Cosa contiene veramente il nostro giubbotto imbottito di piume d’oca?

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L’inverno sta imperversando in tutto il mondo. Tempo di cappotti pesanti, e di piumini. In pochi però si interrogano sulla natura e sulla provenienza delle imbottiture. Badate bene, la provenienza, non la composizione: perché per il consumatore fa differenza un’imbottitura naturale da una sintetica (anche in termini economici), ma non come le piume siano state ottenute, con quale trattamento e con quanto rispetto per gli animali. Ciò in parte perché l’etichetta non dice molto sull’origine della materia prima, e in parte perché non siamo abituati a “riflettere” sui nostri acquisti.

In fase di preparazione dell’articolo mi è venuta la curiosità di andare a vedere l’etichetta del “piumino” più caldo che ho. Confesso di averlo acquistato (almeno 3-4 anni fa) senza aver verificato o essermi chiesta quale fosse la composizione dell’imbottitura. Per quello che l’ho pagato non può essere di piume d’oca… e infatti ho scoperto che è 100% poliestere. Per me il problema non si pone. Il punto della questione però non è piume d’oca sì piume d’oca no, naturale o sintetico (quest’ultimo, per inciso, benché considerato “ecologico” comprende tutti materiali derivati del petrolio, dunque non biodegradabili), ma la meccanicità che spesso mettiamo nell’acquisto, senza avere la piena consapevolezza di ciò di cui si compone quello che andiamo a comprare.

Nel cibo in larga parte abbiamo imparato ad essere più attenti a quello che mangiamo perché i produttori oggi sono obbligati ad elencare gli ingredienti e ad indicarne origine e provenienza sulle etichette. Siamo più propensi ad “indagare” anche in determinate tipologie di vestiario, ad esempio se cerchiamo indumenti 100% cotone. Dunque perché questo non vale anche per i piumini?

Diciamoci la verità: acquistare cappotti fatti con piume d’oca – che tra l’altro sono economicamente impegnativi – fa status symbol, prima che calore. In una simile ottica è evidente che ha poca o nessuna importanza la provenienza del piumaggio utilizzato per un prodotto che si vuole di alta qualità. La “colpa” però non sarebbe tutta del consumatore, che effettivamente spesso non ha strumenti sufficienti per sapere come sono estratte le piume dall’animale e cosa succede all’animale dopo. Il cliente spesso si fida della grande industria, non immaginando cosa si celi dietro le apparenze. Infatti chi potrebbe dire con certezza se il caldo e soffice piumino proviene da un uccello spennato vivo o da un’oca alimentata forzatamente per il foie gras?

Con l’inchiesta “Siamo tutte oche” di Report del 2014 per la prima volta in televisione e in prima serata è stata documentata la crudele e illegale pratica della “spiumatura” sulle oche vive in Ungheria e diffusa nella Comunità europea, responsabile per i mancati controlli e per avere un regolamento che consente con facilità di “riciclare” la piuma illegale.

La spennatura di oche vive a livello comunitario è incompatibile con l’articolo 23, paragrafo 3 delle raccomandazioni T-AP (95) 20 relative alle oche, adottate il 22 giugno 1999 dal comitato veterinario permanente previsto dalla Convenzione Europea sulla protezione degli animali. Nonostante ciò, in diversi Stati membri – Polonia, Ungheria e Romania – circa il 60% della piuma prodotta viene ottenuta con la spiumatura dell’oca viva. Il maggior produttore di piume rimane l’est asiatico, in particolare la Cina. Fra i paesi produttori di piumino d’oca rientrano: Islanda, Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Canada e Italia. Italiani e tedeschi sono i principali acquirenti europei, che non hanno molti obblighi, neppure quello della tracciabilità.

La famigerata inchiesta di Sabrina Giannini ha rivelato che dato che la muta produrrebbe poco piumaggio agli allevamenti intensivi non conviene raccoglierlo, ma prelevarlo direttamente dagli animali prima che le piume cadano naturalmente, cioè in modo illegale: spiumati vivi per interminabili minuti, testa e zampe immobilizzate per sbrigare velocemente la pratica poiché ci sono 10mila oche da spennare in soli quattro giorni, dato che la maggior parte di questi allevamenti lavora a cottimo per 0,30 centesimi di euro l’oca (pagati in nero). La carne finisce sempre contusa, spesso lacerata e sommariamente disinfettata al solo scopo di limitare le perdite degli animali feriti ai quali vengono strappate le piume ogni volta che ricrescono: da una fino a quattro volte in un solo anno. Le emorragie a volte possono essere contenute usando ago e filo, ma suturare la ferita non sempre funziona. Il 100% rimane ferito e circa il 20% subisce ferite molto gravi, denuncia da anni Friedrich Mülln di Soko Tierschutz Investigator.

Strappare le piume a un’oca viva è una pratica estremamente violenta: gli animali vengono spennati la prima volta quando hanno solo otto settimane, quando sono ancora dei pulcini e le loro piume sono più morbide, mentre si contorcono e urlano dal dolore. Senza contare che questo trattamento può anche comportare la morte dell’animale per lo stress cui viene sottoposto o per il freddo che deve poi sopportare. A circa otto mesi di vita, quando la qualità delle piume comincia a risentire delle ripetute spiumature, la maggior parte delle oche verranno uccise e la loro carne venduta.

Ogni anno due milioni di oche ungheresi muoiono al macello, vendute per la carne o per il loro fegato, fatto crescere con il metodo dell’alimentazione forzata per ottenere il paté de foie gras. Il loro piumaggio è un sottoprodotto, quasi di scarto, eppure ce lo vendono a peso d’oro come pregiata imbottitura. Balazs Géllert, proprietario della Naturtex, azienda leader nella produzione di piumino in Ungheria afferma: “Anche se Moncler acquistasse il migliore piumino spenderebbe dai 20 ai 30 Euro a giaccone… L’imbottitura che usa Moncler inoltre, lungi dall’essere fatta di materiali più pregiati, è spesso una miscela di diverse provenienze e valore e di qualità inferiore, come l’anatra.” Quindi, oltre a non garantire la tutela dei volatili e la qualità del prodotto, i terzisti ricevono per ogni capo finito un compenso che si aggira tra i 30 e i 45 euro, mentre in negozio il prezzo talvolta arriva a superare i mille euro.

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Nonostante il rigetto delle accuse dell’italiana Moncler a caldo non abbia placato l’indignazione e la rabbia dei consumatori, l’effetto-Report non è durato a lungo: dopo le prime reazioni, il brand nel primo semestre del 2015 ha visto aumentati i propri ricavi da 218,3 milioni di euro nel 2014 a 295,8 milioni, con uno scenario in continua crescita. Merito di interventi concreti dell’azienda sui fornitori o semplicemente questione etica passata in secondo piano?

Mülln ha mandato più volte all’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea le foto incriminate dei numerosi casi riscontrati in Germania, Francia e Ungheria. A seguito della sua denuncia, cinque anni fa, gli esperti dell’Agenzia hanno rilasciato il parere secondo cui “tale pratica può essere effettuata senza causare sofferenza o lesioni, se eseguita nel momento in cui sono in fase di muta e se vengono utilizzate tecniche di spazzolatura e pettinatura”, che non causano dolore né stress agli uccelli.

Peccato che queste tecniche “soft” non vengano usate, e che gli stessi esperti ammettono: “Vista la situazione attuale del commercio, dove aumenta progressivamente la domanda di piuma, la spiumatura dolorosa è inevitabile”. Gli esperti della Commissione Europea hanno ammesso in pratica di avere più a cura gli interessi commerciali che il benessere degli animali, sapendo benissimo che negli allevamenti industriali non conviene pettinare le piume, che si spennano illegalmente e che si rivendono nel mercato dicendo che sono state pettinate, grazie alla patente che rilascia la Commissione Europea.

In Italia a partire dal 1° gennaio 2004 è vietata la spiumatura di volatili vivi, ma di fatto non viene impedito di acquistare prodotti con piume ottenute con questa pratica e ricavate da animali allevati all’estero. Nonostante interrogazioni parlamentari all’interno dell’UE e la petizione lanciata dall’ENPA nel 2014 per chiedere all’Europa e a Confindustria di mettere definitivamente al bando la pratica dello spiumaggio, nulla si è ancora mosso in tal senso né è stata emanata alcuna legge che vieti l’importazione di piumino ottenuto dalla spennatura di animali vivi e l’importazione di prodotti finiti confezionati con piumino ottenuto secondo tale barbaro metodo.

La pratica illegale coinvolgerebbe anche aziende d’Oltreoceano. Cinque anni fa è emerso che le piume strappate dagli uccelli vivi in Ungheria sono finite anche nelle giacche di Patagonia, e che North Face si sarebbe affidato a società che si procurerebbero le piume con questi sistemi brutali. Anche altre imprese si sono improvvisamente rese conto di avere lo stesso problema, e hanno iniziato a mettere in atto politiche per garantire la provenienza “etica” delle loro piume.

Negli Stati Uniti non esiste una legge federale contro la spiumatura da vivi, ma la pratica lì non è comune, come riportato dall’Animal Welfare Institute. “Non c’erano gli standard sulla spiumatura di animali vivi e alimentazione forzata e quindi abbiamo pensato che avevamo bisogno di creare il nostro”, ha dichiarato Wendy Savage, supervisore del benessere degli animali a Patagonia. L’Azienda ha abbandonato il suo fornitore fuorilegge e ha istituito un nuovo sistema in cui il proprio personale e revisori esterni del NSF International monitorerebbero la catena di fornitura dall’uovo al macello. Questo standard di piumini tracciabili è stato applicato a una giacca leggera nel 2013 prima di espandersi a tutta la gamma di Patagonia lo scorso anno.

Adam Mott di North Face ha affermato che la società punta a certificare completamente le piume prodotte in modo responsabile in tutti i prodotti entro il 2017.

Sia Patagonia che North Face si propongono di influenzare l’industria e le altre marche – lo standard di responsabilità delle piume di North Face è stato condiviso con altri operatori del settore, tra cui H&M. Entrambe le società hanno arruolato partner rispettabili per l’ispezione o la certificazione delle fattorie che allevano oche (NSF International per Patagonia, Control Union per North Face), mentre la differenza principale tra i due standard è che quelli di North Face consentono ciò che viene chiamato “produzione parallela”, che significa che gli allevamenti e i macelli che producono piume certificate possono gestire anche gli uccelli che sono stati alimentati a forza, purchè le piume non provengano da queste ultime.

Daniel Uretsky, presidente del principale fornitore di piume del Nord America Allied, ha detto che eliminare la crudeltà è diventato un obiettivo importante per l’industria. Le piume Allied vengono dalla Cina, dove un ufficio supervisiona la catena di fornitura, come nell’Europa orientale. Uretsky si è detto fiducioso che nessun animale spennato o vittima di alimentazione forzata sarà fornita ai clienti di Allied: i consumatori possono ora monitorare il piumaggio nei loro cappotti con una nuova applicazione QR code che mostra dove sono state acquistate le piume, ma ha ammesso che questo controllo non sarebbe universale e che non è ancora del tutto certo da dove i cappotti non contrassegnati ottengano le loro piume.

Questo mosaico di assetti comporta che alcune marche stanno facendo meglio di altre: il gruppo per la protezione degli animali Quattro Zampe ha prodotto un sistema di classificazione che pone Fjall Raven e Patagonia in cima, Kathmandu e Marmot in fondo. Nina Jamal, attivista del gruppo, ha dichiarato: “Solo poche marche hanno assunto la piena responsabilità per le loro catene di approvvigionamento. La maggior parte dei marchi di moda e sportivi non hanno iniziato a tornare agli allevamenti, e dipendono da certificati provenienti dai macelli. È un modo per le marche per lavare via la loro responsabilità, dicendo in sostanza che non importa loro della protezione degli animali prima della macellazione.”

Tra le garanzie fornite da alcuni produttori di piumini nella UE vi è quella che riguarda la loro adesione all’Associazione dell’industria delle piume e degli articoli da letto (European Down and Feather Association), che si spende a favore della tutela degli interessi dei consumatori e degli animali attestando l’ottenimento delle piume dall’animale vivo solamente nel periodo in cui l’animale cambia naturalmente le piume, ossia la muta.

L’Associazione si impegna da anni nel controllo di aziende agricole e allevamenti, accertando il trattamento adeguato dei pennuti e la loro provenienza da allevamenti certificati in cui gli animali vengono spiumati solo dopo la macellazione. Inoltre dal 2010 le imprese appartenenti all’EDFA si sono fatte carico, con una dichiarazione all’interno dei loro contratti di compravendita, di applicare un sistema di rintracciabilità documentato e di rispettare un codice comportamentale che vieta l’acquisto e la lavorazione di piumino e di piume ottenute in modo difforme dalla legge, ovvero da animali maltrattati. La provenienza del piumino e delle piume acquistati dagli allevamenti di uccelli dagli stati UE e dai paesi terzi viene registrata in un sistema di documentazione dettagliato, l’EDFA Traceability Standard. Con regolarità vengono effettuati audit per mezzo di esperti e organizzazioni neutrali al fine di verificare la correttezza dei dati dichiarati. Gli articoli da letto realizzati nel rispetto di queste condizioni possono essere debitamente contrassegnati.

L’industria della moda negli ultimi anni ha avviato sistemi di certificazione e di tracciabilità della piuma, ma questi sono ancora adottati in modo discrezionale dal momento che in Europa non esiste alcun obbligo, a differenza di quanto avviene per il mercato statunitense e quello asiatico. Di fatto chi acquista un piumone o una giacca non può conoscere la provenienza geografica della piuma, se è miscelata, se è stata spiumata da viva o post mortem e chi acquista può solo fidarsi delle certificazioni dei produttori, che non sempre dicono tutta la verità. Perciò, se decidiamo di acquistare un piumino di piume di oche non torturate dobbiamo imparare a cercare e a controllare le etichette,  a non dare per scontate le marche, e se le indicazioni fornite non ci convincono del tutto o non sono esaustive, non comprare il capo.

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