Se anche vestiti e cosmetici inquinano i corsi d’acqua

lavatrice

Il più minaccioso e insidioso inquinamento di rifiuti plastici per l’ecosistema marino deriva non da involucri e rifiuti simili di grandezza più o meno variabile, bensì dal lavaggio dei nostri indumenti contenenti fibre sintetiche. Quando laviamo i vestiti infatti, questi rilasciano invisibili frammenti di plastica – definiti microplastiche o microfibre per le loro ridotte dimensioni (meno di un millimetro) -, composti da vari polimeri naturali (animali e vegetali) e artificiali, presenti sotto forma di microgranuli anche nei prodotti per la cura della persona, che sono troppo piccoli per essere filtrati e trattenuti in modo efficace dai depuratori e dagli scarichi della lavatrice. Secondo uno studio del 2011 pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, ad ogni lavaggio vengono rilasciate grosse quantità di microfibre sintetiche come acrilico, polietilene, polipropilene, poliammide e poliestere che si staccano dai vestiti e attraverso i sistemi di fognatura e i canali di scolo delle nostre città e finiscono nelle acque di mari e oceani. Possono durare per decenni accumulandosi e formando masse sempre più grandi, costituendo un grave rischio oltre che per l’ecosistema marino anche per la salute umana.

A individuare il fenomeno sono stati i ricercatori dell’Università di New South Wales, Australia, che hanno analizzato sedimenti prelevati tra il 2004 e il 2007 sui litorali di 18 siti attorno al mondo in Australia, Giappone, Usa, Oman, Filippine, Sudafrica, Gran Bretagna e Portogallo, e hanno scoperto come la contaminazione da microplastica vari da 8 fibre per litro in Australia a 124 in Portogallo e Gran Bretagna, e che nell’85% dei materiali sintetici accumulati erano presenti delle microfibre. In generale, più densamente popolata era la zona costiera maggiore era la contaminazione. Le microfibre erano spesso più di 6 volte per numero dei più grandi residui di plastica come bottiglie, borse e involucri. Lo studio rivela anche che un solo capo di abbigliamento sintetico libera circa 1900 microfibre per lavaggio, che dalla lavatrice domestica finiscono nella rete fognaria e da lì nel mare. Un trend destinato ad aggravarsi in futuro, afferma Mark Anthony Browne, ricercatore senior associato presso l’Università di New South Wales che ha guidato la ricerca.

L’ingestione di microplastiche da parte della fauna marina è potenziale veicolo del trasferimento di tossine, inquinanti, monomeri e additivi per plastica negli organismi. Per gli esseri umani, l’ingestione di plastica per un periodo prolungato di tempo può portare a effetti negativi sulla salute come gli squilibri ormonali, che a loro volta possono influenzare il funzionamento stesso degli organi.

Non solo la plastica; anche le fibre naturali, incluse quelle di cotone e lino, possono danneggiare la funzionalità polmonare e causarvi cicatrici. I polimeri delle microfibre sintetiche migrano da polmoni e intestino nel flusso sanguigno, circolando potenzialmente per mesi. In casi estremi del passato, la ricerca stabilisce un collegamento tra tessuti contenenti fibre di crisotile (amianto bianco) e cancro e morte negli esseri umani.

Al National Center for Ecological Analysis and Synthesis in California, Browne e colleghi hanno esaminato molti studi medici, tossicologici ed ecologici sui nessi tra i micro e nano rifiuti e patologie e mortalità negli uomini e nella fauna selvatica, ad esempio iniettando particelle di plastica ai criceti le cellule sanguigne formavano coaguli. Altre ricerche hanno scoperto che la plastica può causare danni aumentando le concentrazioni di metallo e proteine nelle cellule. Ciò danneggia il Dna, uccide le cellule e causa infiammazioni dei tessuti.

Lo studio sottolinea come non sia solo l’ingestione in sé di microscopici polimeri sintetici a costituire un problema per umani e fauna, ma il fatto che queste fibre di microplastica (comprese le fibre naturali) sono spesso impregnate di sostanze chimiche nocive, inclusi coloranti che possono causare rash cutanei (irritazioni) negli uomini, tensioattivi spesso usati nei detergenti che sono noti per compromettere il sistema immunitario, e antimicrobici come il triclosan, che può uccidere la fauna. Ci sono grandi concentrazioni di queste sostanze chimiche nei vestiti e nelle aree che ricevono scarichi dalle fabbriche tessili, canali di scolo delle acque piovane e impianti di depurazione.

Browne spiega che ogni anno le aziende di abbigliamento trasformano 70 milioni di tonnellate di fibre in 400 miliardi di metri quadrati di tessuti per fare circa 150 miliardi di capi d’abbigliamento, lavorando nel rispetto delle regole fatte dai governi. Sono quindi le politiche governative che non incentivano i produttori ad innovare il modo di fabbricazione dei tessuti e a finanziare ricerche scientifiche sull’impatto di queste fibre su ecologia e salute, sviluppando alternative più sicure. “I produttori di vestiario e di lavatrici devono considerare la necessità di ridurre l’emissione di fibre nell’acqua di scarico”, sostiene Browne. Il programma Benign by Design, una partnership tra l’Università di New South Wales in Australia, l’University della California, Northwestern University e la stilista Eileen Fisher, effettua test pionieristici per investigare se il lavaggio dell’abbigliamento con filtri può controllare le emissioni di fibre tossiche.

Uno strumento usato dalle industrie di abbigliamento e di calzature per provare a ridurre l’impatto ambientale dei loro prodotti è l’Higg Index, progettato per monitorare e ridurre la quantità di acqua, energia, sostanze chimiche e manodopera che i produttori usano, così come gli scarti che producono. Come molti programmi di chimica verde, esso usa dati di laboratorio sulle sostanze chimiche che in concentrazioni sufficienti possono danneggiare gli organismi, per modificare i prodotti. Il risultato dovrebbe essere un trattamento più pulito e riduzione degli agenti chimici pericolosi. Ad oggi però nessuno ha dimostrato scientificamente se questo approccio riduce le emissioni e l’impatto delle fibre. I test di laboratorio sono insufficienti perché non possono riprodurre la complessa composizione chimica delle fibre naturali.

Le associazioni ambientaliste intanto indicano i comportamenti virtuosi da tenere individualmente, tra cui: preferire l’acquisto di modelli di classe energetica superiore per razionalizzare i consumi elettrici; fare attenzione al carico e alla manutenzione dell’apparecchio; sostituire l’ammorbidente con l’aceto di vino bianco (il cui odore non rimarrà sugli abiti e che assicura risultati simili a quelli dei prodotti industriali); prediligere i detersivi in polvere a quelli liquidi (perché avendo una forza pulente più elevata possono essere usati in quantità minori e a temperature più basse); bicarbonato al posto di sbiancanti e smacchiatori. L’Ecosportello di Legambiente sottolinea come il bucato perfetto non dipenda tanto dalla quantità di detersivo, quanto dalla durezza dell’acqua con cui viene miscelato: usando un’acqua dolce (minore di 15 gradi francesi) è sufficiente una dose di detersivo inferiore rispetto all’uso di un’acqua dura (maggiore di 25 gradi francesi). Alcune lavatrici possono poi essere alimentate direttamente con l’acqua calda, soluzione conveniente se è possibile collegare la lavatrice direttamente a una fonte di acqua calda non troppo lontana (per esempio uno scaldacqua a gas). Infine, facendo partire la lavatrice con il cestello pieno si eviteranno gli sprechi risparmiando energia elettrica e diminuendo i tempi di lavaggio.

dentifricio

Oltreoceano qualcosa si sta muovendo per quanto riguarda i microgranuli presenti nei cosmetici. Lo scorso dicembre infatti il Congresso Usa ha ratificato il Microbead-Free Waters Act del 2015 che bandisce le microsfere di plastica dai prodotti per l’igiene personale. Per rendere l’idea della portata di questa approvazione, l’ultima volta che il Congresso aveva approvato un’importante legge federale di disciplina sulla sicurezza degli ingredienti cosmetici era stata nel 1938. La nuova legge – proposta dal procuratore generale del New York State Attorney General Eric T. Schneiderman e dalla senatrice Kirsten Gillibrand, insieme al Legislatore Bill Lindsay III di Suffolk County e Adrienne Esposito, direttrice esecutiva della campagna Cittadini per l’Ambiente per la salvaguardia delle acque di New York – stabilisce la messa al bando a livello federale dei microgranuli dalla produzione, distribuzione e vendita di prodotti per la cura della persona che contengono intenzionalmente particelle composte da materie plastiche di misura inferiore ai 5 millimetri e di “cosmetici destinati ad essere eliminati con il risciacquo dopo l’uso” contenenti le microperle dopo il luglio 2017, per bloccarne la vendita nel 2018. Il divieto per tali cosmetici che si qualificano come farmaci da banco entreranno in vigore nel 2018-2019. Il divieto delle microperle a livello nazionale è stato approvato a seguito delle campagne di organizzazioni ambientali e sanitarie per sensibilizzare l’opinione pubblica.

scub cream

Come per gli indumenti, i microgranuli che si trovano nei prodotti per la cura personale (scrub per il viso, detergenti, dentifrici) progettati per essere risciacquati giù per lo scarico, sono troppo piccoli per essere trattenuti dai normali impianti di trattamento delle acque reflue e finiscono negli oceani, dove possono assorbire altre sostanze inquinanti.

Per dare le cifre di questo fenomeno in Usa, un rapporto di aprile 2015 pubblicato dall’ufficio del procuratore generale dello Stato di New York ha rilevato che le microsfere erano presenti nel 74% dei campioni di acqua prelevati da 34 impianti di depurazione comunali e private in tutto lo Stato. Si stima che fino a 19 tonnellate di microsfere di plastica entrano negli scarichi e nei corsi d’acqua di New York, nell’Oceano Atlantico e nelle acque circostanti ogni anno.

Un recente rapporto pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology ha concluso che 8 miliardi di microsfere vengono rilasciate in habitat acquatici quotidianamente – un volume che potrebbe coprire oltre 300 campi da tennis standard. Raccoglierli dall’acqua, tuttavia, sarebbe una “causa persa” secondo Chelsea Rochman, ecologa marina e una degli autori del rapporto. Il 99% finisce nei rifiuti solidi che vengono utilizzati come fertilizzante agricolo, quindi immessi negli habitat acquatici attraverso il deflusso da luoghi come le aziende agricole. Secondo un altro studio condotto nel 2012, l’inquinamento dell’area dei Grandi Laghi è causato soprattutto dalla plastica, con particolare riferimento ai microgranuli, la cui presenza è stata rilevata in concentrazioni molto elevate.

L’inquinamento provocato dai microgranuli non riguarda soltanto New York o gli Usa, ma tutte le zone del mondo dove i prodotti di bellezza che li contengono sono diffusi e utilizzati. Dopo che gli attivisti del gruppo ambientalista no profit californiano 5 Gyres hanno trovato grandi quantità di microperle nei Grandi Laghi, alcune note aziende come Unilever (dal 2012), Procter & Gamble, Johnson & Johnson avrebbero comunicato il proprio impegno nell’eliminare i microgranuli dai prodotti entro il 2017. Johnson & Johnson ha annunciato l’intenzione di rimuovere diverse sostanze chimiche potenzialmente dannose come formaldeide dalla sua linea di prodotti di consumo per adulti, iniziando ad eliminare gradualmente l’uso di microsfere di polietilene nei prodotti di bellezza e sostanze chimiche specifiche dai suoi prodotti per bambini in favore di un’alternativa ecologica. Anche multinazionali come Beiersdorf, Colgate-Palmolive e L’Oréal starebbero eliminando l’uso delle microsfere.

Beat The MicroBead App

I consumatori di 22 paesi del mondo possono individuare facilmente una lista di cosmetici contenenti microgranuli grazie alla Beat The MicroBead App: basta semplicemente scansionare il codice a barre con la fotocamera dello smartphone. Sviluppata da The North Sea Foundation (Stichting de Noordzee) e the Plastic Soup Foundation, questa App ha un listino scaricabile di prodotti localizzati, locali o regionali. La scala cromatica indica il grado di presenza delle microplastiche: rosso le conferma; arancione il prodotto ne contiene ma i produttori hanno indicato che le rimpiazzeranno a breve termine o che adatteranno opportunamente il prodotto; verde non ne contiene; zero il prodotto è 100% microplastic-free. Nuovi paesi vengono continuamente aggiunti alla lista. In questo momento 82 organizzazioni non governative da 35 paesi stanno supportando la campagna e l’app viene scaricata più di 150mila volte nel mondo.

Dunque come riconoscere i prodotti per la cura della persona che contengono microgranuli? Partendo dal presupposto che le particelle inquinanti responsabili delle microplastiche sono polyethylene e polypropylene, per identificare l’elenco degli ingredienti riportati sull’etichetta illustrativa della composizione del prodotto occorre basarsi sull’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients), obbligatoria dal 1997. Essa spiega che l’ordine in cui sono riportati gli ingredienti non è casuale: questi vengono indicati uno dopo l’altro a partire dalla sostanza presente in quantità maggiore nel prodotto; seguono tutti gli altri ingredienti, presentati in ordine decrescente.

Bisogna inoltre prestare attenzione al linguaggio usato per denominare gli ingredienti: quando le sostanze sono elencate con il loro nome latino significa che sono di derivazione vegetale, pertanto non sono state sottoposte ad alcun intervento chimico (ad esempio gli oli vegetali utilizzati puri). I nomi latini si riferiscono ad ingredienti botanici o presenti nella farmacopea.

Al contrario, le sostanze che hanno subìto un processo chimico riportano una denominazione in lingua inglese o codici numerici che identificano i coloranti artificiali utilizzati all’interno del prodotto, che seguono la lista internazionale Color Index (la sigla C.I. seguita da una serie numerica composta da 5 cifre). I coloranti artificiali sono solitamente indicati verso la fine dell’elenco.

Shampoo, bagnoschiuma, saponi liquidi e detergenti per la persona in genere presentano in etichetta come primo ingrediente l’acqua (aqua), seguita dagli ingredienti che, in ordine, svolgono la funzione di tensioattivi, emulsionanti, conservanti, estratti naturali (se sono presenti), profumazioni e coloranti. Nei prodotti per l’igiene del corpo costituiti da una formulazione il più possibile rispettosa dell’ambiente, il numero e la quantità degli estratti naturali presenti nella formulazione sarà maggiore. Le profumazioni sintetiche, indicate con la sigla parfum, saranno sostituite ad esempio da oli essenziali.

Da quali componenti dobbiamo guardarci? In generale, ogni prodotto cosmetico o per la detergenza della persona per essere rispettoso dell’ambiente e della pelle non dovrà contenere ingredienti come: tensioattivi di derivazione petrolchimica (come il Sodium laureth sulfate, il Sodium lauryl sulfate e l’Ammoniun lauryl sulfate, presenti nei comuni detergenti, sostituibili con quelli di origine naturale o vegetale come Coco glucoside, Decyl glucoside e Sodium lauroyl glutamate); derivati dal petrolio come la paraffina (Paraffinum Liquidum), PEG e PPG, Mineral Oil, Petrolatum; ingredienti altamente inquinanti come EDTA, MEA, TEA, MIPA; ingredienti altamente allergizzanti o considerati come potenziali cessori di formaldeide (sostanze che nel tempo rilasciano una molecola valutata cancerogena dall’Oms) quali Triclosan, Imidazolidinyl urea, DMDM Hydantoin, Methylisothiazolinone e Methylchloroisothiazolinone, utilizzati come conservanti; siliconi (solitamente denominati con il suffisso finale “-one”: Poliquaternium-80, Dimethicone e Amodimethicone).

In caso di dubbio se un ingrediente è da considerarsi rispettoso o potenzialmente dannoso per l’ambiente o per la nostra pelle, è possibile consultare il Biodizionario di Fabrizio Zago (chimico industriale, consulente Ecolabel) in cui sono state catalogate circa 4100 sulle 6200 sostanze che possono essere impiegate nella produzione di cosmetici, in base al loro livello di accettabilità, che anche qui va dal verde al rosso. Va però precisato che in esso vengono bocciati i derivati animali e che, come ammette lo stesso Zago, tutto è relativo: “In assoluto il Bitrex (Denatonium Benzoate) è una brutta molecola, sintetica, ottenuta esclusivamente in laboratorio, ebbene la sua funzione d’uso è talmente importante (impedisce l’ingestione dei prodotti da parte di bambini, non vedenti…) che io lo considero come una sostanza assolutamente da consigliare. Inoltre la composizione INCI deve essere scritta partendo dal prodotto presente in quantità maggiore fino a quello minore. Dunque se trovate un ingrediente contrassegnato dal colore rosso all’inizio della lista è grave, molto meno se si trova in fondo alla lista.”

Per riconoscere gli additivi e valutare il grado di naturalità dei singoli componenti di un prodotto alimentare o cosmetico esistono app per smartphone anche da noi: una delle più complete è quella creata dall’Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale, l’Icea Check. Nel nostro caso, l’App riconosce ognuna delle quasi 9mila sostanze registrate nell’inventario europeo dell’Inci (in costante aggiornamento). Icea Check segnala gli ingredienti maggiormente eco e dermocompatibili in verde e in rosso quelli che pur essendo a norma di legge non fanno parte delle 3.500 sostanze ammesse dai criteri della certificazione Bio-ecocosmetica (ad esempio petrolio, petrolati, parabeni).

Alternative green per shampoo, salviette struccanti, tonici, detergenti, deodoranti, dentifrici e collutori esistono: prodotti ecobiologici o basati su ingredienti naturali, che dichiarano un tensioattivo di provenienza vegetale come il cocco o il polipeptide di soia. Oppure, se si vuole si possono utilizzare equivalenti naturali cimentandosi con prodotti fatti a casa (aceto, miele, yogurt, cacao, olio di oliva, agrumi, sale marino, argilla, propoli, salvia, menta e bicarbonato sono le sostanze più versatili).

Anche i profumi tradizionali contengono sostanze chimiche create in laboratorio attraverso processi di sintesi. L’analisi di Greenpeace del 2005 L’eau de toxines ha denunciato che data la presenza di muschi sintetici e ftalati nei profumi in tutte e 36 le marche di profumo sottoposte ad esame, l’uso costante delle fragranze potrebbe dare un contributo rilevante all’esposizione quotidiana degli individui a queste sostanze, alcune delle quali sono state classificate come dannose per il sistema endocrino e contaminanti del sangue e del latte materno. Si potrebbe ovviare con i cosiddetti profumi biologici basati sulle essenze naturali.

In un mercato che vede in costante crescita l’utilizzo di vestiti usa e getta (seguendo la moda, senza una reale necessità di sostituire i capi per motivi oggettivi) e di prodotti cosmetici e di conseguenza il loro fatturato, urge una revisione dei settori abbigliamento e cosmetico e che la risoluzione del problema venga primariamente dalle legislazioni nazionali, europee ed internazionali, promuovendo attivamente la sostituzione delle sostanze pericolose con alternative più sicure. Gli sviluppi attuali della nuova legislazione UE relativa alla produzione e all’uso delle sostanze chimiche nota come REACH (Registration, Evaluation and Authorisation of Chemicals) costituisce un’opportunità per stabilire le disposizioni relative a tale processo di sostituzione, come contributo fondamentale per la protezione dei cittadini dall’esposizione ai composti chimici pericolosi. I “produttori di vestiario e di lavatrici devono considerare la necessità di ridurre l’emissione di fibre nell’acqua di scarico progettando tessuti sintetici che non liberino facilmente frammenti di fibre durante il lavaggio e la realizzazione di migliori sistemi di filtraggio sia per le lavatrici domestiche che per i depuratori municipali”, afferma Browne. Una nuova partnership tra governo e industria per ridurre l’inquinamento delle fibre dell’abbigliamento finanzierebbe più ricerca e stabilirebbe norme di prevenzione. Se è vero che qualche accortezza possiamo prenderla individualmente – il consumismo che genera sprechi è deleterio sia per l’ambiente sia per la nostra salute -, se non intervengono cambiamenti a livello statale per bandire la produzione di queste sostanze sarà uno sforzo insufficiente. La buona notizia è che qualcosa si sta muovendo, cresce la sensibilizzazione delle aziende e anche di alcuni governi, sperando che tutti capiscano il bisogno di intervenire.

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