La vacanza di una vita: in sicurezza

Sangalaki-Island

Sangalaki Island

15 Agosto 2015,in un’isola paradisiaca del Borneo, durante un immersione, quattro giovani subacquei scompaiono: tre italiani e una ragazza belga. Sono passati molti mesi e non sono stati ancora trovati, continuiamo tutti a sperare che i subacquei siano ancora vivi su qualche atollo sperduto, e con qualche ragione: in quelle isole c’è acqua e cibo. Casi del genere, anche se estremamente rari, sono angoscianti, spiazzanti. E vai a spiegarlo ai dispersi, alle famiglie dei dispersi che il loro è un caso rarissimo: il sapere di rientrare, se stessi e i propri cari , in una casistica limitata non consola. Mai. Quanto il perdere dei subacquei in mare, un incubo già esplorato e sfruttato dai media e da un certo cinema sensazionalistico, è un evento che non dovrebbero verificarsi mai: il missing-diver è l’incidente inaccettabile.

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Alberto Mastrogiuseppe, Michela Caresani, Daniele Buresta, Vana Chris Vanpuyvelde

Nella deontologia subacquea il missing-diver  è sempre ingiustificabile, imperdonabile. Soprattutto se a sparire è l’intero gruppo. Ma al di là delle inevitabili considerazioni di origine etico-morale, credo che il miglior contributo a ogni situazione del genere sia quello di cercare di capire come evitarne altre, mettere in moto delle contromisure. Da Elphistone reef alle Isole Brothers in Mar Rosso, ad altri casi in Indonesia, le situazioni si assomigliano. Sono fattori che guide e operatori locali professionali conoscono e sanno prevenire. Ma se sottovalutati possono giocare un ruolo perverso.

La corrente e il vento
Se un sub non torna in barca o a riva più delle grotte, degli impigliamenti e della profondità c’è di mezzo la corrente. che può prendere qualsiasi direzione. Può succedere, in molte immersioni in parete o pendii, che ci siano correnti discensionali, cioè che spingono verso il basso. Le correnti discensionali si comportano come una cascata e l’unico modo di fuggire è assecondarle e uscire di lato. Bisogna essere preparati, però, capire subito cosa sta succedendo. Si riesce, certo, ma ci vuole sangue freddo e preparazione. È una condizione infida e bizzarra che non si verifica in tutti i mari, ma solo in alcune regioni e in certe circostanze e non si può pretendere che chiunque abbia esperienza in merito. Ci si immerge con la guida proprio perché è un conoscitore esperto dei luoghi e delle condizioni. La corrente po’ anche spaccarsi in un cosiddetto ‘split: quando impatta un piccolo reef si spacca in due e bastano due metri per avere due correnti fortissime che viaggiano in direzione opposta. In situazioni del genere è facile venire separati dalla guida o dal resto del gruppo; è il caso dell’incidente accaduto alle Isole Brothers, per fortuna conclusosi con un lieto fine. Il vento, anche, può giocare la sua carta a sfavore, soprattutto se soffia in una direzione diversa dalla corrente, portando in inganno subacquei e barcaioli.

L’ora del giorno e l’angolo del sole
Ai tropici fa buio presto anche d’estate. In linea di massima alle sei se non è buio lo è quasi, e la notte cala di botto. A quelle latitudini la Terra viaggia più veloce e i crepuscoli durano poco. Se hai perso qualcuno in mare verso le sedici hai due ore per trovarlo. Poi la notte. Ma la corrente non si ferma, di notte, la corrente continua a viaggiare. Un altro fattore di rischio può essere l’angolo del sole; col sole basso e in controluce è difficile distinguere i subacquei anche con mare calmissimo. Questo è ciò che si è verificato nell’incidente delle Isole Brothers (quello finito bene), una volta emersi i sub hanno transitato per ore in vista della barca, ma in un settore di mare dove il riflesso del sole, rispetto alla barca, era accecante.

Le onde alte
Nell’incidente di Elphistone Reef, nel sud dell’Egitto, una delle immersioni più famose del mondo, sappiamo più o meno tutto anche perché uno dei subacquei nuotò per tutta la notte verso riva e si salvò. Il gruppo era arrivato sul punto d’immersione al mattino con una feluca dalle murate basse e pare non vi fosse neanche la radio a bordo, oppure i marinai non sapevano come operarla. In ogni caso nessun segnale arrivò alla base. Quella notte un membro del gruppo nuotò verso le luci della riva in cerca di soccorsi, lasciando gli altri superstiti da soli in superficie. Si seppe in seguito che alcuni dei subacquei, malgrado la presenza dei loro istruttori, non erano idonei alle condizioni che si verificarono durante l’immersione. L’intero gruppo riemerse lontano dalla barca, il sambuchino basso, in un punto dove i barcaioli:

1 -non si aspettavano di vederli uscire

2 – le onde coprivano parzialmente l’orizzonte. Il giorno dopo, ad allarme diramato, gli elicotteri e la Marina Egiziana cercarono il gruppo in mare.

Li cercarono per giorni e giorni. Non li trovarono più.

Mancanza di formazione adeguata
Personalmente non ho molta simpatia per gli albi professionali, ma ho un grande rispetto, e un grande debito per la formazione ricevuta: non esiste un altro modo di immergersi se non in completa sicurezza. Troppo spesso negli incidenti si scopre che ci sono figure senza i requisiti professionali minimi, a bordo delle barche o in acqua, a condurre l’immersione. Le attrezzature stesse, e la loro idoneità, sono sempre secondarie all’uomo: è l’uomo che decide di operarle.

Cosa è improbabile cosa no
È molto probabile venire travolti dalle barche, ma difficile che accada a tutto un gruppo. Ancora più difficile che non ci siano testimoni, le barche da sub, o per lo snorkeling, sono gremite di gente e difficilmente viaggiano ad una velocità tale che a bordo nessuno si accorge di una collisione. Essere mangiati dagli squali è ovviamente la tesi che più fa audience, ma chi non conosce la ‘materia’ non ha la minima idea di quanto ciò sia infinitamente improbabile, soprattutto per un gruppo di persone. Soprattutto se ancora vive.

Mare che vai…
Ogni area, ogni zona ha le sue caratteristiche. In ogni area la comunità subacquea e degli operatori del settore si dà regole e adotta misure sperimentate ed efficaci per garantire la sicurezza dei subacquei. Si tratta di standard operativi che cambiano da mare a mare, da zona a zona, secondo le condizioni ed i mezzi a disposizione. Quello che non possiamo attenderci è che un subacqueo, anche esperto ma addestrato in condizioni differenti, sia capace di gestire per esempio la corrente turbolenta, come non possiamo aspettarci che un subacqueo proveniente dal Mediterraneo sappia affrontare di default i problemi derivanti da sei metri di escursione di marea. Ma a volte, come purtroppo s’è visto, gli operatori mancano nell’applicare o nel far presenti certe misure indispensabili. Spesso perché falliscono nel conoscerle loro stessi.

Come tutelarsi?
Innanzitutto chiedere il brevetto di istruttore o divemaster alla persona che vi accompagnerà. Esigetelo, non abbiate pietà. Non è certo una garanzia assoluta, ma sicuramente aiuta a scremare tra una formazione professionale, che tutt’al più può risultare mediocre, e la certezza di avere davanti gente improvvisata. Le agenzie didattiche che rilasciano i brevetti? Sono tutte credibilissime, solo chi non è certificato non è mai credibile.

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Scegliere, possibilmente, di immergersi da barche più grandi e con una plancia alta sull’orizzonte, specialmente se si è in luoghi remoti, luoghi dove non ci si può affidare alla prontezza di una Guardia Costiera hi-tech, soprattutto se c’è la possibilità di onde alte o di correnti forti. Accertarsi sempre che a bordo ci siano radio e GPS.

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Segnalazioni efficaci
In molte aree del mondo sono obbligatorie ed è vietato immergersi senza. Boe di segnalazione lunghe e strette, capaci di buona elevazione sull’orizzonte, fischietti e specchietti: segnalare la propria presenza in mare nel caso in cui si emerga lontano dalla barca, è fondamentale e questi sistemi dovrebbero essere obbligatori e resi disponibili al noleggio da ogni centro subacqueo. Esistono anche segnalatori satellitari. Li utilizza la NOAA, La National Oceanic Atmospheric Agency, che grazie a loro e alla rete di satelliti, e grazie anche a una Guardia Costiera ben attrezzata nel 2015 ha salvato ben 250 persone disperse in mare. Sfortunatamente non tutto il mondo è tecnologicamente avanzato come l’Europa o gli USA, e le immersioni più affascinanti si fanno proprio in località esotiche o remote, dove c’è corrente, dove arrivano fiumi di nutrienti per le barriere coralline, per i pesci, luoghi dove la catena alimentare è in attività frenetica.

Ed è a proposito di segnalatori satellitari che mi ricordo una frase letta tanti anni fa in una mailing list dove si parlava dell’incidente delle Brothers Islands, delle proposte di nuovi standard di sicurezza da adottare. Si parlava di valutare se rendere obbligatorio o meno per tutti gli operatori l’uso dei segnalatori satellitari.  E la risposta più cool che lessi fu questa: “What the fuck… satellites? Dive control and dive responsibility, just by handbook, are not enough?”

Satelliti o meno, l’aver letto un manuale (e l’averlo capito per bene) assieme a controllo e responsabilità sono ciò che in fin dei conti è mancato alle guide e agli operatori in quasi tutti i casi conosciuti di ‘missing-diver’.

gli appelli e le raccolte fondi:

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