Sogno Sharm a Natale

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Sono finita a vivere in un posto abbastanza inconcepibile, me lo dico ogni volta che mi affaccio dalla finestra. Cosa diavolo ci faccio nel cuore della campagna inglese dove il colore blu è bandito e dimenticato? Il progetto originale era di abitare accanto al mare e uscire di casa con la macchina fotografica e le pinne tutti i giorni, ma poi si deraglia, si scivola in progetti secondari che prendono i sopravvento per certe lealtà verso chi ti ha salvato la vita.

Sono figlia di un padre che non ho mai amato. Il giorno che è morto però mi sono accorta di essermi sbagliata sul suo conto e in qualche modo sento che devo riparare a questo torto. Da qui l’inizio di un progetto diverso. Sono molti anni, più di trenta, che devo raccontare una storia. Quello che successe veramente il giorno che mia sorella tornò a casa dal rapimento e nei giorni successivi. Mi porto dietro un libro mai scritto come se fosse un sacco di carbone e ho deciso che qui, lontana mille anni luce da qualsiasi tentazione, potrò finalmente buttarlo giù.

Sono iperattiva, non riesco a stare ferma un minuto sulla sedia e solo in una casa, dove rimango bloccata all’interno dal vento, dalla pioggia e dalla neve, posso sperare di passare qualche ora alla scrivania ogni giorno. Ho sempre rimandato di scrivere questo libro, perchè questo, è il libro che non volevo scrivere mai. Troppo difficile, troppo contraddittoria la storia personale e il contesto nel quale si svolge. Era un periodo violento il 1978, e l’anno prima ancora più violento. Vittime inutili del terrorismo politico che si sono intrecciate con le vittime della polizia in borghese, dei servizi segreti e della criminalità. C’era una pallottola che avanzava per chiunque. La maggior parte dei killer mai condannati. Famiglie frantumate, genitori che morivano di crepacuore. E’ questa una storia da scrivere? No. Per questo l’ho rimandata in eterno. Ma c’è una ragione che mi ha convinto ad affrontare  i tempi delle molotov, delle P38 e dei lacrimogeni: il fatto che ho un libro in scaletta che è quello che invece voglio scrivere veramente, quello di cui sfogliando le foto che ho scattato mi dico.. sei fuori.. sei finalmente fuori dalla pazzia umana… hai finalmente trovato pace.. in mare, sott’acqua.

Se non scrivessi il libro duro prima, toglierei valore all’altro. Non capireste perchè parlo dell’estrema bellezza della natura, dell’ordine, dell’armonia, dei colori, del perché questo è il nostro vero sistema, quello a cui guardare per il nostro futuro e perchè dobbiamo percorrerlo senza mai girargli le spalle.

Quei tempi somigliano così tanto ai tempi attuali.  Il tempo dei forti, delle bestie armate, delle vittime innocenti, delle lacrime dei parenti; dei feriti che vengono curati da medici che non hanno mai visto e salvati dal sangue donato da sconosciuti.

Vado a Sharm tra qualche settimana. Non ho avuto neanche un momento di ripensamento dopo l’attentato perchè sogno quel mare giorno e notte. L’ultima volta era dieci anni fa quando ci svegliarono, durante la notte, lo scoppio di due bombe e le sirene delle ambulanze. In quegli anni potevi   abbandonare un posto per sicurezza ma adesso ho deciso di fregarmene e di vivere la vita come viene, senza precauzioni.

Dall’atmosfera rarefatta, protetta e muschiosa dell’Inghilterra sogno il souk egiziano. Sogno di camminare di nuovo tra i vecchi vicoli dove si affacciano le botteghe degli artigiani. Di esplorare nel disordine colorato e trovare quel manufatto unico da riportarmi indietro o un gioiello beduino da mettermi al polso. Mi manca l’Egitto, mi manca la Giordania, gli amici che mi ero fatta lì. In un albergo di Aqaba dove ho lasciato dieci anni fa due valige ‘perchè torno presto…’ ci dovrebbero essere ancora due baobab in vaso che ho cresciuto dal seme nella cucina di casa di Londra.  Che senso ha la vita senza geografia, senza sapere come vivono gli altri, come sono le loro famiglie?

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Qui con me mi hanno seguito tutte le cose che raccolto in giro per il mondo. Ho il copricapo di turchesi tibetano, le scatole di legno nepalesi che contenevano burro di yak, le scatole laccate indiane, la scatola di perle indonesiana, i batik, gli ikat, le collane di ambra, la sedia di perline africana, la statua delle dea dell’abbondanza della Nigeria.

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La sera scendo a cena con il caftano che ho comprato dal vecchio sarto nel souk del Cairo.

Avevo in programma di visitare un giorno il souk di Aleppo in Siria, rinomato in tutto il mondo per essere tra i più antichi e ricchi, e di arrivarci in macchina dalla Giordania. Poi è arrivata la guerra civile e il souk è andato bruciato, oggi ci sono solo macerie. Gli artigiani e i commercianti hanno chiuso le loro botteghe passando da una vita di benessere ad una vita da profugo; parlano alla televisione senza neanche trattenere le lacrime pensando a quello che hanno perso.

Non so cosa succede nella teste degli uomini quando decidono di distruggere quello che è stato costruito in generazioni così faticosamente. Brucia la storia, l’architettura, l’opulenza, l’abbondanza, il talento dell’artigiano, la sua arte, gli oggetti nei quali ha riversato la sua forza creativa. Bruciano i tappeti tessuti in interminabili ore di lavoro dalle donne, brucia il legno intarsiato, brucia l’ottone sbalzato, brucia il vetro soffiato dal respiro dell’uomo onesto.

Nel libro questa è la mia domanda centrale, perché l’uomo perdendo ogni freno inibitorio sceglie la distruzione. Forse perché è molto più facile imbracciare un fucile che addomesticare un metallo e dargli vita?

Il mio villaggio in Inghilterra

Il mio villaggio in Inghilterra

 

 

 

 

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