Mañana

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La strada per Playa Girón è rossa di granchi. Tentano di raggiungere il mare per riprodursi, a milioni, arrivano dal sottobosco alla nostra sinistra. A motore fermo senti il crepitio delle loro zampe sull’asfalto, sull’erba. Si mettono davanti alle macchine e le sfidano alzando le grosse chele. Il risultato è che volano via in pezzi, come nelle pellicole trash sull’invasione aliena. Non so dire cosa faccia più impressione, il crepitio sommesso o il frantumarsi dei carapaci sotto gli pneumatici. L’evoluzione ha fatto di questa specie, i granchi rossi, delle creature terrestri che però hanno bisogno del mare per riprodursi e per deporre le uova. Ogni anno macinano chilometri di sottobosco, ma poi l’ultima prova è la più dura: la Carretera Costal, dove sfidando automobili e camion al costo di milioni di morti. Il governo non sembra aver fatto molto per contenere la strage, non vedi cavalcavia, né argini di tela, né tubi posti sotto il manto stradale, né griglie. Il traffico non è più quello di un tempo.

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Pochi chilometri prima, a Playa Blanca, un cartello celebrava: “Li fermammo qui.” Il mare alla nostra destra è quello della Bahia de Cochinos, la Baia dei Porci. Cinquantacinque anni fa una intera brigata di esuli anticastristi tentò l’invasione. Con l’aiuto della CIA, ovviamente. I Cubani rivoluzionari li bloccarono, e l’invasione si fermò. I granchi no, non si fermano davanti a niente, continuano a scavalcare muretti e a minacciare le Buick e i Magirus Deuz del ’52 alzandogli contro le robuste chele. Inutilmente. Così Playa Girón, a dirla come la direbbe Tom Robbins, è la capitale mondiale dei granchi morti. E il gommista di Playa Girón è un uomo ricco.

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Punta Gorda ha forma identica all’appendice vermiforme, quella che ti asportano chirurgicamente se s’infiamma. È l’estrema propaggine di Cienfuegos nella baia omonima. Ci arriviamo col sole in faccia dal Paseo el Prado, con le panchine di ferro battuto e gli alberi al centro, tra due file di portici colonnati inevitabilmente d’azzurro e verde pastello. Il mare ti piomba nella visuale a sorpresa. Lo fa continuamente, nella minuscola punta, balena come per una regia tesa a ricordarti che sei su una specie di isola, un’appendice di terra in mezzo all’acqua. Tra palme e flamboyant da foresta preistorica spuntano, oltre al mare, anche uno Yacht Club che sembra il Taj Mahal e un palazzo, ora ristorante e centro culturale, degno di Ludwig di Baviera. Il palazzo de Valle, con un’alchimia degli stili lontani ma all’altezza dei famosi castelli bavaresi, mescola gotico, romanico, omanita e indiano. Lo fa a suon di ceselli, ceramiche preziose, mosaici e marmi di Carrara. Fasti passati. Ma il mojito te lo portano al tavolo a due dollari, come allo Yacht Club, come ovunque. Due dollari inclusa l’orchestra.

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In Ubik, indimenticabile distopia creata da Philip Dick, il presente e il passato iniziano a mescolarsi negli oggetti, nei palazzi, negli scaloni. Mondato di ogni dettaglio inquietante, a Cuba si assiste a un fenomeno molto simile. Solo che in questo caso è il futuro che cerca di forzare le rigide maglie del tempo. Gli interruttori, le automobili, le colonne sottili del teatro coloniale Tomás Terry, le ville, i lampioni, sono in linea col quadro temporale. Cuba è un viaggio a ritroso nel tempo. È la nostra macchina cinese di marca sconosciuta ad essere assurda, a stridere con la cornice epocale come fosse un telefono a ghiera sulla plancia di un’astronave. Di adeguato alla cornice la nostra auto ha solo i consumi, ricollocabili in una Cadillac ’54.

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La nostra auto non piace a nessuno. Arrivati al centro di Trinidad un tipo in divisa apre il cancello sottile che dà accesso al nucleo, ma ci fa segno di aspettare. Non lo ha aperto per noi e non ha la minima intenzione di lasciare entrare la nostra macchina cinese di marca sconosciuta. Scendo sulla strada di ciottoli e mi guardo intorno, tra le mura dipinte a colori sgargianti. Qui ci vanno decisi, coi colori. In un vicolo traverso c’è un autobus, è cinese e nuovo anche lui e lo hanno fatto parcheggiare lontano dalla vista, dove non può offendere nessuno. Trainata dal passo spedito di un cavallo esce una carrozza con a bordo due ranchero, stivali e cappello. Siamo finiti nel mezzo di un set cinematografico. Improvvisamente provo l’impulso di comprare un sombrero di paglia, da campesino perché lì mi sento stonato come un centurione in iPhone, Swatch e auricolari.

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Trasporti d’epoca, camerieri-dagherrotipo in livrea, un anziano signore in tre pezzi blu e panama è seduto all’ombra, dirimpetto al tempio di Yemalla, così la chiamano qui la dea del mare, e ha l’aria di uno che potrebbe raccontarti gli ultimi tre secoli di piogge. Turisti ancora più disorientati di noi si muovono sul set impeccabile, probabilmente chiedendosi se è già partito il ciak. I nomi dei bar, dei negozi e dei ristoranti, della scuola di congas sono scritti a pennello sui muri, sul legno, a mano sul cartoncino. Le insegne al neon sono solo due, tentativi dell’universo parallelo di scassinare lo spazio-tempo. Davanti alla chiesa una piazzetta con le aiuole ben curate e contenute da una decorosa ringhiera di ferro sottile, smaltato di bianco, panchine idem. Non una cicca, una cartaccia. Non una cacca di cane. Ogni patio, il cortile interno così caro all’architettura mesoamericana, è stato trasformato in ristorante, ristorante-giardino, giardino, negozio, tempio, sacrosanto bar. Se a Punta Gorda era il mare a catture il colpo d’occhio, a Trinidad sono gli archi delle corti interne. Si aprono altissimi e all’improvviso nei patii, segnati da muffe, da piante tropicali che scendono lungo i pilastri. È il cuore verde che batte all’interno di ogni casa di Trinidad. Ogni casa ha un patio, un luogo fresco dove socializzare, bere, godere di quell’aria condizionata naturale. Il segreto è tutto in un’architettura concepita dagli arabi più di mezzo millennio fa, esportata in Spagna e da lì in centroamerica. Peccato che anche gli arabi, oggi, tendano a dimenticarsene, a sigillare tutto e accendere un bel condizionatore.

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La chiesa della Santissima Trinidad si prepara alla processione della Via Crucis. Sul sagrato hanno già montato il fercolo che sosterrà l’enorme croce. Accanto c’è una scalinata, ma la chiesa più importante è quella in cima. C’è scritto: ‘Casa de La Musica’, una specie di conservatorio, il tempio al culto più importante di Trinidad. Sulla scalinata, costruita in pietra, oziano ragazzi dai venti agli ottant’anni, sedie e tavolini rotondi da bar. Camerieri infaticabili e accorti fanno avanti e indietro senza mai inciampare sugli scalini sbozzati prendendo ordinazioni da quelli sui gradini, da quelli seduti ai tavoli e quelli che ballano davanti al palco montato a ridosso della chiesa, dai membri delle orchestre che ogni sera infiammano gli animi con la salsa sfrenata.

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Tutto è maledettamente vintage, discreto e chic. Come a Salisburgo. L’unico ragazzino che a Trinidad ha chiesto una caramella è stato strattonato dalla madre e lei poi s’è scusata per quell’impertinenza. Le band nei locali preferiscono venderti il loro CD piuttosto che abbassarsi a un’elemosina per un servigio che in fin dei conti hanno già offerto. I cubani, al contrario di molti vicini caraibici, sono mediamente formali, istruiti, ben educati e riservati. A volte scontrosi, come certi abitanti delle valli in Svizzera centrale, in Austria, nell’Alto Adige.

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I più scontrosi di tutti si trovano sulla spiaggia giù ai piedi di Trinidad, Playa Ancon. Alla prima spiaggia, dopo aver faticato molto ad ottenere la sua attenzione, chiediamo al barista se possiamo mangiare qualcosa.’ La cucina è chiusa’, borbotta. E si mette a cazziare qualcuno nel retro. Ci vuole un altro paio di minuti per guadagnare la sua presenza. Chiediamo di un ombrellone. Lui ci guarda come se un ombrellone fosse la cosa più assurda da chiedere in un casotto in spiaggia, e col dito ci indica un tizio in divisa. Gli chiediamo dell’acqua e spazientito sbatte sul bancone una cola e una limonata. Decidiamo che la spiaggia è troppo grande per fermarci lì. E per fortuna, perché il posto dopo è fantastico. L’ombra la fanno gli alberi e c’è un bel capanno con la macchina del caffè e un grill. Il gestore è un tipo in camicia bianca e bracciale d’oro, comanda tutto il personale schioccando le dita. Con sguardo torvo ci interroga su cosa vogliamo, e a gesti dirama le nostre ordinazione ai subalterni. Poi si mette a contrattare dei Rolex farlocchi, rigorosamente similoro, con dei tizi dalle facce molto più innocue della sua. Tutti sono serissimi.

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Mi chiedo se sono l’unico, nella zona di Trinidad, ad avere tanto senso dell’umorismo da fare colazione con una Piña Colada in spiaggia. Me lo chiedo mentre mi perdo tra uno strano racconto di Hemingway ambientato in Svizzera, una novella quasi giapponese e l’ozioso indulgere su due tipi di blu, quello che attraversa le foglie che si muovono, e quello che si muove da solo oltre la sabbia bianca. La signora che ci serve a pranzo è una donna di mezz’età che fatica a camminare sulla sabbia. Sembra continuamente distratta, in preda a pensieri che cerca di scacciare scotendo il capo tra sé. Forse è la moglie del tipo scontroso, il manager. Le persone intorno a noi non sono sembrano veramente cubane, è la Semana Santa, la settimana di Pasqua e molti sono cubani naturalizzati americani in visita ai parenti. I ragazzi dietro il bancone sudano con discrezione, senza aloni sulle camicie bianche. Il fatalismo dei caraibi spagnoli, ma non solo, che ho temuto e amato così tanto a lungo sembra essersi dissolto per far posto ad una sorta di agnosticismo militare. I templi ed i musei della Santeria sembrano vuoti, in attesa di turisti curiosi, solo in chiesa a Trinidad s’è vista un po’ di gente, ma era giovedì Santo. E l’unico residente straniero che ci aveva detto che a Cuba dovevamo aspettarci un andazzo molto, molto approssimativo era uno svizzero del Canton Ticino.

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La signora del ristorante ci consegna un ‘ceviche de pulpo’ ma noi avevamo chiesto banane fritte e fagioli con riso. Allora balbetta qualcosa e gira lentamente la prua altrove. La blocchiamo, ci serve il bagno e non sappiamo dov’è. Lei guarda un angolo della spiaggia. Dice che, sì, il bagno c’è… ma non finisce la frase, e stringe le labbra di nuovo. Attendiamo. Il bagno ha un problema, dice. Silenzio. Tira un respiro profondo, poi in un soffio sputa la parola proibita, quella che in tutto il resto dell’America centrale, insulare e meridionale ti senti rispondere ogni volta che qualcosa va storto, cioè ogni cinque minuti, e la pronuncia sospirando come una liberazione. Finalmente qualcuno dice: Mañana.

Domani.

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“Dimmi del Mare”
di Claudio Di Manao

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