Ernest Hemingway – la corrente del Golfo

Hemingway

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La luce è quella dei tropici e i colori densi, strizzati da una sottoesposizione decisa. Vedi lo scintillio delle onde, senti il riverbero della sabbia. Come per Joseph Conrad la forza della luce intaglia l’ombra in profondità, i baleni offuscano gli orizzonti, le calme piatte. Il mare aperto, con le sue correnti pescose, è un mare scuro, palcoscenico inquieto per eroi riluttanti. Quello di Hemingway è la corrente del Golfo, una massa in viaggio che attraversa i suoi maggiori scritti, passa sotto fragili ponti tesi fra le isole, metafore di solitudine umana in prestito dal darwinismo, dove ogni individuo vive di leggi proprie. Esattamente come nelle isole. Quei ponti sottili sono le convenzioni e i fragili legami sociali, sospesi sopra una forza sì, nutriente ma che tende a travolgere tutto, a separare.

“La pesca mi uccide proprio come mi dà da vivere” Santiago, Il vecchio e il mare

Di tutta la sua consistente opera Il vecchio e il mare, gli vale il premio Pulitzer nel 1953 e il Nobel l’anno successivo. Ambientato a Cuba è un racconto genuinamente marino. La corrente del Golfo in questa novella è messe inesauribile quanto dimora di predoni. E’ scura, è il toro nell’arena, è fertilità e potenza, ma anche forza bruta, danza mortale. Il cacciatore si identifica con la sua preda. Santiago sente di amare quel pesce e vorrebbe nutrirlo. Lo squalo, invisibile, gli divora la preda. In Isole nella corrente Andy, il giovane e caparbio figliolo di Thomas Hudson, sente che sotto i suoi piedi puntati sulla murata del pozzetto, alla fine della lenza tesa al parossismo c’è un altro se stesso. La Corrente, così la chiama semplicemente Hemingway, è un toro che non può mai perdere mai, che non può essere battuto. Non avrebbe mai immaginato, Hemingway, che oggi lo scioglimento dell’artico sta rallentando proprio la corrente del Golfo.

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Spencer Tracy interpreta Santiago: la famosa scena della ‘lenza’

Il giovane Ernest impara a conoscere e ad amare la natura grazie al circolo naturalista del padre, e poi, come tanti uomini del suo tempo, attraverso la caccia, la pesca. Gli uomini li esplora attraverso le attività più estreme: i bagordi, il viaggio avventuroso, la sfida, la guerra. Volontario della Croce Rossa sul fronte italiano nel 1918, pochi anni dopo le truppe italiane se le ritrova davanti, sostenitrici del generale Franco, mentre lui combatte al fianco dei Repubblicani. In Spagna il suo dualismo si evolve in una intuizione di anima collettiva (Per chi suona la campana) un’anima che in seguito le correnti scure tenderanno a frammentare, isolare, separare sempre di più, come fanno i predatori quando attaccano il branco. Potremmo andare avanti all’infinito a sviscerare il relazionarsi dello scrittore con l’oggetto, con la natura mortale dei bisogni contrapposta alla gioia della loro soddisfazione. Ma la firma inconfondibile della sua opera non è la metafora quanto il realismo veritiero dei suoi racconti: Hemingway fece innanzitutto della sua vita un romanzo d’avventura. Il suo stile diretto e minimalista divenne il sale della letteratura moderna. Fu probabilmente affetto, come un numero enorme di altri artisti di genio, da disturbo bipolare. La sua famiglia è detentrice del record mondiale di suicidi tra i suoi membri. Si contano appena sulle dita mano gli Hemingway che ‘non’ si suicidarono. Ernest gettò letteralmente in mare matrimoni e amicizie, come quando mollò per parecchie ore un amico su un isolotto deserto, colpevole di aver parlato troppo in un luogo sacro, un luogo dove la virtù consiste nel non parlare se non in caso di necessità: il mare. L’unica presenza femminile costante nella sua vita è Pilar, un Weeler 38, personalizzato, un bel legno da undici metri e due motori.

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Quella barca, ora esposta in un museo a Cuba, fu per trent’anni un rifugio e un palcoscenico dove affabulare pochi intimi, fu complice delle sue scorribande sportive, sociali, intellettuali. Più casa della sua casa a Bimini, Pilar fu lo strumento grazie al quale il ‘Capitano Hemingway’ si imbarcò nell’ennesima impresa bellica. Ufficialmente si trattava di una missione scientifica, c’era da classificare alcune specie marine dell’Atlantico. In realtà si dava la caccia agli U-Boote tedeschi che insidiavano la pletora di isole sparse lungo quella Corrente che lambiva le Bahamas e le coste statunitensi. Ed è nei bassi fondali fitti di mangrovie, tra le chiazze d’avorio che dal satellite sembrano spiagge solcate da rigagnoli, in mezzo a canali in preda all’umore delle maree dove l’amicizia con un pescatore seminomade vale più di una mappa dell’Ammiragliato, che Hemingway ambienta uno degli episodi più avvincenti della letteratura di mare: la caccia all’equipaggio di un sottomarino tedesco giocata come una partita a scacchi. Lì Thomas Hudson, pittore e alter ego dell’autore, personaggio ben caratterizzato da fortissime note autobiografiche, si confronta con dei marinai tedeschi in fuga, uomini capaci e pericolosi. Sdraiato sul ponte, mentre vede la vita sfuggirgli da tre brutte ferite, Hemingway fa dire a Hudson:

“Pensa a dopo la guerra e a quando ti rimetterai a dipingere. Ci sono tanti bei quadri da fare, e se dipingi bene come sai, e non t’impegoli in tutte le altre cose, e fai soltanto quello, è la cosa che conta. Il mare puoi dipingerlo meglio di tutti, ormai.”

Quasi un epitaffio.

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La ‘Corrente’ vista da Key West – © Claudio Di Manao

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