Uragani fuori stagione

Alexs_final_waves_over_Azores

Uragano Alex

La tempesta Imogen flagella Cornovaglia e Galles con venti oltre i 150 km/h. Neanche un mese fa Alex scorrazzava nell’Atlantico settentrionale seminando il panico tra Canada e Azzorre. Era dal 1938 che non si formavano uragani in gennaio e questa è la seconda volta dal 1851, data in cui in iniziarono a registrarli. Secondo la scala Beaufort se i venti di una tempesta superano i 118 Km/h per almeno un minuto, la tempesta viene classificata come uragano. Ma se i venti di Imogen superano di misura il limite, allora la tempesta Imogen… cos’è?

halo-sun-ring

Che il riscaldamento globale influisca su frequenza e potenza degli uragani lo si evince dai meccanismi che li generano: l’uragano è il fenomeno meteo più vasto e potente in natura; è essenzialmente un gigantesco motore termico, il cui carburante è l’acqua dei mari caldi. Per innescarlo l’acqua del mare deve avere una temperatura di almeno 26.5°C per tutto lo strato fino ai trenta metri; questo perché per innescare l’esplosione serve un serbatoio inesauribile di calore in grado di vincere le onde e una forte evaporazione, fenomeno chiave. L’aria, a contatto con la superficie dell’Oceano, acquisisce calore assorbendo vapore acqueo; durante questa fase l’acqua del mare si raffredda momentaneamente, l’aria si riscalda. E l’aria riscaldata e umida forma una bolla gigantesca che, circondata da innumerevoli piccole tempeste, dette ‘squalls’ inizia a salire.


Su questa bolla esiste una vasta, antica letteratura di mare fatta di empirismo e di religiosa osservazione del cielo; è durante la formazione di questa bolla d’aria umidissima che i marinai distinguono il famoso alone intorno al sole, che da solo non è infausto presagio di tempesta ma sicuramente ci segnala calore ed umidità critici. Una volta formatasi la bolla sale all’interno di quello che diventerà l’occhio del ciclone. In quota l’aria cede prima umidità, andando a formare quell’immenso sistema di nuvole – e pioggia torrenziale – che ruota attorno all’occhio, per poi raffreddarsi a contatto con la tropopausa, il limite oltre il quale i raggi infrarossi non vengono più trattenuti dall’involucro umido della troposfera, quella in sostanza dove riusciamo a vivere e che favorisce l’effetto serra, ma si perdono nella gelida stratosfera. Allora l’aria fredda precipita di nuovo verso la superficie del mare, dove nel frattempo acqua più calda avrà rimpiazzato quella raffreddatasi con l’evaporazione. Un meccanismo a vortice quasi perpetuo, come quando si toglie il tappo a un lavabo pieno d’acqua, ma dall’energia e dal moto quasi inesauribili. Iniziano a perdere potenza, gli uragani, solo quando incontrano la terra. O acqua decisamente fredda. Allora si frammentano in tantissime micro-tempeste finché tutta l’energia potenziale che viene dalla differenza di temperatura tra l’acqua dell’Oceano e gli strati più alti della troposfera non si esauriscono. Notoriamente è la Corrente del Golfo, una massa d’acqua caldissima, che li alimenta nei loro percorsi lungo la Costa Orientale degli Stati Uniti. La storia ci parla di uragani come di eventi estremi, anomali quando attraversano le regioni temperate. Un uragano a New York è un evento eccezionale non già a memoria d’uomo, ma a memoria storica, un evento che però in meno di un decennio ha colpito la Grande Mela per ben due volte. A Grand Cayman o a Cancun te li aspetti, Hurracan, in fin dei conti, è una parola Maya.

storm
Ho vissuto per qualche tempo in aree dove gli uragani sono di casa. Sono i visitatori sgraditi della fascia tropicale, tra i 10° e i 25° di latitudine, dove si formano più volentieri. Te li aspetti tra giugno e fine novembre, ma soprattutto a settembre, quando si verificano le condizioni ottimali di gradiente. Nei centri commerciali i ‘Brico’ ti vendono pannelli da apporre alle finestre, cavi d’acciaio per ancorare i tetti, quasi sempre di legno o di lamiera, i più furbi svuotano le barche di tutto ciò che al loro interno non si deve mai bagnare e meditano l’affondamento, o il semi-affondamento. Altri vanno a cercarsi insenature protette e ancorano le loro amate imbarcazioni alle palme e alle rocce più robuste. In ufficio avevamo la mappa dei Caraibi con una serie di bandierine: erano gli uragani o le tempeste tropicali che rischiavano l’upgrade. La differenza, si sa, sta nella forza del vento e non nella dinamica che nelle tempeste circolari, dette cicloni, è più o meno la stessa. Nei Caraibi ‘ricchi’ eravamo tutti aggiornati da bollettini continui e affidabili, e la popolazione aveva accesso a rifugi e a soluzioni tecnologiche care, ma esistenti. Nei Caraibi ‘poveri’, quelli di lingua spagnola, la popolazione era semplicemente in balia dei vari Matilde, Ines etc. e dei Santi. Si affidavano alla preghiera, ai rituali Vudù.

Oggi la situazione si è improvvisamente ribaltata: gli uragani si sviluppano e crescono d’intensità con una violenza tale che è difficile correre ai ripari in tempo, difficile contrastarli con la tecnologia. Oggi gli uragani sono così potenti da riuscire a portare morte e distruzione all’interno di territori organizzati e tecnologicamente avanzati come Stati Uniti, Francia e Germania. L’intera economia statunitense è ancora in crisi dopo Ivan e Katrina, uragani che hanno prodotto centinaia di migliaia di senzatetto. Quella degli uragani è una energia con la quale non possiamo scherzare e non possiamo sognarci di alimentare. Si stima che una tempesta circolare possa rilasciare in un giorno un’energia paragonabile a 70 volte il consumo mondiale d’elettricità, 200 volte la capacità umana di produrre energia, oppure l’esplosione di un ordigno nucleare da 10 megatoni, dieci volte più potente delle bombe che colpirono Hiroshima e Nagasaki, ogni 20 minuti. Praticamente una Hiroshima e una Nagasaki al minuto.

hiroshima
Non possiamo certo meravigliarci se i bilanci degli uragani ‘oversize’, quelli fuori misura, sono sempre bilanci di guerra. Una guerra che costa miliardi di dollari, di Euro, di devastazioni, di intere città paralizzate, trasporti cancellati, di case sparite. Una guerra dai costi spaventosi, ma per la quale le major petrolifere investirono ‘solo’ 500 milioni di dollari per ‘ammorbidire’ accademici, giornalisti e media, per occultare i canali di denari che finanziavano, non ufficialmente, la ricerca scientifica. La ricerca sul clima. Disinformazione messa in atto soprattutto da scienziati americani. Quasi una vendetta, quella degli uragani fuori misura, ma i morti e i senzatetto della Louisiana non avevano sposato nessuna causa, se non quella di vivere. Possibilmente… in una casa.

Per approfondire:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.