Cozze di piattaforma? Pesantissime

piattaforma

© Marcelo Sayao/PAP/EPA

Crude e con un po’ di limone per i più coraggiosi, oppure con aglio, olio extravergine e una spruzzata di prezzemolo e vino bianco se ‘alla marinara’, ma anche al gratin, con parmigiano e pangrattato, le cozze sono un piatto leggero. Finché non aggiungi ingredienti pesantissimi, tipo piombo, mercurio o benzene.

In questo caso gli ingredienti pesanti riguardano una quota di consumo che non è mica da ridere, il 25% del fabbisogno della Romagna. Da ridere semmai è il produttore: l’Eni, ex Ente Nazionale Idrocarburi! ‘Noooo, l’Eni produce cozze?’ Pare proprio di sì. Se ancora non vi siete procurati del popcorn, o qualsiasi cosa che vi piace masticare al cinema, questo è il momento: stiamo per esplorare un fatto veramente surreale.

La realtà supera sistematicamente la fantasia. Succede che: il produttore delle cozze, l’Eni, chiede all’Ispra, Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale, di effettuare un controllo su quello che a tutti gli effetti è un suo prodotto alimentare, (vi prego non ridete) le cozze che crescono sui piloni delle piattaforme. Prodotto un po’ avventatamente sbandierato come prova di eco-sostenibilità. E becca un due di picche. Ma va’? Un autogol che in ogni caso fa onore all’Eni, perché almeno qui ha dimostrato attenzione per la salute pubblica. Storia di un sogno balordo, di quelli che possono nascere solo dal genio perverso dei folletti del marketing.

pilone e cozze

© eniday.com

Tutto cominciò quando in Adriatico, in piena era delle trivellazioni, si scoprì che la parte immersa delle piattaforme offriva un ambiente perfetto al proliferare di quella prelibatezza che, a seconda della ‘vostra’ provenienza e non della ‘loro’, la chiamano cozze, mitili, muscoli o peòci. C’è qualcosa di meglio di un traliccio a mezzacqua per dare una casa accogliente a questi gustosi bivalvi? Era il 2014 e qualche folletto del marketing ebbe una grandiosa intuizione, vide la possibilità di rilanciare mediaticamente l’improbabile simbiosi tra pozzi petroliferi, cozze e raccoglitori di cozze. Una interazione dove corpi estranei, come le piattaforme dell’Eni, e gli scozzonatori cooperativi avrebbero portato valore aggiunto (grande parola chiave) alla ‘missione aziendale’ di ‘sostenibilità.’ Purtroppo i folletti, generatori di tempeste di parole chiave, non sapevano con chi avevano a che fare. La cozza.

 

Il Mytilus galloprovincialis, o cozza mediterranea, non ha un nome chic neanche in Latino, viene coltivato in filari ed è una grande filtratore, una specie portatrice sana di un sacco di guai. Fu la cozza, nel ’73, a spedire Napoli indietro nel tempo sparpagliando il colera e terrorizzando l’Italia.

Annoverata tra le cento specie più invasive del pianeta, la cozza mediterranea non solo è arrivata sulle sponde del Pacifico con passaggi a scrocco, ma riesce anche ad attecchirvi, lo fa nelle gelide acque della Columbia Britannica, sul versante occidentale del Canada, e in California. Di qua sull’Atlantico, invece, riesce a prosperare nella Baia di Hudson, e anche nel Mar Piccolo, a due passi dall’Ilva! E perfino nell’inquinatissimo Mar Nero! Insomma, se questo campione di sopravvivenza fosse un essere umano fisserebbe il nuovo record mondiale di maratona a Pechino d’inverno e durante un giorno di nebbia e smog. Difficilmente quindi, piombo, mercurio, benzine e altri ingredienti pesantucci influenzeranno la vitalità di questo mollusco, che continuerà a riprodursi e a proliferare in ambienti post apocalittici. Roba da romanzo fantasy. Pensavamo che solo sorci e scarafaggi potessero sopravvivere al prossimo asteroide o all’olocausto nucleare? Ebbene, avevamo dimenticato la cozza. In sostanza, aspettarci che la cozza muoia in un ambiente inquinato è come aspettarci che un newyorkese muoia di agorafobia: la cozza viva e vegeta non è indice di ambiente sano, semmai può essere indice del contrario.

Un autogol, quindi, tipico di visioni balorde. Neanche due anni fa era partita la campagna che vendeva le cozze, ‘scrostate’ dalle piattaforme Eni a vantaggio di due cooperative locali, come prova gustosa (e vivente) della sostenibilità ‘simbiotica’ di certi impianti.

 

Una metafora (per chi sa coglierla) colossale: marketing avventato, sorprese che non dovrebbero essere sorprese – almeno non per una persona sana di mente – e un mercato ittico che  si regge sull’onestà dei produttori, in questo caso l’Eni, un ente petrolifero che si mette a produrre cozze invece che petrolio o gas, solo per dimostrare di essere eco-sostenibile, ma che nel monitorare la sua produzione alimentare, come nelle più grandi metafore dello specchio, si rende conto di chi è davvero. Ci sono gli elementi di una bella commedia alla Monty Python, ma non ancora gli elementi di un magnifico film alla ‘Local Hero’, dove un magnate del petrolio americano decide di mandare affanculo soldi, pozzi e trivellazioni per salvare una bellissima spiaggia in Scozia. Oppure un benvenuto nel mondo reale per chi non si fosse accorto di come vanno certe cose.

Come consumatori ci è andata bene, sono sicuro che le ritireranno, le cozze pesanti. Toccherà ai simbionti, cioè a quel paio di cooperative ravennati o giù di lì, a cessare la loro raccolta. Nel frattempo la cozza, questa specie resist… pardon, resiliente e invasiva subirà l’ennesima gogna solo per essere simile a noi in una pratica ben radicata: invadere qualsiasi scenario possibile. E prosperarci.

Nei titoli di testa ci va la dedica, come per esempio a Sergio Leone. I ringraziamenti ai vivi e vegeti, invece, vanno nei titoli di coda. Senza la segnalazione di Greenpeace, segnalazione ripresa dai maggiori media, probabilmente noi umani non ne avremmo mai saputo nulla.

Stay tuned (state tonnati) quasi sicuro che non finisce qui.

Per continuare a ridere… o a sperare.

 

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  1. mario gangi
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    • Claudio Di Manao
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