Il potere di una goccia d’ambra

camaleonte in ambra

E’ solo un cucciolo ma è il più vecchio antenato di camaleonte mai rinvenuto. Nonostante i suoi 99 milioni di anni mostra un corpo perfettamente conservato, con squame lucenti e artigli affilati da ammirare attraverso una limpida goccia d’ambra.

Il minuscolo tesoro, in realtà, fu recuperato decine di anni fa in una miniera in Myanmar e, fin ora, è rimasto nascosto in una collezione privata. Solo recentemente è stato consegnato, insieme con altri, al Museo di Storia Naturale della Florida. Gli scienziati hanno quindi potuto procedere alla datazione dell’ambra in cui è imprigionato riuscendo, verosimilmente, a collocare l’evento in un tempo lontanissimo, quasi cento milioni di anni fa.

Ma cosa successe quel giorno?

Prima di tutto dobbiamo presupporre la presenza di un albero danneggiato che, per curarsi, abbia iniziato a produrre resina. Non tutte le resine, però, si trasformano in ambra. Nella Repubblica Dominicana, ad esempio, tutti i fossili di questo tipo si sono formati dalla resina di Hymenaea protera, una specie di leguminosa ormai estinta.

Hymenaea-protera

Foglia di Hymenaea protera inclusa nell’ambra

Nel nostro caso, invece, il camaleonte e tutti gli altri rettili rinvenuti nel medesimo sito, sono stati conservati in ambra generata a partire dalla resina di una conifera molto simile alla sequoia.

Tornando a quel giorno, sono due gli scenari possibili. Lo sfortunato camaleonte, durante le sue prime perlustrazioni sulla terra potrebbe essere rimasto intrappolato in un fiotto di resina che lo ha velocemente inglobato oppure, quando la resina lo ha raggiunto, il piccolo, con molta probabilità, era già morto. Questa è l’ipotesi più accreditata dagli scienziati anche a seguito dell’osservazione degli altri referti contemporanei. Uno di questi, in particolare, apparterrebbe a una forma primitiva di geco i cui tessuti molli si sarebbero decomposti o sarebbero stati portati via dai morsi di un predatore prima che la resina lo avvolgesse.

Il caso ha voluto che gli ammassi appiccicosi di rettili e resina siano stati sottoposti a particolari condizioni di temperatura e pressione che li hanno tramutati in copale (primo stadio della cristallizzazione) e, dopo qualche milione di anni, nella famosa pietra.

Torniamo ai nostri giorni. Non appena è stato possibile concludere la datazione dell’ambra in cui è custodito il corpicino, la notizia ha fatto il giro del mondo. Il reperto, dicono, è più antico dell’ultimo ritrovato di 75 milioni di anni ed è stato subito considerato l’anello mancante per comprendere l’evoluzione dei camaleonti e la comparsa di alcune delle loro caratteristiche anatomiche principali.

Il cucciolo ha conservato, perfettamente, tutti i dettagli del suo corpo inclusa la lingua retrattile, che è quindi dimostrato essere apparsa precocemente nel philum. Possiede, però, una caratteristica che lo rende unico al mondo: le zampe non presentano l’anatomia tipica dei camaleonti, indispensabile per afferrare e muoversi tra i rami ma una forma ancora più ancestrale, simile alle lucertole, prova che la separazione della famiglia dagli altri sauri sia avvenuta proprio in quel periodo, molto prima di quando sin ora creduto.

“Tutti i fossili consegnati nelle mani degli scienziati forniscono dei dettagli molto precisi sulla morfologia degli animali vissuti in tempi così remoti ed è una cosa molto rara da trovare” spiega Juan Diego Daza, della Sam Houston State University in Texas, lo scienziato che ha guidato la ricerca.

È noto che nell’ambra si conservino dettagli preziosi come gli organi interni e gli altri tessuti molli per cui, ciò che ammiriamo attraverso la pietra, è un’immagine fedele di come fossero quegli esemplari in vita, delle vere e proprie fotografie di frammenti di corpi o, come in questo caso, di un corpo intero, scattate 99 milioni di anni fa.

Così anche il frammento della zampa di un geco può rivelare molto sulla sua evoluzione. Infatti, è stato possibile riconoscere il complesso sistema di membrane tipico di questa famiglia, che permette ai gechi moderni di essere dei favolosi arrampicatori (leggi Super Geco cammina sull’acqua).

Il livello di dettaglio e la varietà dei reperti analizzati offrono informazioni preziosissime per ricostruire l’ambiente del Cretaceo medio. “Quello che abbiamo dedotto sin ora è che in quel periodo del Mesozoico la fauna locale era ricca di diverse famiglie di rettili, alcune delle quali si sono evolute nelle specie oggi viventi mentre altre non sono mai più state rinvenute in fossili di età inferiore” spiega Edward Stanley del Museo di storia Naturale della Florida.

Questa volta, è evidente, è stato ritrovato un pezzo molto importante di quel puzzle che i paleontologi hanno il compito di ricomporre per comprendere e descriverci un mondo perduto da tempo.

È quasi banale, quando avvengono ritrovamenti di questo tipo, tornare con la memoria a Jurassic Park. In fondo, anche lì, tutto aveva inizio da un fossile conservato nell’ambra. In quel caso la fantasia di Michael Crichton prima e, le doti di Spielberg, poi, ci hanno suggerito la possibilità di far tornare in vita un ecosistema perso da centinaia di milioni di anni.

Ne parliamo perché, spesso, la realtà rincorre la fantasia e, benché sia altamente improbabile che, in futuro, si possa visitare Jurassic Park, sono sempre di più i gruppi di scienziati, sovvenzionati da fondi privati, che stanno sperimentando un modo per far tornare alla luce esseri viventi estinti.

La metodologia è semplice e non si allontana molto da quella descritta nel romanzo. Se il campione è ben conservato è possibile estrarre dal nucleo cellulare il DNA e inserirlo nella cellula uovo di una specie discendente. È proprio da qui che parte il progetto Revive&Restore, voluto dalla Long Now Foundation in California.

Molti sono gli esperimenti già in atto che riguardano specie recentemente estinte ma per le specie più antiche c’è il problema di ritrovare campioni di cellule integre su cui lavorare. Da anni, ad esempio, si sta cercando di riportare in vita il mammut lanoso e, ultimamente, grazie a nuove tecniche di ingegneria genetica, si sta sperimentando la possibilità di ricostruirne il DNA in laboratorio.

Gli scienziati sono talmente convinti di riuscire nell’impresa che hanno già pianificato il recupero del suo habitat originario. Difficile da credere ma, in Siberia, è stato a tal scopo fondato il Pleistocene Park, un habitat che ricrea perfettamente le steppe in cui viveva il mammut.

Perché tutti questi sforzi per riportare in vita ambienti perduti da migliaia di anni? La risposta è semplice: tutelare gli ecosistemi che, oggi, stiamo distruggendo e tutte le specie che di qui a poco cancelleremo dalla faccia della terra. Le tecnologie utilizzate per ricreare il DNA del mammut, infatti, potrebbero essere impiegate per ridare alle specie in via di estinzione la giusta diversità genetica che gli permetterà di sopravvivere in futuro, sempre se saremo in grado di difendere i loro territori.

Come Crichton ci siamo lasciati guidare dalla fantasia e da quell’istantanea di 99 milioni di anni fa siamo arrivati a parlare di de-estinzione. Se sia realmente possibile ce lo dirà solo il tempo. È confortante sapere, però, che la paleontologia è ancora in grado di dare un contributo significativo per scoprire le forme di vita passate e imparare a difendere meglio quelle sopravvissute fino ai nostri giorni.

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