equatoriali sono stati bruciati per permettere una coltivazione sempre più intensiva. Le famose lobby internazionali hanno condizionato i deboli governi locali per incrementarne, annualmente, la produzione.

Non c’era da stupirsi che, lo stabilirsi di vaste aree a monocoltura abbia avuto negli anni innumerevoli effetti sull’ambiente.

I due più seri sono essenzialmente legati alla conversione in ambiente agricolo della foresta, con la perdita di numerosi habitat d’importanza critica. Cinque mammiferi possono facilmente descrivere l’enorme danno conseguente alla deforestazione in quelle aree: la tigre di Sumatra, l’orango del Borneo e di Sumatra, l’elefante asiatico e il rinoceronte di Sumatra. Ciascuna di queste specie è a rischio grave di estinzione ma, prima che la pianta venisse coltivata in maniera intensiva, erano rappresentati da gruppi consistenti all’interno delle foreste.

Le piantagioni e gli incendi che servono per ripulire la terra dopo il raccolto, hanno creato un disturbo insostenibile lungo le rotte migratorie e interrotto i corridoi naturali. La frammentazione della foresta, ha poi limitato la loro capacità di nascondersi e li ha resi accessibili ai bracconieri. Inoltre, se trovati nelle piantagioni in cerca di cibo, sono spesso uccisi dagli stessi lavoratori.

Altro effetto decisamente preoccupante riguarda l’alto livello di inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua che influisce negativamente anche sulla qualità di vita delle popolazioni locali.

Oltre ai danni ambientali, in passato, siamo stati testimoni di cruenti conflitti sociali soprattutto quando le comunità locali si sono viste rubare il loro territorio senza avere nemmeno un minimo tornaconto economico.

Infine c’è la questione del cambiamento climatico. La distruzione della foresta pluviale e gli incendi aumentano la produzione dei gas serra tant’è che, lo stesso governo indonesiano, ha recentemente ammesso che circa l’85% dei gas serra in atmosfera è legato al cambiamento dell’uso del suolo.

Il grande interesse riscontrato negli ultimi anni nell’opinione pubblica ha, almeno questa volta, avuto un grosso impatto. Nel 2014 è stato raggiunto un accordo importante: il Carbon Stock Approach in base al quale tutte le aziende interessate alle piantagioni si impegnano a minimizzare il loro impatto ambientale. Alcune multinazionali come P&G, L’Oreal, Unilever, Nestlé, Wilmar International e Cargill hanno dichiarato di aver aderito a quest’accordo.

Tavola rotonda sulla sostenibilità dell’olio di palma.
Fondata nel 2004, la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) è un’associazione no-profit con l’obiettivo di promuovere la coltivazione e l’utilizzo di olio di palma sostenibile. Nel processo sono coinvolti sia i coltivatori che i trasformatori e i rivenditori.

L’applicazione di uno standard qualitativo si è reso necessario proprio dalle sempre più pressanti richieste del consumatore finale. Dal 2008 ad oggi la produzione di olio di palma sostenibile è cresciuta di oltre 18 volte, e ad oggi RSPO può contare su 2.271 membri distribuiti in 72 paesi in tutto il mondo.

I dubbi persistono.
La mia personale opinione è che sarà difficile eliminare l’olio di palma dalla nostra alimentazione, così come, purtroppo, non avremo mai più la possibilità di visitare un’Indonesia totalmente occupata dalle foreste.

La scelta del consumatore, però, è la forza determinante che ha portato e porterà in poco tempo le maggiori multinazionali dell’alimentare a deviare rapidamente verso l’uso dell’olio certificato. I marchi più presenti sugli scaffali dei supermercati italiani stanno, uno dietro l’altro rilasciando dichiarazioni di usi di olio di palma certificato.

In quanto consumatori, però, possiamo fare ancora di più come richiedere dei processi di certificazione sempre più severi che includano, ad esempio, dei progetti di protezione della foresta o di ripopolamento delle specie animali o un controllo continuo sul territorio nella stagione degli incendi, la cui pratica è già vietata dalle amministrazioni locali.

Possiamo, con le nostre scelte, spingere queste società all’uso di oli alternativi che, benché non potranno mai sostituire completamente l’olio di palma, a causa della resa molto inferiore e dei più elevati costi di produzione, potranno contribuire a ridurre lo sfruttamento di quelle regioni già duramente colpite dall’agricoltura intensiva.

Ricordate i famosi grassi trans? Quelli che, è certo, fanno male alla salute? Entro tre anni, gli Stati Uniti, si impegnano a eliminarli completamente dai loro prodotti. Gli analisti hanno previsto che, di conseguenza, la richiesta di olio di palma aumenterà esponenzialmente.

La domanda che mi faccio e faccio anche a voi è questa: quanto ancora potranno resistere Malesia e Indonesia senza subire un collasso ecologico?

Lascio a voi la risposta.

Lista prodotti senza olio di palma:
Per completezza di informazione voglio inviarvi al sito de Il fatto alimentare che ha stilato una lista di prodotti senza olio di palma:

http://www.ilfattoalimentare.it/prodotti-senza-olio-di-palma.html

per chi fosse interessato, voglio anche ridarvi il link della petizione online per la completa sostituzione nei prodotti venduti in Italia dell’olio di palma con altri oli vegetali e burro.

https://www.change.org/p/stop-all-invasione-dell-olio-di-palma

Per approfondire:

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