Mare, oggi come stai?

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Mi piacerebbe chiederglielo direttamente, magari immergendomi come giorni fa in Liguria, quando ho visto tantissimi polpi beati nelle loro tane intorno all’isola di Bergeggi, ma non otterrei che un vago riflesso molto local, protetto all’interno di una AMP. La Big Picture è necessariamente molto più estesa e complessa, va dall’Artico remoto, ma di fatto sempre più accessibile per mancanza di ghiacci, all’Australia che perde pezzi della Grande Barriera. Il riscaldamento globale sembra il problema più grave e diffuso, ma altrettanto subdola e ubiquitaria è la microplastica, che da pochissimi giorni è uscita di una mezza misura dal limbo di particella misteriosa, grazie a uno studio britannico che ne ha misurato l’impatto. Qualche vittoria seria è stata raccolta dai gruppi ecologisti, e se guardo giù in profondità dopo aver spazzato i punti cardinali in superficie, c’è un luogo assai meno frequentato dello spazio orbitale (in confronto la ISS è un posto affollato) ma che non smette mai di regalarci nuove, psichedeliche visioni: l’Abisso.

Le regioni marine artiche, ormai libere dai ghiacci, sono ora una sorta di far west per chi brama nuove opportunità lontano dalle regole e dai controlli. Davanti all’ennesimo ‘vuoto giuridico’ sfila la galleria di personaggi nel solito ordine di apparizione: prima arrivano i pirati, puntualissimi ad approfittare e a fare scempio, poi entrano in scena le Nazioni Unite a dare l’allarme con uno studio scientifico in mano che nessuno fila. Si attivano gli attivisti, tra i pochissimi che leggono le pubblicazioni scientifiche delle Nazioni Unite, per ultimi i governi, che da Big Data alla pesca eccessiva fino al riscaldamento globale hanno dato prova di saper agire solo a buoi già scappati. Una buona notizia è che Greenpeace è riuscita a convincere McDonald’s, Tesco, Iglo, Young’s Seafood e altri prestigiosi marchi a non rifornirsi più dai soliti spacciatori di merluzzo che pescano nell’Artico con reti a strascico devastando i fondali, delicati nell’ecosistema marino in generale ma assolutamente critici nell’Artico. Senza considerare che il merluzzo è pressoché già estinto nel nord Atlantico grazie alla lungimiranza delle industrie ittiche e alle loro pianificazioni ‘scientifiche’. L’aver piegato dei Big come McDonald’s e Tesco è un grosso passo avanti, ed un ottimo sintomo nella battaglia d’immagine.  Che la nostrana MareBLu, per esempio, continua a non capire infischiandosene dei danni all’habitat e delle condizioni di vita disumane a bordo dei suoi pescherecci.
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Poi ci sono gli effetti diretti del riscaldamento globale: in Australia il 22% della Grande Barriera, una delle meraviglie del mondo e patrimonio dell’Unesco, è stato dichiarato morto. Considerate le dimensioni della barriera, estesa quanto l’Italia, e la sua importanza come bellezza e biodiversità, non è una notizia da poco, è come se in Lazio, Toscana, Emilia e Liguria non crescesse più un albero e non esistessero più né chiese né musei. Le cause di questo degrado? Principalmente l’acidificazione dei mari e lo sbiancamento dei coralli, fenomeni direttamente legati alle emissioni, che possono essere affrontati solo su scala globale. In secondo luogo le sostanze inquinanti, tra i quali la microplastica. Pare che i coralli la filtrino, restandone asfissiati.

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© The Ocean Agency/XL Catlin Seaview Survey via AP

La plastica è uno dei più grandi nemici del mare, ma è solo negli ultimi anni che abbiamo cominciato ad intravedere uno dei suoi aspetti più inquietanti: la microplastica. Producono microplastica i sacchetti della spesa che (molto, molto, molto lentamente) si sminuzzano e si decompongono, ma anche gli scrub esfolianti, i dentifrici contenenti microperle sintetiche, la producono i tessuti sintetici come il pile. Filtri e depuratori non sono in grado di filtrare particelle dal basso peso specifico più piccole di mezzo millimetro di diametro. Molluschi, coralli e alcuni pesci invece ci riescono e come.

Pochi giorni fa dei ricercatori britannici hanno capito come agisce la microplastica in un ecosistema studiando le larve di pesce persico, specie di acqua dolce. A quanto pare le larve osservate preferiscono la microplastica al plancton e se ne ingozzano, morendo prematuramente, con tutte le conseguenze immaginabili. In aree dove la microplastica abbonda potrebbe essere messa in pericolo la specie stessa. Difficile stabilire come stia andando realmente in mare, ma di certo non possiamo confidare nella furbizia delle specie marine: delfini e tartarughe scambiano ormai da mezzo secolo i sacchetti e involucri di plastica per meduse e muoiono soffocati. Figuriamoci le larve dei pesci.

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© OONA LONNSTEDT

Ma anche qui qualche battaglia si inizia a vederla vinta; gli Stati Uniti e l’Olanda hanno vietato le microperle di plastica nei cosmetici, in Regno Unito secondo un sondaggio il 90% delle persone è favorevole al bando, e Greenpeace è riuscita a far aderire alla campagna contro le microperle un sostanzioso numero di aziende cosmetiche britanniche. L’Europa e l’Italia piano piano e con molta calma… ci arriveranno anche loro, gli ci vuole tempo. Intanto il Med è lì che langue da decenni per poltronaggine dolosa.

Nonostante tutto la vita marina riesce ancora a rubare la scena a tutti con gli effetti speciali. Sott’acqua ci si può muovere in tutte le tre dimensioni senza dover affrontare lo sforzo che compiono gli uccelli per volare, e la maggior parte delle creature marine sfrutta le correnti per spostarsi. La stessa parola plancton significa ‘vagabondo’, e tra gli esseri planctonici sono sicuramente i più strani e affascinanti. Meduse e ctenofori battono tutti, in quanto ad aspetto alieno, anche Hollywood. L’alieno del film Abyss, di James Cameron s’ispira, nell’aspetto, proprio agli ctenofori. E Cameron è stato uno dei pochi uomini che sono arrivati sul fondo più fondo degli oceani, la Fossa delle Marianne. Proprio lì un ROV ne ha trovato un altro, di alieno. Assomiglia da morire al mio disco volante preferito. Mi ricordo esattamente quando me lo presentarono: si spensero le luci e lo strano oggetto iniziò a mandare strani bagliori mentre vagava sul pavimento di una cameretta buia. Erano i giorni in cui mi sentivo sempre più appartenere a quella massa blu che si stendeva oltre la pineta che a questa Terra, e quel giocattolo opalescente invece di ricordarmi lo spazio mi ricordava la madreperla. E le meduse. Nessuna, però, emanava quei bagliori ipnotici. Il mese scorso, in fondo alla Fossa delle Marianne quelli della NOAA ne hanno trovata una che lo fa.


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