Profitti del nuovo millennio

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Che il profitto sia il criterio guida delle aziende è cosa nota. Perciò, se investire in direzione dell’ecosostenibile offre garanzie di utili il mercato sicuramente lo seguirà. Sillogistico, no? Ma la tendenza degli ultimi anni che ha visto alcuni grandi investitori iniziare a muoversi verso questo settore può dirsi animata da autentico spirito ambientalista (con il vantaggio – neanche poi tanto secondario – di farci bella figura), o è piuttosto una mossa studiata per unire l’utile (in tutti i sensi) al dilettevole?

Se i grandi analisti e guru internazionali monitorati dalla London Market Research hanno indicato lo sfruttamento delle energie rinnovabili e l’agricoltura tra i business più promettenti del nuovo decennio, devono aver sicuramente fiutato un investimento redditizio: terreni boschivi, acqua e terre coltivabili infatti possono apportare svariati benefici al portfolio. In che modo? A causa del calo del prezzo del petrolio e per il fatto che i combustibili fossili tradizionali non offrono più ritorni forti, anzi producono grandi perdite (tra il 2014 e il 2015 il più grande fondo pensionistico di New York ha perso 135milioni di dollari a causa delle sue quote di combustibili fossili) il profitto delle rinnovabili è in crescita, orientando gli investitori a puntare a lungo termine sulle energie sostenibili a livello globale. Dopotutto, finché il sole continuerà a splendere sui pannelli solari e il vento farà girare le turbine, in vista dell’esaurimento dei combustibili fossili, puntare sull’energia pulita è una lungimirante mossa finanziaria.

Secondo l’ex vice presidente Al Gore il prezzo degli impianti fotovoltaici sta calando del 10% l’anno. Se questa curva continuerà, il suo prezzo si abbatterà “significativamente sotto il prezzo dell’elettricità derivata dalla combustione di qualunque tipo di fonte fossile in pochi anni.” Un esempio? “Nel Medio Oriente un progetto solare starebbe producendo elettricità più a basso costo di quanta se ne potrebbe produrre usando gas naturale.

eolico

A febbraio il Marocco ha annunciato un parco eolico offshore che produrrà elettricità per 0,03 dollari per KwH. Questa è probabilmente la più economica nuova elettricità che si potrebbe realizzare in qualsiasi parte del mondo”, afferma Michael Liebreich, presidente di Bloomberg New Energy Finance. Lo stesso sta accadendo negli Usa: in Nevada i generatori di energia stanno vendendo elettricità solare ai servizi pubblici per 0,3 centesimi di dollaro per KwH, un prezzo ben al di sotto di quello dell’elettricità a carbone. Alcuni erogatori stanno anche distribuendo elettricità gratis. “Devono liberarsene perché è troppo costoso spegnere le turbine”, ha evidenziato Gore.

C’è stata una netta crescita nella produzione di energia rinnovabile. Nel 2015 gli investimenti globali nell’energia pulita sono arrivati a 329 miliardi di dollari, il dato più alto di sempre. Ecco perchè: uno studio del 2014 del noprofit CDP (già Carbon Disclosure Project) mostra che le aziende che stanno gestendo e pianificando attivamente il cambiamento climatico assicurano un 18% di rendimento più alto sull’investimento di quello delle compagnie che non lo fanno, e il 67% più alto delle compagnie che rifiutano di rendere note le loro emissioni. Paul Simpson, CEO del CDP afferma: “Ci sono solo vantaggi per le aziende che agiscono per affrontare le sfide del clima, eliminando il consueto concetto che intervenire sui cambiamenti climatici vada a scapito della redditività. Integrando la gestione dei rischi del cambiamento climatico in una pianificazione strategica nei confronti delle riduzioni di emissioni, le compagnie stanno semplicemente dimostrando una visione a lungo termine di come gestire al meglio i capitali degli azionisti.” I risultati di questo studio convinceranno anche gli investitori più refrattari dell’opportunità dell’investimento in questi settori, se non da un punto di vista etico da quello del profitto?

Intanto anche le più grandi banche di Wall Street stanno iniziando a capire che è possibile abbandonare il petrolio senza abbandonare i profitti, tra cui la Goldman Sachs. Impact Capital, la società acquistata dalla Goldman, fa investimenti che sono esplicitamente progettati per migliorare la vita delle comunità impoverite, o per promuovere la conservazione o l’efficienza energetica.

“Le economie sostenibili hanno un potenziale enorme in termini di benefici prodotti per l’economia europea, molto più del Piano di Investimento di Juncker, ovvero oltre 300 miliardi di euro, e sono capaci di generare oltre 20 milioni di posti di lavoro entro il 2020, in gran parte utilizzando minori quantità di risorse ed energia, compensando i fallimenti del mercato e proteggendo concretamente la natura in Europa” ha dichiarato Sébastien Godinot, esperto di economia del WWF e autore principale del rapporto: “Dalla crisi all’opportunità: cinque passi verso economie europee sostenibili.”

La dura realtà è che il mondo ha bisogno di proteggere i suoi boschi, e dato che il finanziamento statale al settore forestale copre solo l’1% del fabbisogno dobbiamo rivolgerci ai privati, che non disdegnano affatto la silvicoltura: secondo un rapporto del programma della Banca Mondiale sulle foreste (PROFOR) circa 80 miliardi di dollari di investimenti forestali sono stati effettuati nel 2014, che potrebbero diventare 200-300 l’anno in futuro. Come facilmente immaginabile, gli investimenti forestali non sono fatti per carità e senza dubbio la volontà degli investitori di optare per la silvicoltura come forma di investimento alternativo è rafforzata dal fatto che i rendimenti di questa attività sono aumentati negli ultimi cinque anni, secondo il National Council of Real Estate Investment Fiduciaries, con ritorni che possono variare dal 4 fino al 20%.

Gli scorsi 15 e 16 marzo il fornitore di prodotti forestali per l’industria globale RISI ha tenuto a New York una conferenza sugli investimenti forestali riunendo leader del settore e investitori da tutto il mondo, dimostrando quanto di vasta portata sia ora l’industria forestale in termini di categoria di attività globale.

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Perché questo boom della silvicoltura? Perché il prodotto è redditizio, ovviamente, ma anche perché garantisce investimenti correlati al prodotto (legname, costruzioni in legno, cellulosa, prodotti di carta, vendita di terreni). Inoltre, sebbene sia un investimento a lungo termine (per il semplice fatto che gli alberi hanno bisogno di tempo per crescere) il materiale può essere venduto quando le condizioni di mercato sono favorevoli, a differenza di molte altre classi di attività, rendendolo un investimento sicuro e stabile a lungo termine.

Un altro vantaggio di investire nel settore forestale, secondo il socio fiscale di KPMG Jo Bateson, sono i benefici tributari che possono venire dal possesso del bene: gli eventuali utili realizzati sul bosco commerciale sono esentasse, e nessuna imposta sulle plusvalenze è dovuta a un aumento sul valore del bosco.

A ciò si aggiunge la richiesta di legno in aumento nel mondo, specialmente da Cina, India e Giappone.

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Dato che la domanda globale per proteggere le foreste e affrontare il cambiamento climatico sta rendendo il legname e i prodotti derivati sempre più preziosi, aziende e investitori hanno tutti gli interessi per cercare di massimizzare la produzione. Un’altra allettante prospettiva che si profila è la modificazione genetica delle piante. In Brasile Fibria, leader a livello mondiale nella produzione di polpa di eucalipto – l’ingrediente fondamentale della carta-, è stata in grado di creare cloni di DNA dei migliori alberi di eucalipto nella sua enorme piantagione per garantire la loro massima riuscita. Nel 2015, alla quarta generazione degli alberi clonati, la produttività è arrivata a 11,2 tonnellate di cellulosa raccolte per ettaro.

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James Barrett di GWD Forestry, società di gestione del risparmio che lavora sui sistemi forestali sostenibili, aggiunge un tassello a questo quadro: secondo lui ai rendimenti forti si aggiunge il fattore di sentirsi bene investendo in qualcosa di rispettoso per l’ambiente: piantare nuovi alberi e sostenere la crescita ambientale è una mossa positiva da fare, ed è questo elemento che ha fatto crescere gli investimenti nei boschi più piccoli in tutto il mondo. Gli imprenditori possono essere sicuri che il loro denaro viene utilizzato a beneficio non solo dell’ambiente, ma anche delle comunità locali su cui si basano i progetti. Ma sarà veramente così? Dal momento che le imprese sono costrette a rivedere le proprie catene di approvvigionamento, pare che molte si stiano impegnando a utilizzare legno proveniente da fonti sostenibili verificabili, divenendo in tal modo imprese etiche. Sta cioè diventando chiaro che le opportunità in questo settore sono più che finanziarie, e inoltre sono veramente globali.

Come il petrolio e quasi tutte le altre risorse, anche l’acqua è stata trasformata in un prodotto finanziario. L’investimento in questo settore sta calamitando sempre più l’attenzione poiché il suo potenziale si basa su una serie di fattori che ne alimentano la domanda: una popolazione mondiale di sette miliardi di individui e i processi di urbanizzazione (specie nelle economie emergenti); le emergenze derivanti dalle catastrofi naturali; l’obsolescenza e l’abbandono delle infrastrutture destinate alla canalizzazione delle acque nei paesi industrializzati. L’acqua non presenta le caratteristiche di altre materie prime, non è quotata sui mercati e il suo prezzo è regolato su scala locale e nazionale. Per questi motivi nel 2008 la banca d’affari Goldman Sachs aveva definito l’acqua “il nuovo petrolio.”

La Banca Europea per gli Investimenti è la più grande fonte di finanziamento per il settore idrico globale. In un rapporto l’Ocse sottolinea che entro il 2030 la maggior parte degli investimenti dei paesi si concentrerà sulle infrastrutture idriche per un ammontare di circa 17,7 trilioni di dollari.

Per gli stessi motivi il water management sta prendendo sempre più piede anche presso i vertici dirigenziali di multinazionali come Coca Cola, Nestlè e Kellogg’s, che si stanno attrezzando con programmi ad hoc per una gestione più efficiente ed ecologica di questo bene attraverso l’investimento di ingenti somme di denaro. Nel complesso, gli strumenti con focus sul mercato dell’acqua gestiscono 200 milioni di dollari: un ammontare considerevole per una nicchia di mercato!

Ben conoscendo le dinamiche dell’economia la noprofit Earth Genome ha sviluppato il software Green Infrastructure Support Tool (GIST), uno strumento che permette di valutare gli investimenti sull’acqua raccogliendo ed analizzando un ampio ventaglio di banche dati relative alla natura, insieme a dati finanziari su costi, prezzi e valori dei servizi che la natura fornisce. La compagnia può usare il programma per creare gli scenari della pianificazione del progetto e vedere il potenziale ambientale e gli impatti finanziari di questi scenari. Sviluppato con idrologi dell’Università dell’Arizona, Earth Genome renderà i codici del suo software open source per invitare altri a lavorarci, e pianifica di fare strumenti come il GIST gratuiti per analisi di dati personalizzati.

L’aumento della popolazione mondiale, la perdita di aree destinate all’agricoltura a causa dell’estensione delle aree urbanistiche ed edificabili e della crescente desertificazione di vaste zone rendono l’acquisto di terra un’appetibile forma di investimento per mettere al sicuro il denaro dalle rischiose fluttuazioni dei mercati, fornendo alti rendimenti per gli investitori e dando un’opportunità di lavoro alternativa alla disoccupazione, come sottolinea la Coldiretti. Nel mercato dei prodotti alimentari il biologico è tra i campi più trainanti: secondo l’Aiab nel 2015 è cresciuto dell’8,8%, in un contesto di calo generale dei consumi alimentari (3,7%). L’Italia è il leader del settore in Europa con il primato nell’esportazione di prodotti biologici per un giro d’affari di 3 miliardi di euro. Secondo la TechSci Research il consumo di cibo biologico crescerà ad un tasso annuale del 14% entro il 2018. Per questi motivi il settore continua ad attirare sia consumatori che investitori.

Per attrarre investitori bisogna solleticare la loro sete di profitti. Farmland LP, una fondazione con sede a San Francisco che si occupa in parte anche della gestione di terreni agricoli, si è posta nel 2014 l’ambizioso obiettivo di convertire le aziende agricole di medie dimensioni che si occupano di colture convenzionali in qualcosa di più sostenibile, che vada al di là del biologico anche nell’allevamento degli animali. Craig Wichner, socio manager della fondazione, sostiene che in questo modo si produce la stessa quantità di cibo prodotta attraverso l’agricoltura convenzionale ma in modo più redditizio, perché i costi di produzione sono molto più bassi. Negli Stati Uniti fertilizzanti, erbicidi, pesticidi OGM e carburante hanno creato un aumento del 325%. Anche per questo le aziende dovrebbero iniziare a produrre cibo sano senza danneggiare l’ambiente e rispettando la fertilità del suolo, conclude. Il problema può riguardare i costi sostenuti dagli agricoltori, in base all’andamento dei raccolti. Secondo la fondazione, scegliendo il giusto approccio le aziende agricole possono non solo non andare in perdita, ma riuscire a raggiungere dei ricavi potenziali molto alti, che vanno dai 20mila ai 50mila dollari per acro, ottenuti in parte dalla vendita di sementi biologiche, in parte dall’allevamento degli animali che si nutrono nei pascoli sui terreni in conversione.

Connessione tra i profitti e un ambiente sano e resistente: è la strada migliore da intraprendere? McCormick, ex presidente della Gordon and Betty Moore Foundation e di The Nature Conservancy ha affermato: “Ora le compagnie vedono il capitale naturale come un mezzo fondamentale per la loro ricchezza finanziaria.” Il dibattito tra valori morali e ritorni economici non è del tutto nuovo. Il termine investimento socialmente responsabile (ISR), secondo il gruppo industriale US SIF, ha cambiato di significato, diventando oggi investimento sostenibile, responsabile ed efficace.

È abbastanza triste che per sensibilizzare gli imprenditori su un tema che riguarda tutti quale la salvaguardia del pianeta e della stessa esistenza umana bisogna far leva su quanto profitto può generare questa loro scelta sostenibile. Ad ogni modo, questo è proprio il caso di dire: il fine giustifica i mezzi.

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