NOAA: due provvedimenti da cambiare

squali limone

Grand Bahama, squali limone.

Le risorse marine sono severamente minacciate a livello globale. Per cercare di tutelarle sono stati sviluppati vari meccanismi di gestione, che includono la regolazione delle quote e delle tecniche di pesca, seguendo le indicazioni della FAO sulla pesca sostenibile. Questi meccanismi vengono messi in atto da specifici organi di gestione, con l’obiettivo di trovare un equilibrio fra la sopravvivenza a lungo termine degli stock e la pesca commerciale e ricreativa. Tuttavia non sempre le decisioni prese sembrano essere in accordo con i criteri dello sfruttamento sostenibile delle risorse marine. E’ il caso di due recenti provvedimenti che potrebbero avere un impatto significativo sulla pesca nella costa orientale degli Stati Uniti, e che riguardano due specie con un ruolo ecologico molto diverso: l’Alaccia atlantica e lo Squalo limone. Vediamole più in dettaglio.

Il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration, che fra le altre cose si occupa di gestire la pesca negli USA), ha annunciato nel dicembre 2015 che nel 2016, per il quarto anno consecutivo, la pesca commerciale degli squali si aprirà il 1 Gennaio e non il 1 Luglio come accedeva fino al 2013. Rimane illegale la pratica di prelevare solo le pinne, e gettare in mare le carcasse, nota come “finning”. Il NOAA gestisce la pesca allo squalo da più di 20 anni: l’apertura della pesca commerciale in Luglio, implementata nel 1994, ha permesso a vari stock ittici di crescere e di recuperare il declino degli anni precedenti. Ma solo fino al 2013, anno in cui l’apertura della pesca è stata anticipata a Gennaio: da quel momento gli stock hanno iniziato nuovamente ad impoverirsi. Proprio per questo, l’annuncio del NOAA ha dato origine ad un’accesa polemica, culminata in una petizione che ad oggi ha raccolto più di 17mila firme, per chiedere la revoca del provvedimento.

Si teme che l’anticipo dell’apertura della pesca commerciale possa avere un impatto negativo su molte specie di squali, ed in particolare sugli squali limone (Negaprion brevirostris).

Gli individui di questa specie vivono in acque subtropicali poco profonde, soprattutto in aree ricche di biodiversità come le barriere coralline, le foreste costiere di mangrovia e gli estuari fluviali. Per riprodursi si aggregano in enormi banchi in delle aree di riproduzione specifiche. Una di queste, Jupiter, si trova al largo delle coste della Florida, nella zona di Palm Beach, e viene occupata proprio da Gennaio ad Aprile.

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Palm Beach-jupiter

Jupiter Beach, Florida.

In questo periodo gli squali sono dei bersagli molto facili per la pesca commerciale, dato che si trovano concentrati in gran numero in un’area ben nota a tutti i pescatori. Questa specie inoltre è particolarmente vulnerabile a causa del suo basso tasso riproduttivo: gli squali limone raggiungono la maturità sessuale tardi, intorno ai 6-7 anni e si riproducono di rado, non più di una volta ogni 2 anni, dando alla luce ogni volta un numero ridotto di piccoli (4-17). Inoltre, i piccoli hanno un alto tasso di mortalità (dal 40 al 60%). Lo squalo limone, insieme allo squalo tigre (Galeocerdo cuvieri), e allo squalo martello (in particolare Sphyrna mokarran), altre specie con basso tasso riproduttivo, è protetto nelle acque della Florida, ma solo nelle prime tre miglia dalla costa: la zona protetta non include l’area riproduttiva di Jupiter.

I limone sono tra le specie di squali più studiate al mondo, grazie al lavoro pionieristico di Samuel Gruber, il fondatore della Stazione Biologica di Bimini, alle Bahamas, che conduce ricerche sulla loro biologia dal 1967. In anni recenti, gli studi dello SharkLab di Bimini hanno permesso di evidenziare delle caratteristiche biologiche importanti degli squali limone, tra cui la loro capacità di stabilire complesse gerarchie sociali e di apprendere tramite l’osservazione del comportamento di conspecifici più esperti, e la presenza di tratti caratteriali individuali. Inoltre lo SharkLab porta avanti uno studio specifico sull’aggregazione di Jupiter, tramite il radio-marcaggio degli esemplari catturati in quest’area, in modo da poterne definire gli spostamenti. Dal 2007, il tasso di ricattura degli esemplari marcati è diminuito del 10-15% ogni anno, confermando il declino della popolazione di Jupiter.

L’aggregazione di Jupiter ha un valore enorme dal punto di vista delle attività subacquee ricreative: è considerata uno dei migliori siti al mondo per immergersi con gli squali, vederli e fotografarli nel loro ambiente naturale, ed ha portato allo sviluppo di una fiorente attività economica locale. La comunità dei sub locali tra l’altro ha confermato il declino della popolazione, che ormai coinvolge un così basso numero di esemplari da essere talvolta difficile da individuare.

Tuttavia, anche la pesca commerciale degli squali è molto remunerativa, ed è aumentata drammaticamente negli ultimi anni: circa 90 milioni di esemplari vengono pescati ogni anno, spesso in modo non regolato e non sostenibile, per lo più per il commercio delle loro pinne e delle loro cartilagini, che vengono vendute sui mercati asiatici. Anche la carne viene commercializzata a scopi alimentari, ed hanno un mercato anche la pelle, i denti e le mascelle. Ma il loro valore non è neppure confrontabile a quello delle pinne che vengono vendute a circa 700$ al chilo: una porzione di zuppa di pinne di squalo può arrivare a costare 200$! La specie tradizionalmente più ricercata per le pinne è lo squalo grigio (Carcharhinus plumbeus), diffuso nelle acque tropicali e temperate di tutto il mondo. La sua grande pinna dorsale può arrivare al 18% della massa corporea totale, e per questo è stato pesantemente sovrasfruttato per decenni, fino a ridurre le popolazioni del 90% in alcune delle sue aree di distribuzione. Si tratta infatti di un’altra specie a lento accrescimento e con basso tasso riproduttivo, e quindi molto vulnerabile. Oggi la pesca commerciale si è adattata allo sfruttamento di altre specie, fra le quali appunto lo squalo limone.

Gli squali sono tra i vertebrati più antichi: sono comparsi 400-450 milioni di anni fa, ed oggi contano circa 400 specie, per lo più predatori all’apice della catena alimentare.

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Alaccia atlantica (Brevoortia tyrannus).

Al contrario il Menhaden o Alaccia atlantica (Brevoortia tyrannus) è la preda per eccellenza. Questi piccoli pesci pelagici della famiglia Clupeidae (come le aringhe e le sardine) sono diffusi nelle zone costiere dell’Atlantico occidentale tra la Nuova Scozia ed il nord della Florida. Formano grandi banchi che migrano stagionalmente: gli individui adulti si aggregano al largo di capo Hatteras, nel Nord Carolina, in inverno, ed in primavera iniziano a migrare verso nord. In estate sono distribuiti sulla costa secondo l’età e le dimensioni, con gli individui più grandi e vecchi che arrivano più a nord. Questa specie è dipendente dagli estuari: le larve migrano nelle baie costiere e negli estuari, dove in circa 6-8 mesi avviene la metamorfosi in adulti. Le alacce mangiano fito e zooplancton, detrito e materia organica e a loro volta sono un’importante risorsa alimentare per vari predatori, fra cui alcuni pesci importanti per la pesca ricreativa e commerciale, come il persico spigola (Morone saxatilis), il pesce serra (Pomatomus saltatrix) ed un tipo di ombrina atlantica (Cynoscion regalis), ma anche vari uccelli marini e balene.

La pesca all’alaccia è regolata dalla Atlantic Marine Fisheries Commission, che ha recentemente modificato il suo approccio alla gestione di questa specie. Da un lato si è impegnata ad includere nella definizione delle quote di pesca non solo una valutazione dello stato delle popolazioni di alaccia, ma anche le necessità alimentari di pesci, uccelli e cetacei predatori. Questo è senz’altro un approccio sensato per la gestione a lungo termine delle risorse marine. Dall’altro lato però le quote di pesca per il 2015-2016 sono state aumentate del 10%, mentre nel biennio precedente erano state ridotte del 20%. Si tratta di una decisione avventata sotto vari aspetti. Innanzitutto, mentre la biomassa (ovvero il peso) dell’alaccia è aumentata, la sua abbondanza (ovvero il numero di esemplari) si è ridotta. Questo vuol dire che nella popolazione attuale c’è una maggior proporzione di pesci grandi e vecchi, mentre quelli giovani sono pochi: la maggior parte dei nuovi nati viene pescata prima che raggiunga un anno di età. La popolazione non è in buone condizioni, perché i riproduttori sono destinati a diminuire man mano che i pesci anziani muoiono. La riduzione dell’abbondanza inoltre è particolarmente critica per i predatori più vulnerabili come il persico spigola: sembra che questi grandi pesci stiano letteralmente morendo di fame, dato che l’alaccia è il loro principale sostentamento.

Sebbene l’alaccia sia forse la specie più importante per la pesca commerciale lungo la costa orientale degli Stati Uniti, non viene utilizzata per l’alimentazione umana. E’ infatti un pesce molto spinoso e ricco di olio, e viene impiegato per produrre fertilizzanti, mangimi per animali ed olio di pesce. La maggior parte della pesca commerciale viene effettuata da un’unica società, la Omega Protein, che sarebbe in pratica la sola a godere dei vantaggi dell’incremento delle quote, mentre la tutela dell’alaccia, favorendo l’incremento di altre specie ittiche, potrebbe portare vantaggi ad un maggior numero di pescherie ed attività imprenditoriali. Oltre ad essere una risorsa alimentare per molti predatori, l’alaccia svolge altri servizi per l’ecosistema e migliora la qualità generale dell’ambiente marino. Infatti elimina il plancton ed i detriti dalla colonna d’acqua, rendendola più limpida: in questo modo alla vegetazione sommersa arriva più luce, che ne favorisce la crescita. L’eliminazione del fitoplancton inoltre contrasta l’eutrofizzazione.

Insomma è chiaro come tutelare l’alaccia sia un vantaggioso sia per le specie che se ne nutrono sia per l’ambiente. Ma perché proteggere lo squalo limone è vantaggioso per l’ambiente marino? Gli squali, essendo predatori all’apice della catena alimentare, sono in grado di regolare le dinamiche di popolazione di tutte le specie-preda, con complessi effetti a cascata che si ripercuotono sull’intera comunità. Ad esempio, nutrendosi di prede erbivore, contrastano un eccessivo consumo della vegetazione sommersa, che può sostenere una maggiore varietà di specie. Sono fra le cosiddette “keystone species” (letteralmente, pietre miliari): se rimosse, l’intero ecosistema può collassare. Trovare un equilibrio fra la tutela e lo sfruttamento delle risorse marine, siano esse predatori, prede o altri componenti dell’ecosistema, è senz’altro difficile, ma indispensabile, ogni giorno di più.

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