I Mentawai della Sumatra Occidentale

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In una foresta pluviale nel bel mezzo dell’isola di Siberut, nell’arcipelago delle isole Mentawai, a 150 km circa a ovest di Sumatra (Indonesia) troviamo i Mentawai, l’etnia autoctona che si distingue per possedere una delle culture indigene più affascinanti e meglio conservate al mondo. Sebastião Salgado per raggiungerli ha intrapreso un avventuroso viaggio muovendosi per giorni a piedi attraverso la giungla paludosa.

Dedita alla caccia e alla raccolta, la tribù raggruppa tra 40mila e 64mila individui che vivono una vita seminomade sulle coste e nella foresta. Noti per il loro misticismo, per l’abitudine di tatuarsi e per la pratica di affilarsi i denti (che le donne considerano sinonimo di bellezza), sono uno dei pochi gruppi indigeni il cui stile di vita e i rituali sono rimasti pressoché immutati negli ultimi millenni, in cui a farla da padrone è lo stretto legame spirituale con la natura.

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Animati dal principio di prendere dalla foresta solo lo stretto necessario per sopravvivere dal momento che la foresta soddisfa tutti i loro bisogni fondamentali, nella giungla gli indigeni allevano maiali e le galline nelle vicinanze dei villaggi e nelle aree palustri. Nella foresta raccolgono anche frutta di stagione: banana, tapioca, durian e rambutan (frutti spinosi tipo litchi).

È interessante notare che tra le piante da loro coltivate rientra il giaco, il cui frutto tropicale è uno dei più grandi del mondo, che sta riscuotendo l’interesse degli esperti in quanto secondo loro potrebbe salvare l’agricoltura e la produzione alimentare sostituendo le varietà di base minacciate dai cambiamenti climatici come il grano o il mais. Secondo le Nazioni Unite l’innalzamento delle temperature e le tempeste improvvise hanno già ridotto le rese dei raccolti di mais e grano, per cui il giaco (o jackfruit) potrebbe rappresentare la soluzione: facile da coltivare, un solo frutto pesa tra i 5 e i 7 kg garantendo rese elevate agli agricoltori, ed è ricco di proprietà nutritive e minerali.

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Aspetto del tutto insolito nel Sudest asiatico, i Mentawai non coltivano il riso, ma altre piante compatibili con il suolo fangoso tra cui il sago, il loro cibo principale. La farina ottenuta dal midollo di piante di sago e dai tuberi del taro è un elemento importante della loro alimentazione. Il prodotto della raschiatura del tronco dell’albero viene inumidito e pestato in modo da separare bene le fibre vegetali da una sorta di pasta che, una volta secca, può essere usata come farina. Il sago è quindi avvolto in foglie di palma e grigliato sul fuoco, da cui fuoriesce un tronchetto bianco: il pane, appunto. Una pianta di sago può nutrire una famiglia per un mese. Talvolta il cocco viene tritato dentro per insaporirlo.

Inoltre gli uomini in particolari occasioni cacciano selvaggina, ad esempio scimmie, cinghiali, varani, cervi e raccolgono miele e sostanze derivate da particolari alberi. I membri della tribù mangiano anche, crude o cotte su uno spiedo, le grosse larve di un coleottero che deposita le uova nella pianta di sago, considerate una vera prelibatezza, e bevono acqua piovana precedentemente bollita. A differenza di altri popoli la pesca viene di solito affidata alle donne e garantisce alle famiglie la dose quotidiana di proteine.

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photo by Sebastião Salgado

In una foto del 2008 Salgado mostra un giovane sprezzante della gravità e dell’altezza arrampicato su un albero gigantesco con solo una corda intorno al tronco mentre raccoglie il durian, i cui alberi in genere sono alti anche 40 metri. Alcuni di questi frutti vengono venduti per finanziare l’acquisto di prodotti moderni come machete e tabacco. Essendo l’uso del denaro nelle comunità relativamente recente, la ricchezza è ancora misurata in suini e dipende dal proprio lavoro piuttosto che dall’eredità. Una curiosità: anche se non è frequente il divorzio esiste, e se succede il padre deve restituire allo sposo tutti i maiali e i polli consegnati quando ha chiesto la moglie in sposa.

Molti Mentawai vivono in piccoli insediamenti sparsi lungo i fiumi principali o sulle coste. Lasciano regolarmente i villaggi per spostarsi in piccole abitazioni che si trovano piuttosto lontano. Vivono tradizionalmente in lunghe case comuni (uma), palafitte di legno e bambù con tetti di palma che ospitano tutto il clan (che normalmente conta tra 30 e 80 membri), anche se la notte gli uomini dormono da una parte e le donne dall’altra. Ci sono molti tabù nella società Mentawai, che vanno rispettati. Ad esempio l’intimità delle coppie non può aver luogo davanti al resto della famiglia. Ogni coppia possiede un sapo, piccola casa individuale che garantisce una certa privacy.

Gli uomini di solito indossano solo perizomi di corteccia d’albero e le donne abiti tradizionali che consistono in un gonnellino detto sarong. Amano portare collane e braccialetti colorati e fiori tropicali tra i capelli. Come avviene sovente e come mostrato dalla foto di Salgado, un gruppo di uomini srotola la corteccia dell’albero del pane (baiko) tagliata a strisce, la immerge nell’acqua e la batte con un martello (facendo attenzione a non lacerarla) per romperne le fibre e renderla più morbida. Una volta seccata al sole viene dipinta del bel rosso generato dalla linfa di un altro albero e indossata dagli uomini intorno ai fianchi; questo particolare perizoma è detto kabit. Ad ogni modo, le persone hanno anche vestiti normali per andare nella civiltà.

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L’altro aspetto peculiare della tribù è l’animismo. Gli sciamani (sikerei) scacciano e invocano gli spiriti usando piante mistiche. Uno sciamano che fa da tramite con il mondo dell’aldilà deve conoscere tutte le piante e le erbe per poterne sfruttare le proprietà medicinali e spirituali. Mentre mescolano diverse piante tossiche (tra cui il veleno con cui cospargono le frecce per la caccia) invocano gli spiriti della foresta attraverso riti propiziatori: l’uccisione di un animale è sempre preceduto dalla richiesta del permesso allo spirito dello stesso, i cui teschi e penne dopo mangiati vengono appesi sui tetti delle capanne affinché lo spirito rimanga a proteggere l’abitazione.

Per alcune cerimonie è necessario cacciare le scimmie che poi si mangiano bollite. I gibboni invece non si possono toccare perché sono sacri: “le loro urla indicano le aree dove dimorano gli spiriti degli altri uomini e così ci avvertono”, afferma un indigeno.

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photo by Sebastião Salgado

L’anima (ketsat) di una persona, come di qualsiasi essere vivente e non, è un’entità che deve essere curata, coccolata, trattata bene. Un modo per avere la propria anima contenta è abbellire il corpo che la contiene: tatuaggi, denti affilati, fiori, semi, pitture sono usati a tal fine da uomini e donne. Non farlo incita l’anima a vagare liberamente girando intorno al corpo, e può abbandonarlo e dirigersi alla riunione di tutte le anime ancestrali.

I disegni (titi) hanno la peculiarità di coprire tutto il corpo, dalla testa ai piedi; solo gli uomini però hanno tatuaggi anche nella parte inferiore. Gli sciamani e le loro mogli hanno il corpo interamente tatuato. Non è solo una questione estetica: alcuni motivi indicano il clan cui si appartiene, altri servono a invocare la protezione degli spiriti della natura, a indicare agli avversari di essere guerrieri forti, e altri si guadagnano solo quando si accumulano dei meriti. Una sorta di autobiografia! I membri della tribù iniziano a tatuarsi da bambini e continuano durante tutta la vita. I tatuaggi servono anche affinché gli antenati riconoscano il defunto una volta che si unisce a loro. Il prezzo per essere tatuati ammonta a: un maiale, una palma da cocco, un albero di durian, uno di sago e diversi polli.

I Mentawai credono che la salute dipenda dall’armonia che si ha con se stessi e con la natura. La malattia è intesa essenzialmente come una perdita (totale o parziale) della propria anima, causata dall’aver fatto “arrabbiare” uno spirito. All’estrema conseguenza, qualcuno senza anima muore. Solo il sikerei può ristabilire l’armonia originale associando un sacrificio animale. Ne deriva una serie di codici e comportamenti per mantenere gli spiriti felici e promuovere l’armonia. Ad esempio, prima di una battuta di caccia gli uomini non possono fare il bagno o dormire (entrambe le cose faranno perdere le loro abilità) e devono mangiare solo frutta di stagione. Prima di cacciare, tagliare o strappare un frutto ci si deve scusare con lo spirito corrispondente e spiegare il perché del gesto.

Anche se il destino di un paziente dipende dallo sciamano, riti e cerimonie si integrano con medicine estratte dalle piante della foresta. Raffreddori, infezioni, febbri, dolori di vario genere, punture di animali velenosi (che nelle giungle del Siberut abbondano) e altre malattie comuni sono trattate con foglie, radici, fiori e steli; sanno addirittura come ottenere dalla natura stessa i contraccettivi.

Un altro aspetto che colpisce di questa cultura è che i membri ignorano la loro età, semplicemente perché non sono consapevoli del tempo né se ne curano, e non ne hanno neanche bisogno. Si è adulti quando si può affrontare una vita matura, e anziani quando il corpo soffre. Se qualcuno deve contare il tempo per qualsiasi motivo, ad esempio per sapere quanti giorni mancano a una cerimonia cui si è stati invitati in qualche luogo lontano, tagliano un bastoncino in tanti giorni quanti ne rimangono per l’evento, e quando non rimangono più pezzi vuol dire che la celebrazione ha inizio.

A differenza delle altre tribù incontrate finora i Mentawai, nonostante siano stati “scoperti” solo negli anni ’30 dai primi esploratori europei addentratisi nella regione, pur vivendo nella foresta pluviale hanno contatti con il mondo moderno. E, strano a dirsi, è proprio questo avanzare della civiltà industrializzata il problema più grande che devono affrontare, che sta causando la scomparsa di molte loro usanze. Tutti i membri della tribù usano oggetti di metallo come asce e calderoni e alcuni hanno cominciato a usare anche tazze e caraffe di plastica, ma a quale prezzo? Il governo indonesiano e diversi gruppi religiosi hanno costretto i Mentawai a indossare abiti moderni e hanno costruito insediamenti ai confini della giungla per trarre fuori da lì queste persone, strappandole allo stile di vita indigeno. Il risultato, dopo decenni di tentativi governativi di assimilare i Mentawai attirandoli in villaggi controllati, è che oggi solo una manciata di clan continua a vivere nella giungla.

Fortunatamente per i Mentawai però, la loro tradizione conta ancora più della legge. Nei villaggi controllati i sikerei fanno cerimonie e farmaci per alcuni pazienti, che si rivolgono sempre a loro piuttosto che alla medicina occidentale (che possono comprare e trasportare a monte), segno che malgrado tutto possono continuare ad essere se stessi. Spetta a noi però riconoscere e proteggere i diritti territoriali di un popolo che sa sopravvivere rispettando l’ambiente.

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