Henry de Monfreid – Cuor di Mar Rosso

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Sambuco,  foto  di Claudio di Manao

“Per me è una gran gioia poter contemplare il mondo sottomarino che l’acqua limpida bagna nel sole. E’ là che si nascondono tutti i tesori alla ricerca dei quali son partito. Di quando in quando, cupole di roccia emergono dagli abissi blu come cattedrali irreali, e miriadi di pesci zebrati, dai colori vivi, girano loro intorno come uccelli in un sogno. Bisogna aggirare questi piccoli ammassi di madrepore, svelati da macchie gialle o viola.”

Se c’è uno scrittore il cui nome è profondamente legato al Mar Rosso, e viceversa, questi è Henry de Monfreid. Nessun occidentale più di lui riuscì a conoscere intimamente quella regione, a decifrarne venti e correnti, usi e fisionomie delle tribù lungo le sponde,  lasciandoci un nutrito numero di opere, tra le più preziose in fatto di letteratura di mare. Henry de Monfreid non scrisse fiction, non aveva bisogno di inventare. Gli bastò raccontare la verità: la sua vita era il romanzo.

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Erano gli anni in cui Lawrence d’Arabia, a ridosso della prima guerra mondiale, verso Aqaba e la Transgiordania, guidava popolazioni arabo beduine alla rivolta contro l’oppressore turco, ancora padrone del vasto Impero Ottomano. Nel sud del Mar Rosso, invece, nella zona tra Yemen, Arabia e Corno d’Africa, tra le Dahalak e Gibuti, il contrabbandiere De Monfreid informa il suo paese, la Francia, sulle posizioni dei turchi. Trasmette informazioni sulla consistenza delle loro guarnigioni, distaccate presso lugubri fortini a guardia di una costa selvaggia, desolata. Ingaggia con loro scontri a fuoco, sfugge a trappole in mare con la complicità delle correnti e delle genti locali.  Agente segreto, pescatore di perle, contrabbandiere di armi e di hascisc, pittore (come il padre) fotografo e scrittore, conosce Paul Gauguin, amico del padre, che ne fu un importante biografo. Ma nel suo percorso anarchico le orme che vuole calcare sono quelle ribelli di Arthur Rimbaud.

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Un percorso che inizia tardi, quasi una esplosione, a trentuno anni quando Henry de Monfreid decide di lasciarsi alle spalle in Francia una moglie, un figlio e una sfilza di lavori inconcludenti, un padre cui deve l’amore per il mare ma al quale non perdonerà mai il ‘vivere di rendita’, per trasferirsi a Gibuti e diventare un annoiato rappresentate di caffè e pellame. Ma lì vede il Mar Rosso per la prima volta. Capisce che avercelo sotto gli occhi non gli basta più, deve trasferirsi lì dentro, navigarlo, sentirsene circondato, il mare come quotidianità sulla sua pelle. Compra un sambuco; vuole diventare pescatore di perle e impara tutto quello che può su quel mestiere. E’ l’epoca in cui quei coraggiosi, non conoscendo le tecniche di compensazione, si lasciano sfondare i timpani dalla pressione come per una iniziazione. Incontra ‘capetti’ che sfruttano i pescatori legandoli a loro col debito, incontra mercanti di schiavi che regnano su insenature remote e lingue di sabbia sperdute, sceicchi che regnano su verdissime isole irreali. Ascolta le leggende dei vecchi arabi sull’origine delle perle, ma sa che a determinare la loro formazione nell’ostrica è un meno poetico parassita presente nelle feci di alcuni pesci. Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e curioso naturalista. I suoi resoconti di viaggi, le sue avventure, son tessuti nella stessa stoffa del documentario, del reportage: “Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione” scrive a proposito delle isole Hanish, “in una età in cui la vita non era ancora organizzata.”

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“Hanish ” foto by Jerrye & Roy Klotz (Licensed under CC BY-SA 3.0 via Commons )

Ma il suo è anche quello raffinato, acuto, dell’artista, un occhio educato dalla pittura e dalla fotografia a cogliere dettagli di luce nei volti, negli sguardi, nelle schiene lucide,  a ritrarre luci e ombre di sonnacchiose città mediorientali, la caligine di porti remoti, voli d’uccello e tramonti su placide lagune di mangrovie. Esplora la Dancalia, Zabargad, conosce le Dahalak meglio di qualunque altro occidentale, sfugge alla guardia costiera britannica a Moka, contrabbanda tonnellate di hascisc a Port Said, ingaggia sparatorie, beffa le marine di mezzo mondo, finisce agli arresti più volte. Si trasferisce in Abissinia, dove conosce il giovane Hailé Selassié prima che diventasse il re d’Etiopia, vede in lui l’archetipo del despota africano. Un’antipatia che gli costerà cara: prima l’espulsione dall’Etiopia, poi il ritorno come giornalista a seguito delle truppe coloniali italiane e infine la prigionia in Kenia, nel 1943. Accusato dagli inglesi di spionaggio, dividerà la sorte di prigioniero di guerra con gli italiani, con quei nemici della Francia che però rispettava: “gli unici che da queste parti combattono seriamente il traffico di schiavi” scrive de Monfreid, un anarchico sempre più critico del colonialismo, sempre più lontano dall’Occidente.

“Oggi, Gibuti è una città bianca dai tetti piatti. Quando appare all’orizzonte, all’avvicinarsi del piroscafo, sembra galleggiare sul mare, poi a poco a poco, si materializzano serbatoi metallici, braccia di gru, mucchi di carbone e, in buona sostanza, tutte le altre sporcizie con cui la civiltà occidentale è condannata ad accompagnarsi ovunque nel mondo.”

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la costruzione di un dhow (sambuco), foto: Claudio Di Manao

Un rifiuto che si rafforza nella contemplazione della bellezza selvaggia del Mar Rosso, delle genti che lo navigano con quella sapienza fisica, ancestrale, che lui fotografa in pagine memorabili. Elenca a memoria le tribù somale custodi di quell’Islam che fu spade, e un Al Shabab in embrio, gli antenati degli odierni pirati a caccia di cargo da e verso Suez. Un rifiuto che lo porterà quasi subito a cambiare nome.

Accade a Bab el Mandeb, ‘la porta delle lacrime’, l’entrata dell’Oceano Indiano nel Mar Rosso, l’anticamera dell’inferno: “Il vento raddoppia la sua violenza e forma onde che sembrano correre contro la corrente che adesso esce dallo stretto. E’ troppo tardi per cambiare rotta, un vento così violento non lo permette.” Appena salvo mantenne la promessa di voto: si convertì all’Islam e si scelse un nome: Abd el Haï, schiavo della vita. Continuò a scrivere fino a novanta anni, e fino a ottanta s’imbarcherà in rischiose imprese marinare. Pirata fino alla fine, l’ultima delle sue scorrerie ai danni delle odiate banche: riuscì a farsi ipotecare dei Gauguin che aveva in casa. Solo dopo la sua morte si scoprì che erano falsi. L’ultima beffa di Abd el Haï, lo schiavo della vita.

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Stelio Solinas: ‘Il Corsaro nero’, biografia di Henry de Monfreid

In Italiano:

Le secretes de la Mer Rouge, documentario

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“Dimmi del Mare”
di Claudio Di Manao

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