Mangiare e non inquinare con la dieta climatarian

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Climatarian è un neologismo, molto in voga ultimamente, che indica un tipo di dieta pensata per arrestare i cambiamenti climatici. Il termine è stato inserito nelle “food words” più trendy del 2015 dal New York Times. Non è traducibile in italiano. Ma diciamo, che colui che segue questo regime alimentare, il climatarian, è un fautore della Carbon Foot Print e, cioè, dell’indice di emissione dei gas prodotti per ottenere un particolare cibo. Questo indice è fondamentale per capire come i nostri consumi incidono sull’ambiente. Questa dieta, quindi, punta il dito sulle emissioni di CO2 liberate nella produzione, nel confezionamento e nella distribuzione degli alimenti. E colui che segue questa dieta ha a cuore non solo il suo benessere, ma anche quello di tutto il mondo. Sa benissimo, infatti, che consumare carne produce un terzo della CO2 emessa in totale. Questo a causa del metano liberato dagli animali, del terreno utilizzato per l’allevamento e dalla produzione di mangimi.

Secondo questo regime alimentare sono da preferire, quindi, carni di maiale e pollo, che inquinano meno di manzo e agnello. Infatti, per ogni kg di carne di agnello o manzo si producono 60-70 kg di CO2, mentre per l’equivalente di maiale o pollo parliamo di di 5-10 kg. Ok anche per il pesce, ma non proveniente da allevamenti intensivi. I cibi, poi, devono essere prodotti localmente (a km0) e limitare, dove possibile, gli scarti (per esempio del formaggio).

Il “padre” di questo regime alimentare sembra essere l’americano Mike Tidwell, che sostiene l’eliminazione graduale della carne dalle nostre tavole già dal 2009 (è un carnivoro pentito).

Esistono anche degli strumenti tecnologici, in grado di aiutarci nella scelta degli alimenti giusti e del miglior modo di cucinarli. Si tratta di un social network, dedicato ai climatariani, Climates network, e, inoltre, di una app che si chiama EatBy.

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Nel 2011, la FAO ha stimato che ogni persona ha consumato 116 gr di carne al giorno: andiamo dai ai 350 gr in Nuova Zelanda, 200 gr in Italia, fino ai 20 gr in India.

I seguaci australiani del climatarianismo aggiungono un limite giornaliero al consumo di carne che dovrebbe attestarsi a 90 gr (mettendosi come obiettivo quello di ridurlo fino a 50 gr), allineandosi alle linee guida nutrizionali stilate da Harvard. Se fosse possibile metterle in atto, secondo l’azienda Beyond Meat, riducendo appunto il consumo di carne e latticini, nel 2050 arriveremmo ad evitare fino a 5,6 Gt di CO2 annue. E, inoltre, si riuscirebbe a contenere il riscaldamento globale di 2°C, così come è stato richiesto dalla Conferenza sul clima di Parigi.

Se ci pensiamo la dieta climatarian non è tanto distante dagli standard nutrizionali consigliati da Harvard, che prevedono un regime alimentare con metà frutta e verdura, un quarto di cereali integrali e un quarto di proteine (carne, pesce, formaggio, frutta secca e legumi). Per i grassi, basterebbe il nostro olio extra vergine di oliva.

Meno richiesta e meno produzione di carne. Speriamo sia questo il trend che ci aspetta nei prossimi anni, sia per il bene dell’ambiente che della nostra salute.

Nel frattempo, ci si concentra su un’ottima fonte di proteine vegetali, che non ha bisogno di terreno da coltivare, ne di acqua dolce da consumare. Stiamo parlando delle alghe, che inoltre, sono in grado di estrarre la CO2 dall’acqua, abbassandone l’acidità.

Chissà se questo è il nostro futuro!

Per approfondire:

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